Gipo Farassino: biografia del cantautore torinese, carriera artistica e ruolo nella cultura popolare piemontese

Da Alessandro Maldera
Maggio 04, 2026

Gipo Farassino è stato una delle voci più riconoscibili della Torino popolare del Novecento. Cantautore, attore, autore teatrale e in seguito anche politico, ha raccontato quartieri, periferie, ironie, malinconie e contraddizioni della città con uno stile personale e immediatamente riconoscibile. Inoltre, il suo nome resta legato non solo alla canzone piemontese, ma anche a un’idea precisa di Torino: concreta, orgogliosa, diffidente, ferita eppure piena di dignità.
– Cresciuto tra Barriera di Milano e Porta Palazzo
– Debutto discografico nei primi anni Sessanta con Le canssôn d’ Porta Pila
– Soggiorno da orchestrale in Medio Oriente
– Contratto con la Fonit Cetra e successo tra anni Sessanta e Settanta
– Attività teatrale in piemontese avviata nel 1970
– Ingresso in politica con Piemont Autonomista nel 1987
– Eletto deputato nel 1992 ed europarlamentare nel 1994
– Ritorno alla scena artistica negli anni Duemila
– Morte a Torino l’11 dicembre 2013
Chi era davvero Gipo Farassino
Giuseppe Farassino, per tutti Gipo, nacque a Torino l’11 marzo 1934 e morì nella stessa città l’11 dicembre 2013. Nel corso della sua vita fu cantautore, attore e politico, ma ridurlo a una sola etichetta sarebbe un errore. Infatti, la sua figura attraversa più mondi: la musica d’autore, il dialetto piemontese, il cabaret, il teatro di prosa, il cinema, la politica regionale e nazionale, fino alla memoria simbolica della città.
Considerato da molti come uno dei nomi più importanti della canzone d’autore italiana, fu anche un vero caposcuola della canzone torinese. E non a caso: nelle sue canzoni Torino non fa da sfondo, ma diventa materia viva, lessico, ritmo, atmosfera e personaggio.
Le origini: Barriera di Milano, Porta Palazzo e il mondo popolare torinese
Per capire Gipo Farassino, bisogna partire da dove veniva. La sua voce nasce infatti dalla Torino popolare, quella delle barriere, delle case di ringhiera, dei quartieri operai, della povertà che non si lamenta troppo ma che non dimentica nulla. Lui stesso proveniva da Barriera di Milano, una delle zone simbolo della città proletaria.
La famiglia aveva origini vercellesi, dal quartiere Cappuccini, e Gipo nacque e visse in via Cuneo 6, vicino a Porta Palazzo, la storica Pòrta Pila del dialetto torinese. Quel luogo sarebbe rimasto nella sua memoria e persino nelle sue canzoni, fino a diventare quasi un marchio autobiografico.
Anche l’ambiente familiare ebbe un certo peso. Il padre, Alessandro Farassino, era sassofonista, quindi la musica non era affatto qualcosa di estraneo o lontano. Tuttavia, il cuore del suo immaginario non fu mai il salotto. Fu piuttosto la strada, il quartiere, il cortile, la barriera.
La formazione e i primi passi nella musica
Dopo il diploma in ragioneria, Farassino imparò a suonare la chitarra e il contrabbasso. Cominciò quindi a esibirsi nelle balere e nei locali del Piemonte, alternando canzoni proprie e brani della tradizione recuperati e riarrangiati.
Già qui si vede bene una caratteristica fondamentale del suo lavoro: da un lato la scrittura personale, dall’altro il rapporto vivo con il patrimonio popolare. Non era un semplice recuperatore folklorico, però non voleva neppure staccarsi dalle radici. E infatti la tradizione, per lui, fu sempre una leva creativa, non una gabbia.
Gli pseudonimi, i primi dischi e Porta Pila come mondo poetico
Il debutto discografico arrivò dopo alcuni 45 giri locali, incisi dapprima con lo pseudonimo di Tony D’Angelo e poi con il nome Giuseppe. Il primo vero 33 giri uscì alla fine del 1960 in collaborazione con il cantante folk torinese Riz Samaritano.
Quel disco si intitolava Le canssôn d’ Porta Pila ed era una raccolta di canzoni popolari in piemontese. Accanto ai due nomi principali compariva anche Giuanin ’d Porta Pila, ma si trattava in realtà di un altro nome di copertura dello stesso Farassino. I due dischi successivi portarono ancora lo stesso titolo e, nel terzo, comparve per la prima volta il nome Gipo.
