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Porte Palatine: la storia del più antico monumento di Torino

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Le Porte Palatine di Torino rimangono uno dei simboli indiscussi dell’origine romana della città.

Nei secoli hanno cambiato più volte nome e funzione ma, incredibilmente, si sono conservate fino ai giorni resistendo a più di 2000 anni di storia.

Porte Palatine viste dall'alto Torino
Porte Palatine: la storia del più antico monumento di Torino

Porte Palatine, o meglio: la Porta Palatina

Tra i torinesi è uso comune riferirsi al complesso romano con il nome “Porte Palatine”.

In realtà, la formula più corretta sarebbe quella al singolare in quanto ci stiamo riferendo ad una delle porte del quadrilatero romano.

Per essere precisi la porta nord della cinta muraria che proteggeva la città duemila anni fa, quando Torino ancora si chiamava Iulia Augusta Taurinorum.

Se vogliamo andare ancor più nel dettaglio, “Porta Palatina” non fu neanche la sua denominazione originaria.

I romani, infatti, la chiamavano Porta Doranea, associandola alla Dora che le scorreva vicina.

Altrimenti veniva identificata come Porta Principalis Dextera, ossia la porta d’accesso a nord del Cardio Massimo.

Quella a sud, invece, era la Porta Principalis Sinistra (o Porta Marmorea). Diversamente dalla Porta Palatina, di questo accesso non abbiamo più tracce.

Sappiamo solo che smantellarono la porta nel Trecento e la abbatterono definitivamente nel Seicento con l’ampliamento della città.

Le altre due porte di Iulia Augusta Taurinorum erano la Decumana (a est) e la Pretoria (a ovest) in corrispondenza con il Decumano Massimo della città romana.

Dalla porta Pretoria, quella che guarda a Susa, fino al XIII secolo passavano i pellegrini che si dirigevano a Roma. Dalla porta Decumana, invece, sono passate persino principi e principesse.

Dagli ultimi scavi effettuati in piazza Castello, infatti, sono emersi i resti dell’antica porta romana inglobata proprio nel castello medievale dei Principi d’Acaja divenuto poi Palazzo Madama.

Ognuna con la propria storia, le porte romane di Torino hanno segnato la trasformazione della città.

Ma ce n’è una, in particolare, che ha stravolto il suo essere per secoli per poi tornare ad essere (quasi) al suo stato originario: è la Porta Palatina.

Le Porte Palatine testimoni del passaggio di corone e dominazioni

Il nome Porta Palatina, o Porte Palatine, ha origine solo in epoca longobarda, quando Agilulfo, prima di diventare – nel 591 – re dei Longobardi, istituì il proprio ducato a Torino.

A dare il nome alla porta fu proprio il Palazzo (o Palatium) di Agilulfo, eretto nell’attuale piazzetta IV Marzo, a pochi passi dal Duomo.

È conosciuto oggi con il nome di “Casa del Senato” e rappresenta uno degli edifici più antichi di Torino.

Per molti anni ancora il palazzo mantenne la sua funzione di potere e proprio per questo motivo la Porta Palatina assunse tale nome.

Era un modo per richiamare la sua vicinanza con il Palatium, o Curia Ducis, la residenza del duca, insomma.

Dopo la dominazione longobarda, altri poteri signorili misero le mani sulla città, ma la porta mantenne sempre la sua funzione, senza subire particolari ritocchi.

Nel 1400 ci fu un primo restyling alla merlatura delle torri. Poi fu la volta di un tondo in stucco affisso attorno al 1500.

In rilievo si notavano le lettere IHS a indicare il nome di Cristo in greco.

Il medaglione doveva servire a far allontanare il maligno e a mantenere la città sotto l’influsso religioso.

Dello stucco, purtroppo non abbiamo più traccia. I restauri ottocenteschi, infatti, lo rimossero dalla sua sede per poi rattoppare la cavità con altri mattoni.

Con l’istituzione del Ducato di Savoia, nel 1563, Torino iniziò a sentirsi stretta tra le mura del castrum romano.

Ma fu solo con Carlo Emanuele I, nel 1620, che la città vide un primo ampliamento urbanistico. Torino iniziò a svilupparsi verso sud: nacque via Roma (all’epoca via Nuova) e piazza San Carlo (la piazza reale dove si affacciavano le botteghe).

Ma anche quella che oggi conosciamo come “Porta Nuova“, ossia il nuovo accesso alla città che prese il posto dell’antica Porta Marmorea.

Le Porte Palatine, intoccabili a nord, non vennero neanche considerate tra i rifacimenti della città.

Mentre, un secolo dopo, fu la parola di un architetto a salvarle da un vile destino.

Le Porte Palatine diventano carcere

Quando Torino divenne capitale del Regno, la pianta urbanistica subì un nuovo ampliamento. Si portò a termine il Palazzo Reale e piazza Castello si adornò con nuovi edifici – tra questi il celebre Teatro Regio – a esaltare la maestosità dei Savoia.

