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La storia del Piemonte tra dispute e crisi d’identità

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Per quanto romantico e sabaudo possa essere il passato del Piemonte, dietro la sua storia si celano secoli di confusione e miti da sfatare

Raccontare la storia del Piemonte è forse uno dei compiti più difficili che gli storici si sono trovati ad affrontare nel corso del tempo.

Si può affermare facilmente che tutto abbia inizio dai celti, coi Taurini, e dall’Impero Romano. Anche se il vero problema non è tanto la cronistoria dei domini e dei regni che si sono alternati sul suolo sub-alpino. La questione è proprio quella di tracciare quella che è l’identità del Piemonte di oggi, e a come ci si è arrivati.

Una storia dal passato sbiadito e frammentato, che solo l’ascesa di Casa Savoia con la nascita del Regno d’Italia troverà il proprio posto nel mondo.

Le Porte Palatine di Torino
Porte Palatine di Torino

Quando nasce l’idea di Piemonte? E perché si chiama così?

Partiamo col dire che il Piemonte ha una storia recente, più di quel che si pensi. Il Piemonte, inteso sia come regione che come identità culturale, mantiene un passato decisamente intricato, caratterizzato da secoli di trasformazioni e influenze straniere.

I territori geo-politici come li intendiamo ora, non sono sempre stati quelli odierni: fino alla metà del XX secolo hanno difficilmente condiviso un passato unitario.

Basti pensare che al tempo dei romani, il concetto di Piemonte ancora non esisteva e che per la sua graduale comparsa bisognerà aspettare il Medioevo.

Ma addirittura, solo nel 1948 si ebbe la nascita ufficiale della nostra Regione nella sua configurazione attuale. Proprio in quell’anno infatti, la neo-nata Repubblica italiana stabilì l’autonomia della Valle d’Aosta, la quale prima di allora era considerata parte integrante del Piemonte.

Al giorno d’oggi sarebbe strano e soprattutto, scandaloso, per un valdostano sentirsi dire che appartiene alla stessa “famiglia” dei suoi “cugini” meridionali.

Ma contemporaneamente, non è una caso che la poesia di Giosué Carducci “Al Piemonte” cominci proprio dalla Valle d’Aosta. D’altro canto invece, bisogna ricordare come nell’Ottocento i confini piemontesi si estendevano ben oltre quelli contemporanei.

Basti pensare a Voghera, Vigevano e al Piacentino, tutti zone che solo in seguito finirono nella mani della Lombardia. Eppure questi sono solo alcuni dei tanti esempi che danno un assaggio della complessità che si nasconde dietro alla storia piemontese.

Piantina Castro Romano di Torino
Castro Romano di Torino

Come detto in precedenza, per i romani il Piemonte non era assolutamente una regione unitaria

A dire il vero, alla Roma Imperiale il nome “Piemonte” era totalmente sconosciuto, così come mancava ancora un’identità etnico-culturale nella regione.

I romani, di fatto, nel Piemonte di adesso ci arrivarono attraverso decenni di guerre sull’Appennino ligure e nella Pianura Padana occidentale.

Il primo grande ostacolo che incontrarono furono le popolazioni celtiche dei liguri, i quali opposero una strenua resistenza in Liguria e nel Piemonte meridionale. Sì, i liguri popolavano anche il sud del Piemonte, nonostante la loro difesa durò poco e alla fine dovettero cedere allo strapotere di Roma.

I romani quindi occuparono tutta la pianura piemontese del sud, ponendo, in un primo momento, il fiume Po come confine geografico. Il più vasto fiume dell’Europa Meridionale fungeva pertanto da frontiera tra l’Italia romana e i territori del Nord, occupate dai Salassi e dai Galli.

Un’idea impensabile al giorno d’oggi, ma che all’epoca fu estremamente utile ai latini per approvvigionarsi e difendersi efficacemente dalle incursioni dei popoli settentrionali.

In quest’ottica, fu proprio Giulio Cesare che, nel 28 a.C. durante la campagna gallica, costruì la città fortezza di Julia Augusta Taurinorum, l’odierna Torino.