Questa fase iniziale è importante perché fissa subito due assi del suo lavoro: il dialetto e Torino popolare. Porta Palazzo, infatti, non è mai solo un luogo geografico. Nelle sue canzoni diventa un piccolo universo umano.
L’esperienza all’estero e la svolta tra Milano e Torino
Dopo questi primi anni, Gipo si trasferì per un periodo in Medio Oriente, dove lavorò come orchestrale. Tornato in Italia, si esibì per qualche tempo a Milano, soprattutto al Derby Club, proponendo monologhi, canzoni originali e traduzioni di Georges Brassens.
Questo passaggio fu decisivo. Da un lato lo mise in contatto con una scena più ampia; dall’altro gli permise di ottenere un contratto con la Fonit Cetra, che allora aveva ancora sede a Torino, in via Bertola 34. Iniziň così la fase dei 45 giri che fecero circolare il suo nome anche fuori dal Piemonte.
Tra i brani più importanti di quel periodo ci sono Sangon Blues, Serenata ciôcatôna, Porta Pila e Matilde Pellissero, poi raccolti nel 1967 nell’album Auguri.
La scrittura teatrale e gli spettacoli del 1967
Il 1967 non fu importante solo per la musica. In quell’anno Farassino scrisse, insieme ai giornalisti della Gazzetta del Popolo Piero Novelli e Dino Tedesco, tre spettacoli teatrali: Cerea Turin, presentato al Teatro Alfieri, Militari, borghesi e ragazze, andato in scena al Teatro Gobetti, e Conoscete Matilde Pellissero?, anch’esso al Gobetti tra la fine del 1967 e l’inizio del 1968.
Questi spettacoli contenevano già alcune delle sue canzoni più note, come Porta Pila, Lice Cagnasso, Serenata Ciôcatôna ed Ël 6 ëd via Coni. In sostanza, la sua identità artistica si stava già definendo in modo completo: canzone, monologo, teatro, ironia, lingua piemontese e racconto urbano.
Il 1968 e la maturità artistica
Il 1968 fu un anno decisivo. In quel momento uscì Avere un amico, considerato uno dei suoi dischi migliori. L’album conteneva canzoni in italiano come Non devi piangere Maria, La mia città e Il bar del mio rione, ma accanto a queste restavano fortissime anche le canzoni in piemontese, come ’L tolè ’d Civass e Porta Pila.
Tra i brani più forti c’è sicuramente La mia città, che offre una rappresentazione lucidissima e amarissima di Torino: una città fredda, operaia, piena di ciminiere, dura con chi la abita eppure impossibile da cancellare. Proprio qui si vede bene la forza di Farassino: riusciva a cantare Torino senza abbellirla e senza rinnegarla.
Il disco ebbe un buon successo, soprattutto di critica, e fu seguito da Due soldi di coraggio, spesso considerato il suo album più riuscito.
Le canzoni più note e il rapporto con gli ultimi
Nel repertorio di Farassino convivono malinconia, ironia, cabaret e attenzione sociale. Le sue canzoni raccontano le miserie e le nobiltà della gente comune, gli amori storti, i travet torinesi, le vite di barriera, i perdenti e gli esclusi.
Tra i suoi brani più ricordati ci sono Avere un amico, Remo la barca e Ballata per un eroe. Remo la barca, pubblicata prima su 45 giri, è una ballata su un suicida e richiama in parte il tono di Fabrizio De André. Ballata per un eroe, invece, è un brano antimilitarista che nel 1970 suscitò perfino interrogazioni parlamentari quando Farassino lo portò al Cantagiro, a causa del suo testo giudicato disfattista.
Questo sguardo verso gli ultimi è uno dei punti che lo avvicinarono proprio a De André. In quegli anni Farassino era vicino al Partito Comunista Italiano, e con De André condivideva soprattutto l’attenzione per i poveri, gli scartati e i margini. Emblematica, in questo senso, è la canzone Maria dij gat, dedicata a una gattara di quartiere, personaggio fragile e insieme tenerissimo.
Tra censure, festival e canzoni scomode
Nel 1970 la sua canzone Senza frontiere venne respinta al Festival di Sanremo perché il testo, duramente critico verso la guerra in Vietnam e in Biafra, fu considerato inadatto al pubblico televisivo. Nello stesso anno prese parte anche alla Mostra internazionale di musica leggera con Quando lei arriverà, pubblicata su 45 giri con Ho ritrovato Dio sul retro.
