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Dagli Aragonesi fino all’Italia Unita: la storia del Regno di Sardegna

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Il dominio aragonese e quello sabaudo fecero del Regno di Sardegna una delle monarchie più bramate dalle potenze europee nel corso dei secoli

Il Regno di Sardegna ha sempre rappresentato un fondamentale crocevia per le tratte commerciali e il controllo del Mar Mediterraneo.

La sua storia inizia a partire dal secondo millennio avanti Cristo con il periodo nuragico, per poi giungere in età medievale con i “Giudicati”, gli Aragonesi e i Savoia nel XVIII secolo.

Non è un caso infatti che sull’isola sarda si parlino tutt’ora il catalano, lo spagnolo e il francese, oltre al sardo e all’italiano.

Tutte lingue originate da secoli di conquiste e diatribe, che hanno forgiato l’isola dei Quattro Mori e i suoi abitanti.

Isola della Sardegna vista dall'alto

Ufficialmente il Regno di Sardegna nasce nel 1297

Nel 1294 salì al soglio pontificio Papa Bonifacio VIII.

Il Papa anagnino cercò fin da subito di risolvere, o per meglio dire, di approfittare, della Guerra del Vespro scoppiata in Sicilia tra gli Aragonesi e gli Angioini, per arricchire le tasche del Vaticano.

Alla conclusione del conflitto, istituì il “Regnum Sardinae et Corsicae“, un compromesso per risolvere la disputa tra le due famiglie reali.

Si trattava però di un reame puramente teorico, sotto il controllo della Chiesa, ma infeudato da Giacomo II di Aragona in cambio del pagamento di una rendita annuale.

L’atto di nascita del Regno di Sardegna quindi, fu sostanzialmente una licenza di invasione offerta dalla Chiesa di Roma agli Aragonesi.

Tuttavia l’isola in quel periodo era spartita dal Giudicato di Arborea e dai domini diretti dei Doria di Genova e dei Marchesi di Pisa.

Ed è forse proprio per questo motivo che il Papa volle liberarsi della fastidiosa influenza pisana, genovese e arborea.

In quanto, dato il loro scarso prestigio, non costituivano una alleato conveniente, tanto quanto poteva esserlo il Regno d’Aragona.

Quest’ultimo in particolare si interessò alla Sardegna proprio perché essa rappresentava un importante punto strategico per le rotte mercantili verso il Medio Oriente.

Cartina Regno di Sardegna

Così nel 1323, l’esercito iberico invase la Sardegna

L’invasione si concluse con la conquista di Castrum Calari (l’attuale Cagliari) e poi di tutti i territorio pisani insieme al Giudicato di Arborea, che in seguito divenne un vassallo del nuovo Regno aragonese di Sardegna.

Per 25 anni gli arborei accettarono la situazione, ma presto decisero di scendere in guerra contro gli oppressori stranieri, alleandosi con i genovesi.

L’impresa fu un successo, il Giudice Mariano IV d’Arborea e suoi successori riuscirono a riconquistare l’intera isola nel 1392.

Tuttavia l’occupazione da parte del Giudicato durò poco più di trent’anni.

Nel 1420 infatti, l’isola venne venduta agli Aragonesi e i confini ritornarono ad essere quelli del 1324.

La dominazione spagnola (sancita con il matrimonio di Ferdinando d’Aragona e di Isabella di Castiglia nel 1469) durerà poi fino al 1713, anno in cui il controllo dell’isola cominciò sempre di più ad avvicinarsi ai Savoia.

Nel 1720 la Sardegna entra in possesso dei Duchi di Savoia

Un esito che ebbe come suo origine, la morte del Re di Spagna Carlo II d’Asburgo nel 1700.

Che, senza eredi, palesò il problema della successione al trono dell’Impero spagnolo.

Il quesito si risolse apparentemente con la scelta di Filippo di Borbone, imparentato con il Re di Francia Luigi XIV.

Un fatto che però non piacque alle potenze europee, le quali avrebbero preferito un Asburgo sul trono di Spagna.

Ad ogni modo, Filippo venne poi proclamato Re e scoppiò così la guerra di successione spagnola, tra Spagna e Francia da lato, contro Inghilterra, Austria, Prussia, Portogallo, Paesi Bassi e il Ducato di Savoia dall’altro.

Dopo 13 anni di sanguinose battaglie e con Torino, che a stento era riuscita a sopravvivere all’assedio del 1706, la guerra si concluse nel 1714.