Presto però, anche il Piemonte del Nord venne conquistato e nel 25 a.C. Ottaviano Augusto consolidò i nuovi domini sub-alpini, con la costruzione di città come Eporedia (Ivrea) e Augusta Praetoria (Aosta).

Le terre conquistate entrarono sotto l’influenza romana, determinando quindi l’instaurazione della cultura latina in tutte le popolazioni assoggettate. Ma data la permanenza di società celtiche e galliche, i nuovi domini settentrionali vennero divisi in due parti, tenendo sempre il Po come riferimento:

A Nord c’era la Gallia Cisalpina, mentre dal fiume Po in giù si estendeva la Liguria romana fino alle coste del Mar Tirreno.

Longobardi in Piemonte

Tuttavia si cominciò a parlare di “Piemonte” solo parecchio tempo dopo

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e le invasioni barbariche, non c’era ancora nessuno che parlasse di Piemonte.

Eppure dal VIII secolo la vastissima distesa della Pianura Padana, da Susa fino a Venezia, aveva già una denominazione propria: “Longobardia” o “Lombardia”.

Un nome che al giorno d’oggi creerebbe scalpore, ma che nell’Alto Medioevo comprendeva un vastissimo paese sotto il dominio di una famigerata popolazione germanica. I Longobardi, che dopo essere giunti nel 568 nello Stivale, diedero vita a una vastissimo regno unitario che comprendeva tutto il settentrione italiano. Le loro tracce sono ancora visibili al giorno d’oggi, soprattutto a Pavia, capitale del regno longobardo.

Ciò nonostante la supremazia longobarda durò poco più di due secoli, per poi concludersi nel 774, anno in cui Carlo Magno conquistò gran parte Centro-Nord.

L’Italia settentrionale venne quindi annessa all’Impero Carolingio, ma l’importanza geografica del Piemonte non cadde inosservata agli occhi del grande Imperatore dei Franchi.

Nel Medioevo, così come nei secoli avvenire, la posizione strategica delle pianure e delle valli piemontesi costituivano una regione-frontiera tra le strade che collegavano l’Italia e i territori trans-alpini.

Tuttavia, quella regione così importante dal punto di vista strategico e militare ancora non aveva un toponimo che la definisse. Sappiamo come tutte le grandi enti territoriali del Nord Italia, nel corso dei secoli, abbiano sviluppato propria un’identità culturale ben definita, partendo da un’origine comune, il regno longobardo.

Ma nel caso del Piemonte, l’etimologia del suo nome ha un origine alquanto banale. Deriva da un luogo comune medievale: chi al tempo giungeva dalla Pianura Padana in direzione ovest, chiamava le zone alle pendici delle alpi come “Piemonte”

Castello contessa Adelaide a Susa
Castello Adelaide a Susa

Quindi “ai piedi dei monti”

Un termine non associato a nessun ducato o feudo, ma indicava un’area molto vaga che al tempo fu parte della Longobardia e poi dell’Impero Carolingio. Un modo di dire, che non aveva confini chiari e che approssimativamente era compreso tra il Tanaro, il Sangone, le Alpi Cozie e l’Appennino Ligure.

Ciò nonostante, nei secoli successi la storia del Piemonte cominciò ad essere collegata per tradizione all’ascesa di Casa Savoia

Nonostante lo scioglimento dell’Impero Carolingio e l’ascesa di ricche e potenti Marche feudali – come quelle Aleramiche e Arduiniche di Ivrea – l’Italia nord-occidentale non aveva una denominazione chiara.

I centri urbani e le attività locali diventavano più numerose e intraprendenti, facendo, così, sorgere il bisogno di dare termini più precisi ai diversi territori. Questi ultimi ormai erano costantemente impegnati in guerre e diatribe.

Infatti, fu proprio nell’arco di tempo tra il X e il XII che comparvero le prime menzioni ufficiali e documentate del termine “Piemonte”.

Una delle prime fu quella della Contessa Adelaide di Susa, che in un documento del 1075 fece riferimento a un luogo dal nome “pedem montium”. Letteralmente “ai piedi dei monti”.