Anche l’ultima porta civica, secondo i piani di Vittorio Amedeo II, doveva essere smantellata per far posto a più moderne costruzioni.

Le Porte Palatine, dunque, dovevano essere abbattute definitivamente.

Al loro posto doveva sorgere una nuova porta civica, posizionata all’incrocio tra via Milano e piazza della Repubblica e disegnata dal grande Filippo Juvarra.

Fortunatamente, un uomo riuscì a far cambiare idea al re.

Era l’architetto militare Antonio Bertola che all’ultimo convinse Vittorio Amedeo a salvaguardare la struttura e il suo valore.

Le Porte Palatine fecero comunque una fine non proprio rispettabile: i Savoia adibirono l’edificio a carcere cittadino. La parte superiore, poi, la adibirono ad alloggi per i custodi.

Durante l’epoca napoleonica le torri continuarono ad essere usate come carcere militare e poi come penitenziario femminile.

Gli spazi angusti e oscuri rendevano davvero difficoltosa e sofferta la reclusione dei detenuti.

A questo periodo risalgono le cosiddette “bocche di lancio“, le finestrelle che vediamo sulle torri delle Porte Palatine.

In epoca romana, infatti, tali aperture non c’erano, si tratta di un’aggiunta settecentesca per favorire l’aerazione nelle carceri, ed erano un utile canale di scarico.

Per oltre un secolo, insomma, le Porte Palatine videro solamente criminali, prostitute e poveri mendicanti. Un pot-pourri di degrado.

Porte Palatine 1860

I primi lavori di restauro nel 1872

Nella seconda metà dell’Ottocento, un valente archeologo – Carlo Promis – e un fecondo giornalista – Davide Bertolotti – inviarono al Comune un progetto di restauro che coinvolgeva le Porte Palatine.

I lavori ebbero inizio nel 1872: si incominciò con il cancellare tutto ciò che non era romano.

Via le merlature a coda di rondine delle torri. Al loro posto posero degli elementi quadrati in pietra.

Via anche parte delle costruzioni che erano addossate alle torri.

E via l’intonaco dagli archi minori (quelli adibiti al passaggio delle persone) che, fino ad allora, erano rimasti chiusi.

Dei due archi maggiori, dove anticamente passavano i carri, uno solo conservava ancora le forme originali. L’altro è stato ricostruito più volte nel tempo.

Tutti e quattro mantengono ancora le feritoie dove scorrevano le saracinesche per chiudere l’accesso.

Il corpo centrale (dove erano stati ricavati gli appartamenti per i custodi del carcere) ospitò prima una scuola di musica poi un’accademia di disegno.

Con il laterizio chiusero poi le finestrelle delle ex celle e il varco lasciato dalla rimozione del medaglione in stucco del 1500.

Ancora oggi si possono notare i rattoppi fatti con mattoni simili a quelli romani ma più sottili, messi appositamente per creare un distacco (non troppo visibile) tra originale e non.

Restauro Porte Palatine 1912
Porte Palatine: la storia del più antico monumento di Torino

Un secondo e un terzo restauro

I lavori per riportare in luce le Porte Palatine furono ripresi da Alfredo d’Andrade e Cesare Berta.

Il primo architetto portoghese, da sempre affascinato dal Piemonte, il secondo ingegnere torinese che curò moltissimi restauri di antichi edifici.

Insieme cercarono di rimediare ai palliativi dei loro predecessori.

Tolsero le merlature quadrate in pietra e, solamente in una delle due torri, le sostituirono con delle nuove in laterizio.

La scelta fu puramente didattica: il torrione est venne lasciato scarno, senza alcun tipo di merlatura, per sottolineare la difficoltà nel rievocare il suo aspetto originario. Specialmente dopo 2000 anni di storia!

Il restauro subì una lunga interruzione con l’incombenza della guerra e proseguì solamente negli anni Trenta con il governo fascista.

Intorno alle Porte Palatine si creò un grande piazzale dove collocare due grandi statue in rappresentanza di Cesare e Augusto, a sottolineare l’origine romana di Torino.

Si tratta di riproduzioni in bronzo di due originali in marmo conservati entrambi a Roma, una al Museo della Civiltà Romana e una ai Musei Vaticani.

Gli ultimi lavori sono stati eseguiti dagli architetti Isola, Durbiano e Reinero, includendo anche un favoloso giardino da cui emergono i resti archeologici.

Giardini delle Porte Palatine Torino
Porte Palatine: la storia del più antico monumento di Torino

Visitare le Porte Palatine

Il sito archeologico delle Porte Palatine si può visitare liberamente, a qualsiasi ora del giorno.

Passando per il centro storico di Torino, basta imboccare via Porta Palatina, una traversa di via Garibaldi, e proseguire dritto finché la porta romana non emergerà dal profilo cittadino.

Nei dintorni si può ammirare anche:

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