Alla pace di Utrecht venne comunque riconosciuta la Corona spagnola a Filippo V di Borbone, a patto che quest’ultimo concedesse alcuni dei suoi territori alle altre potenze alleate.

In questo contesto il Ducato di Savoia ottenne Nizza, il Monferrato, la Val di Susa e Pinerolo insieme alla Sicilia, grazie alla quale la casata sabauda garantì il titolo di Re a Vittorio Amedeo II di Savoia.

D’altro canto invece, la Sardegna finì sotto il controllo degli Asburgo d’Austria.

Ma distanza di pochi anni, nel 1717, Filippo V tentò di riconquistare le isole perdute del Mediterraneo, inviando una contingente di spedizione che in poco tempo occupò tutta l’isola sarda.

A questo punto mancava la conquista della Sicilia, la quale però si rivelò un’impresa troppo difficile da realizzare.

Nel 1720, la Spagna si trovò quindi a dover firmare il Trattato dell’Aia come potenza sconfitta, dove si stabilì il passaggio del Regno di Sardegna sotto il controllo di Casa Savoia.

Busto in marmo di Vittorio Amedeo II

Il 16 luglio del 1720 Vittorio Amedeo II divenne il primo Re sabaudo del Piemonte e del Regno di Sardegna

Con l’ottenimento dell’isola dei Quattro Mori i Savoia formarono una federazione di Stati composta dal territorio continentale del Principato di Piemonte, che comprendeva il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza, nonché da quello insulare del Regno di Sardegna.

Entrambi territori con proprie leggi e istituzioni, che ufficialmente si unirono sotto il nome di “Regno di Sardegna“, data la maggiore rilevanza del titolo di quest’ultimo.

Ciò nonostante stiamo parlando di monarchie che avevano un proprio e singolare sistema legislativo, ma si differenziavano per un abisso in termini economici e politici.

Proprio per questa ragione le grandi potenze europee intimarono ai Savoia di non cambiare le istituzioni sarde già esistenti, feudalesimo compreso, così come anche i privilegi delle classi aristocratiche locali.

Anche se a dire il vero, il Piemonte non era proprio entusiasta dello scambio con la Sicilia, in quanto non fu eguale dal punto di vista politico ed economico per la famiglia reale.

In effetti, la Sardegna aveva ormai subito le conseguenze di secoli di incompetenza spagnola, ma un titolo regio, soprattutto se gratuito, non veniva mai rifiutato.

I sardi quindi si ritrovarono per l’ennesima volta a sottostare alle decisioni altrui senza potersi opporre.

La Sardegna del 1720 destava in condizioni decisamente disastrose

L’economia era praticamente inesistente, con città in stato di decadimento e una popolazione irrimediabilmente povera, che sfiorava il 90% di analfabetismo.

Forse per questi motivi, i Re sabaudi non sentirono mai il bisogno di mettere piede sull’isola, almeno fino al 1799, quando l’invasione napoleonica gli obbligò all’esilio (il governo sardo era comunque nelle mani di un Viceré).

In ogni caso, per risolvere l’arretratezza del nuovo territorio, la corona piemontese cercò di agire con la nomina di Giovanni Battista Bogino, nel 1759, come ministro della Sardegna.

Cercando poi di introdurre il volgare italiano come lingua principale, a scapito dello spagnolo e del sardo, e nuove facoltà universitarie a Cagliari e a Sassari, per fronteggiare l’oscurantismo generale.

Rimedi che però non riuscirono a mutare nel complesso la situazione.

I feudatari sardi continuavano a “torchiare” il popolo sardo con ingenti tributi e imposte, tanto da causare carestie e povertà in tutti i comuni dell’isola.

Mentre ogni tentativo di riforma avanzato fallì miseramente, favorendo così il fenomeno del banditismo.

Era evidente quindi come il Regno di Sardegna andasse a due velocità: con il Piemonte lanciato verso l‘illuminismo e lo sviluppo industriale, e la Sardegna, che ancora dipendeva da un’arretrata e primordiale economia fondiaria.

Moneta del Regno di Sardegna

Le condizioni dell’isola non migliorarono certamente nel 1789

Il 14 luglio di quell’anno infatti, i francesi, con la presa della Bastiglia, misero fine alla monarchia dei Borbone.