Questa fase conferma un tratto costante di Gipo: non aveva paura di toccare temi scomodi, anche quando questo comportava chiusure o contrasti con i circuiti più ufficiali.
Il teatro, il cabaret e la lingua piemontese
Accanto alla musica, Farassino sviluppò una forte attività teatrale. Nel repertorio in piemontese si avvicinò spesso al cabaret e all’umorismo, ma senza mai scadere nel bozzettismo semplice. Cantava i personaggi torinesi con intelligenza, precisione e una malinconia di fondo che li rendeva veri.
Iniziň anche un’intensa attività nel teatro di prosa in lingua piemontese, avviata nel 1970 con la compagnia fondata insieme a Massimo Scaglione. Questa dimensione teatrale diventerà una parte stabile della sua identità artistica, fino agli ultimi anni.
Gipo attore tra cinema, televisione e spettacolo dal vivo
Negli anni Settanta, Farassino lavorò anche come attore cinematografico. Nel 1972 recitò in Uccidere in silenzio, film di Giuseppe Rolando dedicato al tema dell’aborto, con Gino Cervi, Ottavia Piccolo e Sylva Koscina. Nel 1973 apparve in La bottega del caffè, tratto da Goldoni e diretto da Edmo Fenoglio, e nel 1974 in Un uomo, una città di Romolo Guerrieri.
Allo stesso tempo, continuava la sua produzione musicale. Nel 1971 pubblicò il doppio dal vivo Gipo a sô Piemont, dove emergono benissimo anche le sue capacità di intrattenitore, per esempio nella celebre La predica. Seguono album come Uomini, bestie e ragionieri del 1973, La patria cita, basato su poesie piemontesi, e Guarda che bianca lun-a, dove reinterpreta canzoni di Angelo Brofferio.
Nel 1972 la sua canzone Quando qualcuno va fuori schema divenne la sigla del programma televisivo Sapere. Nel 1974 registrò per la RAI il disco-spettacolo C’è che vole e chi non pole: grassie li stesso, insieme alla moglie Lia Scutari.
Gli anni Settanta e la collaborazione con Paolo Conte
Dopo un altro album dal vivo, Recital Gipo, il 1977 fu l’anno di Per la mia gente, disco molto significativo perché segnò la collaborazione con altri autori piemontesi. In particolare, Paolo Conte scrisse per lui la toccante Monticone e venne reinterpretata anche Per ogni cinquantennio. Il fratello di Paolo, Giorgio Conte, firmò invece Virginia nel bagno e compose la musica di La mia gente e Girano, quest’ultima diventata abbastanza nota anche per il suo gioco ironico e ambiguo già nel titolo.
Questa fase mostra quanto Farassino fosse dentro una rete viva di autori piemontesi, non come monumento isolato ma come artista in dialogo continuo con altri mondi creativi.
Gli anni Ottanta e il progressivo spostamento verso la recitazione
Negli anni Ottanta i dischi incisi dopo l’abbandono della Fonit Cetra non ottennero più il successo dei lavori precedenti. Tuttavia, dal vivo Farassino continuò ad avere un pubblico fedele. Per questo, nel decennio, privilegiò sempre più l’attività di attore, pur continuando a incidere qualche album.
Negli anni Novanta, invece, si dedicò soprattutto alla politica, pur senza abbandonare del tutto la musica. Continuò infatti a pubblicare qualche CD, spesso con nuovi arrangiamenti di vecchie canzoni e alcuni brani nuovi, come Mamma mia che calura! e Se hai gambe cammina, contenuti nel disco Ridatemi Amapola del 1998.
L’impegno politico: dal Piemont Autonomista alla Lega Nord
La parabola politica di Gipo Farassino va raccontata senza far finta che sia un dettaglio. Nel 1987, allontanatosi dalla linea revisionista del PCI, diede vita al movimento Piemont Autonomista, nato da una scissione di fuoriusciti dall’Union Piemontèisa di Roberto Gremmo.
Alle elezioni politiche del 1987, la nuova formazione si presentò come Piemont Autonomia Regionale e raccolse 72.064 voti alla Camera, pari allo 0,19% nazionale e al 2,2% in Piemonte. Nel 1989 il movimento entrò nella Lega Nord, aderendo alla sezione piemontese presieduta da Mario Borghezio.