Oltre a questo fatto, la figura di Adelaide di Susa è strettamente legata alla storia regionale per un’altra ragione. La contessa, figlia di Olderico Manfredi marchese di Torino, sposando Oddone di Savoia unificò parte dei territori piemontesi con quelli della dinastia sabauda. Questa era una casata francese che possedeva gli omonimi territori d’oltralpe fin dai tempi di Umberto I Biancamano, suo capostipite.

I primi conti di Savoia di certo non erano piemontesi e, dal principio, il loro potere derivava dal controllo dei valichi alpini sulle Alpi Cozie.

Quindi si può dire che la storia del Piemonte inizi praticamente con un matrimonio che permise ai Savoia di affacciarsi per la prima volta sull’Italia. Ma bisognerà aspettare ancora molto tempo prima che si cominci a riconoscere il Piemonte. Non solo come una realtà geografica, ma anche e soprattutto, come un’entità politico-culturale.

Statua del duca Vittorio Amedeo II

Dal ‘400 infatti si consolida gradualmente l’uso del toponimo “Piemonte”

Verso la metà del XV secolo, Amedeo VIII, dapprima Conte di Savoia e poi primo Duca sabaudo, creò per il primogenito Amedeo, il Principato del Piemonte.

Un primo e vero territorio piemontese chiaro e delimitato, al quale seguirà il titolo di Principe di Piemonte per tutti gli eredi al trono di Casa Savoia.

A quel punto cominciò a farsi strada l’idea che il Piemonte fosse il territorio governato dai Savoia, ma ancora non era la regione attuale.

Il Duca Emanuele Filiberto, dopo aver sconfitto l’esercito francese a San Quintino, e aver ristabilito i territori del Ducato, comprese che il futuro di Casa Savoia si sarebbe indirizzato verso l’Italia e non più verso la Francia.

Per questa ragione infatti, nel 1563 Torino divenne ufficialmente la nuova capitale del Ducato e i Savoia riuscirono così ad allargare i possedimenti piemontesi, consolidandoli ulteriormente con il trasferimento della Sacra Sindone da Chambery alla nuova capitale.

Infatti nel ‘600 il Ducato di Savoia arrivava fino alla linea che da Aosta, Ivrea, Biella e Vercelli, scendeva poi a Torino per inglobare anche Pinerolo e Cuneo, ma non oltre.

Asti per esempio, almeno fino al Settecento non era parte del Piemonte, così come non lo erano neanche Casale, Alessandria e tutto il Monferrato.

Quest’ultimo oggi è considerato piemontese, ma in realtà fino al ‘600 era un regno indipendente, una nazione a sé, con una propria identità culturale.

Da sempre infatti era stato governato dai Marchesi del Monferrato e poi dai Gonzaga di Mantova.

I quali nel 1618 dovettero far fronte alle mire espansionistiche di Carlo Emanuele II, che con le sue truppe cercò ripetutamente di invaderli.

I cronisti dell’epoca infatti, parlano delle insurrezioni dei contadini monferrini, “che insorgono contro le atrocità dei piemontesi”. Questi a pochi chilometri di distanza dalla loro capitale, venivano considerati come stranieri e per di più anche invasori, completamente estranei dalla cultura locale.

Analogamente si potrebbero fare tanti altri esempi: come Novara e Alessandria, che al tempo non erano Piemonte proprio per niente.

Anzi, la loro storia c’entra più con il Ducato di Milano che con quello di Savoia e non è un caso infatti che, nel XVII secolo, presso le corti degli attuali capoluoghi di provincia piemontesi si parlasse spagnolo.

Tuttavia un luogo comune è quello di dire che, nonostante le corone diverse, alla fine le società erano le stesse.

Ma anche questo fatto non è corretto e basterebbe anche solo parlare dell’Inquisizione del ‘500 per sfatarlo: un periodo dove la Chiesa perseguitava e condannava, attraverso appositi tribunali, tutti i cospirazionisti. Questi tribunali in effetti funzionavano solo a seconda che gli stati fossero disposti a collaborare.

E i Savoia, nonostante la loro risaputa ortodossia, negarono ogni infiltrazione della Chiesa nel loro governo, boicottando di fatto l’intero meccanismo inquisitorio. Al contrario invece, nel tribunale del Ducato di Milano, l’Inquisizione funzionava eccome.