Cercando poi in seguito di esportare la rivoluzione in tutto il continente europeo.

La Sardegna ovviamente, data la sua posizione strategica, rientrò fin da subito nel mirino della nuova Repubblica francese, la quale inviò una flotta d’invasione per cercare di conquistarla.

Di fronte al rischio di perdere i proprio poteri, i feudatari sardi si prepararono per l’imminente invasione.

Così quando i francesi arrivarono sull’isola nell’1793, incontrarono la strenua difesa dei sardi, che li costrinsero a ritornare verso l’Esagono.

Il tutto mentre Vittorio Amedeo III di Savoia non fece niente per intervenire in difesa del suo Regno isolano.

Comunque, con la vittoria, i nobili sardi approfittarono della situazione per chiedere rivendicazioni al sovrano sabaudo, il quale accettò soltanto la proposta della Reale Udienza (la camera dei deputati sarda) senza neanche ricevere la delegazione a Torino.

Constata l’ingratitudine di Vittorio Amedeo III, nel 1794 scoppiò a Cagliari una rivolta popolare che portò poi alla fuga di tutti i funzionari governativi.

Ne seguì un breve periodo di indipendenza sarda, che al contempo però intendeva mantenere la fiducia nei confronti di Casa Savoia.

Questa iniziativa durò poco più di qualche mese, e presto i piemontesi tornarono in Sardegna.

Vittorio Emanuele I Savoia

L’esilio della corte sabauda in Sardegna

Nel 1799, dopo che Napoleone invase il Piemonte, il Re Carlo Emanuele IV e la sua corte dovettero rifugiarsi in Sardegna, di preciso al palazzo regio di Cagliari.

Dopo quasi un secolo dall’annessione, era la prima volta che un sovrano sabaudo regnante metteva piede sull’isola.

Il soggiorno sardo della famiglia reale durò almeno fino al 1814, quando con la sconfitta definitiva di Napoleone, Re Vittorio Emanuele I poté tornare a Torino.

Ma al contempo, con il Congresso di Vienna, il Regno di Sardegna ottenne Genova e la Liguria, mentre non mutò l’arretratezza della Sardegna.

I primi tentativi di progresso sembrarono arrivare nel 1820, quando Vittorio Emanuele I emanò l’editto delle chiudende, un primo passo verso la proprietà privata.

Si autorizzava cioè la recinzione dei terreni, fino a quel momento demaniali, con l’obiettivo si modernizzare l’agricoltura sarda.

L’editto però non causò altro che danni, infatti furono i feudatari ad appropriarsi dei terreni, ora privati.

Iniziò così la disputa tra gli agricoltori e i pastori, che si trovarono i pascoli montani recintati e, quindi, inaccessibili.

Furono inoltre tolti i terreni al lavoro comunitario, togliendo quel poco su cui potevano contare i lavoratori più poveri.

Una situazione non proprio idilliaca, soprattutto alla vigilia del 1821.

Il Regno di Sardegna in quegli anni dovette affrontare i moti rivoluzionari del 1821

Nel 1821 si accesero le prime rivolte in tutto il regno continentale, difficili da gestire anche perché, queste, erano supportate in segreto da Carlo Alberto di Savoia.

Ma l’aiuto promesso dal Principe ai ribelli venne meno, poco prima che scoppiasse l’occupazione della Cittadella di Torino.

La capitale sabauda era sull’orlo di una guerra civile e quindi Vittorio Emanuele I preferì abdicare, in favore di Carlo Felice che però, data la sua assenza, cedette il trono al nipote Carlo Alberto.

Il nuovo sovrano concesse poi la prima Costituzione del Regno, subito ripudiata da suo zio che da lì a poco lo destituì.

Ma mentre sul continente, il Piemonte si affacciava a nuovi processi di modernizzazione, la Sardegna, al contrario, doveva ancora fare i conti con un forte squilibrio sociale ed economico.

Dove tutte le risorse primarie e secondarie dell’isola erano sotto la gestione straniera, determinando una sorta di sistema economico quasi coloniale, mentre le ribellioni popolari erano sempre più frequenti e il banditismo continuava a imperversare in tutta l’isola.

Per risolvere la situazione quindi, lo Stato sabaudo lentamente si avviò per l’abolizione del feudalesimo in Sardegna.

Prima con un editto che abolì il lavoro obbligatorio nei confronti del feudatario, per poi, nel 1836, abrogare completamente il diritto dei Signori ad amministrare la giustizia.