Alle elezioni regionali del 1990 Farassino fu eletto consigliere regionale in Piemonte con 11.900 preferenze nella circoscrizione di Torino. Nel 1992 venne eletto alla Camera dei deputati, nella circoscrizione Torino-Novara-Vercelli. Nel 1994 fu candidato al Senato con il Polo delle Libertà, ma venne sconfitto da Franco Debenedetti.
L’esperienza al Parlamento europeo e in Regione Piemonte
Farassino si candidò anche alle europee del 1989. Nel maggio 1994 entrò al Parlamento europeo, subentrando a Francesco Speroni, e venne poi rieletto alle europee dello stesso anno.
Nel corso del mandato fu vicepresidente della delegazione alla commissione parlamentare mista UE-Malta. Inoltre, fece parte della Commissione per i trasporti e il turismo, della delegazione per le relazioni con Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca e Slovenia e della Commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale.
Nel 1996 lasciò gli incarichi di partito, sostituito da Domenico Comino. Più tardi, tra il 2004 e il 2005, fu assessore regionale all’identità piemontese nella giunta di centrodestra guidata da Enzo Ghigo.
Il ritorno alla musica, al teatro e alla scrittura
Negli anni Duemila, Farassino tornò a rimettere al centro l’attività artistica. Nel 2001 fece un tour in Sudamerica con lo spettacolo Agli amici. Nel 2005, però, la sua vita fu colpita da un dolore enorme: morì in un incidente stradale la figlia Caterina Farassino, fotografa molto nota a Torino, soprattutto nell’ambiente musicale, dove aveva lavorato anche con Subsonica e Africa Unite.
Nonostante il colpo durissimo, Gipo decise di tornare comunque in scena e presentò il recital farassino@torino.acapo, realizzato con il Folkclub di Torino e con la regia di Franco Lucà.
Nel 2007 pubblicò il romanzo Viaggiatori paganti, in molte parti chiaramente autobiografico, ambientato nella Torino degli anni Cinquanta e costruito attorno alla figura di un ragazzo che cerca di vivere di musica. Il libro venne poi ristampato nel 2010 da Priuli & Verlucca e nello stesso anno vinse il premio Biella Festival “Un libro per lo spettacolo”.
Gli ultimi riconoscimenti e il ritorno sul palco
Nel 2008 partecipò per la prima volta in carriera al Premio Tenco. Invece, nel 2010, su invito del direttore dello Stabile di Torino, Mario Martone, allestì lo spettacolo Stasseira, con la regia di Massimo Scaglione, che ripercorreva l’intera carriera musicale e teatrale di Gipo.
Nel 2012 uscì anche il libro Frammenti di Barriera, una sorta di fotografia ironica e affettiva del quartiere natale e dei suoi abitanti di un tempo.
Le canzoni e i lavori da ricordare subito
– Remo la barca
– Ballata per un eroe
– La mia città
– Porta Pila
– Serenata ciôcatôna
– Matilde Pellissero
– Sangon Blues
– Maria dij gat
– Per la mia gente
– Gipo a sô Piemont
– Ridatemi Amapola
Il dialetto, il travet e la Torino vera
Uno degli aspetti più forti di Gipo Farassino è il suo uso del dialetto piemontese. Non lo usava per colore locale e basta. Lo usava perché era lo strumento giusto per nominare certe vite, certe ironie, certe umiliazioni, certi modi di stare al mondo.
Cantava in piemontese quando serviva, ma non ne era prigioniero. Sapeva renderlo popolaresco, gergale, tenero, satirico oppure più alto, a seconda del testo. Inoltre, attraverso quella lingua, riusciva a dare voce a un mondo preciso: il travet, la piccola gente, la periferia, l’ultimo gradino della borghesia urbana, quella che lui stesso sentiva vicina alle proprie origini proletarie e contadine.
Il centro della sua poetica, in fondo, è proprio questo: i personaggi di barriera, la plebe minuta, il senso di giustizia, la solidarietà, la compassione, ma anche l’orgoglio piemontese e la diffidenza verso chi viene da fuori. Tutti elementi che emergono sia nelle canzoni sia nei testi più autobiografici e riflessivi.