Questo voleva dire che, se al tempo si passava da Torino ad Alessandria, nella prima si incontrava una città dove non c’era nessun tipo di colluttazione religiosa, mentre la seconda era colma di prigioni e famiglie legate all’Inquisizione, che avevano il potere di condannare qualsiasi tipo di intransigenza.

Come si evince quindi, questi e altri fattori esplicano chiaramente quelle che fossero le differenze tra il Piemonte sabaudo e quello “straniero“.

Ma comunque un Piemonte che avrebbe dovuto aspettare ancora molto per avvicinarsi al suo aspetto attuale.

Stemma ducato savoia: due leoni dorati in piedi che abbracciato unao scudo crociato rosso e bianco
Stemma ducato Savoia

Tra il Seicento e il Settecento, il Piemonte sabaudo inizia a farsi spazio nel panorama internazionale

La lenta ma inesorabile ascesa del Ducato di Savoia tra i grandi stati europei è scaturita sostanzialmente da due secoli di continue guerre e diatribe.

Nella metà del XVII secolo infatti, il Duca Carlo Emanuele I decise di portare avanti un’innovativa politica di rafforzamento militare, attraverso la conquista di Saluzzo e soprattutto del Monferrato.

Ne scaturì quella che oggi chiamiamo come Guerra civile piemontese, ma che di ‘civile’ all’epoca aveva molto poco.

Proprio per il fatto che lo scontro vide l’intervento di grandi potenze europee, come la Francia a fianco dei Savoia.

O come il Sacro Romano Impero e la Spagna in appoggio ai monferrini sostenitori del dissidente Tommaso Francesco di Savoia.

L’audacia di Carlo Emanuele I nel conflitto gli portò grande fama in tutta Europa, e soprattutto nella penisola italiana.

Una fama che incrementò ulteriormente grazie al posteriore regno di Vittorio Amedeo II.

Nel corso della sua monarchia infatti, la “Volpe Savoiarda” si trovò più volte a dover fronteggiare le stravaganze espansionistiche della Francia borbonica, per poi subirne la più minacciosa nel 1706, anno dell’Assedio di Torino.

L’Assedio si concluse con la sconfitta delle truppe di Luigi XIV e la formidabile vittoria per il Ducato di Savoia.

La rilevanza del successo fu tale che presto in tutta Europa si venne a sapere delle incredibili gesta dei piemontesi. Una vittoria che provocò stupore e ammirazione in tutte le corti del continente.

Ma non bisogna dimenticare anche il fondamentale aiuto che Eugenio di Savoia offrì alla causa sabauda che, al servizio degli Asburgo, difese valorosamente la capitale della sua dinastia.

Quindi, la fama del principe Eugenio e i trionfi di Vittorio Amedeo II permisero finalmente al Piemonte sabaudo di sedersi al tavolo “dei grandi”.

Gli anni che seguirono portarono di fatto all’annessione della Sardegna, determinando la nascita del nuovo e omonimo Regno nel 1720 e di un vivace sviluppo economico e amministrativo.

Con la fine dei contratti servili, si diffusero le mezzadrie e fiorirono i rapporti commerciali con le grandi potenze d’Europa. Positiva fu anche la predisposizione della nuova struttura politica a riforme più democratiche e moderne, per le quali si venne poi a formare una burocrazia al passo coi tempi.

Gestita da un élite moderna ed efficiente, che adottò un piano di sollecitazione economica e sociale attraverso la costruzione di numerose opere pubbliche.

Quadro della prima guerra di Risorgimento tra truppe Piemontesi e Austriaci

Il nuovo Piemonte “sardo” nell’Ottocento

Attraversate la Rivoluzione francese e il periodo della Repubblica cisalpina di Napoleone, il rinnovato Piemonte del 1815 divenne presto un polo di attrazione di ideali patriottici, romantici e risorgimentali.

Una particolarità senza dubbio incentivata dal futuro Re Carlo Alberto, risaputo sostenitore dei movimenti liberali e promulgatore della prima vera Costituzione del Regno: lo Statuto Albertino.