Solo in seguito, nel 1840, avvenne l’abolizione del Feudalesimo, che permaneva ormai dal 1324.

Responsabile, senza dubbio di queste innovazioni, fu Carlo Alberto di Savoia che salì al trono nel 1831, alla morte di Carlo Felice.

Il primo monarca sabaudo appartenente alla dinastia dei Savoia – Carignano, che insieme alla ventata di novità, con l’ascesa del ramo cadetto, portò il Piemonte verso un politica più liberalista.

Nel 1847 avviene la “fusione perfetta” del Regno di Sardegna

Bisogna ricordare come la Sardegna, all’interno della Federazione, mantenesse un proprio parlamento (la Reale Udienza) e delle proprie leggi pubbliche, diverse da quelle piemontesi.

Senza ombra di dubbio, sedere al parlamento di Palazzo Carignano a Torino era molto più prestigioso e ambito rispetto a quello sardo.

In tal caso, nel 1847, i funzionari sardi e alcuni signori dell’isola spinsero per avere l’omologazione del sistema amministrativo, per la quale sarebbero stati tolti i dazi inter-regionali, in modo da facilitare i commerci.

Fu così quindi, che il Re Carlo Alberto concesse la “fusione perfetta” nel 1847 tra la Sardegna e i territori continentali, abbandonando la Federazione e dando vita a uno Stato unico.

La Sardegna perse totalmente la sua autonomia, confluendo in un’unico Stato, i quali interessi si avvicinavano sempre di più all’idea di unire sotto un’unica bandiera la penisola italiana.

Il Regno di Sardegna attraversa la “Primavera dei popoli”

Nel biennio ’48 – ’49 l’intera Europa venne scossa da rivolte e insurrezioni popolari, che misero a repentaglio l’autorità delle monarchie ristabilitesi con il Congresso di Vienna.

Ovviamente anche il Regno di Sardegna non ne fu escluso.

Nel 1848 infatti, Carlo Alberto promulgò lo Statuto Albertino, la prima vera costituzione del Regno di Sardegna e successivamente, la penisola italiana vide anche l’insurrezione di Venezia e di Milano contro il governo austriaco.

Approfittando della momentanea debolezza di questi, il Re di Sardegna si pose a capo di un’alleanza di Stati italiani che dichiararono guerra agli Asburgo.

La Prima Guerra d’Indipendenza si concluse purtroppo con la sconfitta dei sabaudi, e Carlo Alberto preferì abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II.

In seguito, nel 1852, Camillo Benso Conte di Cavour divenne primo ministro del Regno di Sardegna, cercando l’appoggio di potenze europee che si mettessero a fianco dei Savoia contro l’Austria.

Riguardo a questo intento, una svolta importante avvenne con la partecipazione sabauda alla Guerra di Crimea del 1859.

Infatti, il coinvolgimento diretto del Regno di Sardegna garantì al primo ministro di portare all’attenzione delle altre potenze la questione italiana.

Abbracciata in seguito da Napoleone III di Francia, che promise il suo appoggio ai Savoia in caso di aggressione da parte dell’Austria.

Tuttavia la Seconda Guerra d’Indipendenza portò a un nulla di fatto: il Regno di Sardegna si trovava per l’ennesima volta da solo contro gli austriaci e la sconfitta fu quindi inevitabile.

Incontro Garibaldi e Vittorio Emanuele II a Teano

L’Unificazione italiana dovette aspettare il 1861 per il suo compimento

Nel maggio del 1860, la Spedizione dei Mille, guidata da Garibaldi, sbarcò in Sicilia per liberare dai Borboni il Regno delle Due Sicilie.

Un’impresa appoggiata di nascosta dal Regno di Sardegna, che non poteva esplicitare i suoi intenti per timore della reazione di Napoleone III.

Comunque, lo sforzo garibaldino riuscì in pochi mesi a risalire la penisola e a cacciare Francesco II di Borbone.

Il tutto mentre l’esercito sardo affrontava le truppe pontificie nelle Marche.

Garibaldi e Vittorio Emanuele II si incontrarono poi a Teano il 26 ottobre del 1860.

Da quel momento, il plebiscito indetto dal governo sabaudo portò alla conclusione dei processi risorgimentali il 17 marzo del 1861.

Sancendo così la fine del Regno di Sardegna e la nascita del Regno d’Italia.

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