La morte e la sepoltura
Gipo Farassino morì nella sua casa di Torino all’età di 79 anni, l’11 dicembre 2013. Per lui venne celebrato un funerale laico al Teatro Carignano, gesto perfettamente coerente con la sua figura pubblica e cittadina. Dopo la cremazione, le sue ceneri furono sepolte nel piccolo cimitero collinare di Pino Torinese, accanto alla moglie Lia Scutari e alla figlia Caterina.
Cosa è successo dopo la sua morte
La memoria di Farassino non si è spenta con la sua scomparsa. Nel 2014, la Commissione Toponomastica comunale di Torino deliberò l’intitolazione dei tratti dei Murazzi a nord e a sud del ponte Vittorio Emanuele I rispettivamente a Fred Buscaglione e a Gipo Farassino. La cerimonia ufficiale di intitolazione si svolse poi il 28 settembre 2017.
Nel 2016 fu presentato al Torino Film Festival il documentario Gipo, lo zingaro di Barriera di Alessandro Castelletto, dedicato alla sua vita e al mondo del suo quartiere, Barriera di Milano.
Infine, l’11 dicembre 2023, al secondo piano di Palazzo Lascaris, sede del Consiglio regionale del Piemonte, venne inaugurata una sala dedicata a lui.
Un testimone della cultura popolare piemontese
Nel 2006 Gipo Farassino fu premiato come Testimone della Cultura Popolare per la Provincia di Torino. Ed è un riconoscimento che ha molto senso. Non perché fosse un semplice custode del passato, ma perché seppe trasformare il patrimonio popolare in opera viva, moderna, ironica e personale.
La sua ricerca stilistica e tematica, avviata fin dai primi anni Sessanta, lasciò infatti un’impronta forte sia nella musica sia nel teatro. Inoltre, il suo modo di unire canzone d’autore, lingua locale, cabaret e memoria urbana resta ancora oggi piuttosto unico.
Perché Gipo Farassino conta ancora per Torino
Parlare di Gipo Farassino oggi significa parlare di una Torino che rischia spesso di essere raccontata solo in modo patinato, turistico o nostalgico. Lui invece ha tenuto viva un’altra città: quella delle barriere, dei Murazzi, dei travet, delle ironie amare, dei piccoli fallimenti, delle dignità tenute insieme con fatica.
Non fu soltanto un cantautore dialettale. Fu uno che riuscì a rendere artistica una materia che normalmente resta ai margini: la vita popolare torinese. Ecco perché continua a contare. Perché senza di lui una parte della voce profonda della città sarebbe semplicemente meno chiara.
Una voce simbolo della Torino del Novecento
Gipo Farassino è stato uno dei cantautori più rappresentativi di Torino, capace di raccontare con ironia, malinconia e precisione il mondo delle barriere, dei travet e della gente comune. Nato nel 1934 e morto nel 2013, ha costruito una carriera tra musica, teatro, cinema e politica, alternando canzoni in italiano e in piemontese. Tra i suoi brani più noti si ricordano Avere un amico, La mia città, Remo la barca, Ballata per un eroe e Porta Pila. Il suo nome resta ancora oggi legato alla memoria più popolare e autentica di Torino.
Delucidazioni e risposte sul Gipo Farassino
Gipo Farassino, all’anagrafe Giuseppe Farassino, fu un cantautore, attore e politico nato a Torino nel 1934 e morto nel 2013. È considerato una delle figure più rappresentative della canzone torinese e piemontese del Novecento.
Perché gran parte della sua opera nasce dalla Torino popolare, dalle barriere, da Porta Palazzo, dal mondo del travet e delle periferie. Nelle sue canzoni la città non è solo ambientazione, ma identità profonda.
Tra i brani più noti si ricordano Avere un amico, Remo la barca, Ballata per un eroe, La mia città, Porta Pila, Serenata ciôcatôna e Maria dij gat.
Sì. Dopo aver fondato nel 1987 il movimento Piemont Autonomista, entrò nella Lega Nord, fu consigliere regionale, poi deputato e infine europarlamentare. In seguito fu anche assessore regionale all’identità piemontese.
Sì. Tra i suoi libri più noti ci sono Viaggiatori paganti, uscito nel 2007, e Frammenti di Barriera, pubblicato nel 2012.
Sì. Dopo la sua morte, Torino gli ha intitolato un tratto dei Murazzi e nel 2023 gli è stata dedicata una sala a Palazzo Lascaris. Inoltre, nel 2016 il Torino Film Festival ha presentato un documentario sulla sua vita.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