Il Regno di Sardegna, dal 1821 sotto il reame di Carlo Alberto, si trovò per la prima volta di fronte alla possibilità di portare avanti il processo d’indipendenza dell’Italia.

La prima guerra d’indipendenza contro l’Austria portò a nulla di fatto e con l’esercito sconfitto e l’abdicazione di del Re Carlo Alberto in favore di Vittorio Emanuele II. Il nuovo monarca comprese che lo Stato aveva bisogno di fare un grande passo in avanti nel processo di rimodernizzazione.

Ciò nonostante, nel 1848, il Piemonte comprese che era arrivato di portarsi sulle spalle il Risorgimento nazionale.

Infatti, data l’impossibilità di realizzare l’unificazione attraverso una Federazione di Stati governata dal Papa, il Regno di Sardegna confermò la sua intraprendenza e con un nuovo esercito all’avanguardia dichiarò per l’ennesima volta guerra all’Austria.

Ne scaturì la Seconda Guerra d’indipendenza, durante la quale il contingente franco-piemontese sconfisse più volte gli austriaci, obbligandoli all’armistizio. La Pace di Villafranca portò alla conclusione delle ostilità, ma non solo:

La Francia, ottenne come ricompensa del suo intervento la Savoia e Nizza, a discapito del Piemonte, il quale, d’altro canto, si appropriò della Lombardia.

Palazzo Carignano di Torino illuminato di notte col tricolore italiano
Palazzo Carignano a Torino

Era il 1859, ma il Risorgimento non era ancora compiuto

Successivamente alla spedizione dei Mille di Garibaldi nel Sud Italia, si sciolse il Regno delle Due Sicilie e insieme, vista la situazione, molti altri stati dell’Italia Centrale, decisero di unirsi alla causa piemontese.

Nel 1861 infatti, Vittorio Emanuele II, in accordo con Garibaldi, prese il controllo di tutta la penisola, applicando il sistema politico piemontese a tutti gli stati, ora appartenenti al nuovo Regno d’Italia.

Tuttavia alla nascita della nuova Italia, seguì di pari passo anche la decentralizzazione del Piemonte dal governo risorgimentale.

Torino, già capitale del Regno di Sardegna, venne automaticamente proclamata come nuova capitale, sebbene già dal 17 marzo del 1861 in molti vedevano Roma come la vera capitale morale.

Roma e buona parte del Lazio infatti costituivano ancora lo Stato della Chiesa, sotto la sovranità papale e la protezione delle truppe francesi di Napoleone III.

L’unificazione non era ancora conclusa e così per ottenere il ritiro dell’esercito francese dallo Stato Pontificio, la Francia chiese in cambio di proclamare una nuova capitale d’Italia per dimostrare la fine dell’interesse verso Roma.

La scelta cadde su Firenze, che dal 1865 fu capitale del Regno.

La questione si concluse una volta per tutte nel 1870, anno in cui la conquista di Roma, conclusasi con la Breccia di Porta Pia, elevò la città eterna a prima città del Regno d’Italia.

I decenni che seguirono portarono alla rivoluzione industriale di tutto il Nord-Ovest, ma specialmente del Piemonte, che registrerà un altissimo tasso di crescita fin agli inizi del Novecento.

Questa eccelenza, porterà di fatto a rendere il Piemonte una delle regioni più prospere della Penisola, diventando una delle principali mete di immigrazione dal Meridione.

L’ascesa della FIAT e delle industrie di matrice fordista mutarono drasticamente il tessuto sociale e urbano della regione, a partire da Torino.

Tutti processi che vennero messi in ginocchio durante la Seconda guerra mondiale, quando la regione fu il bersaglio principale dei bombardamenti alleati e covo della Resistenza partigiana.

La conclusione della guerra portò poi al declino della monarchia filo-sabauda, per far posto alla nuova Repubblica nel 1948.

In occasione della quale il Piemonte assunse la sua conformazione attuale, cedendo i territori di Tenda e Barcelonetta alla Francia, e consentendo la separazione della Valle d’Aosta, divenuta ormai regione autonoma a statuto speciale.

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