Cardinale Agostino Richelmy: il volto della Torino cattolica tra Ottocento e Novecento

Da Alessandro Maldera
Aprile 17, 2026

Il Cardinale Agostino Richelmy è una figura chiave per capire la Torino cattolica tra fine Ottocento e Primo Novecento. Nato e morto in città, passò da Ivrea alla guida dell’Arcidiocesi di Torino, lasciando un’impronta fatta di dottrina, tensioni interne e opere concrete. Eppure, oltre le etichette, resta soprattutto un protagonista del Piemonte nel tempo delle grandi fratture: modernismo, stampa cattolica, guerra e povertà.
Richelmy: eventi chiave tra Ivrea, Torino e Consolata
• 1850: nasce a Torino (29 novembre)
• 1866: volontario garibaldino nella guerra austro-prussiana
• 1873: ordinazione sacerdotale a Torino (fonti: 25 aprile / 25 ottobre)
• 1876: primo aggregato al Collegio dei teologi della nuova facoltà pontificia torinese
• 1886: eletto vescovo di Ivrea (7 giugno); consacrazione a Torino (28 ottobre)
• 1897: passa alla sede metropolitana di Torino; ingresso solenne (28 novembre)
• 1899: creato cardinale da Leone XIII (titolo: Sant’Eusebio)
• 1901–1910: sostegno decisivo all’Allamano e alle opere della Consolata
• 1915: assistenza intensa in guerra; ausiliare Bartolomasi nominato vescovo di campo
• 1923: muore a Torino (10 agosto); memoria legata al Santuario della Consolata
• 1949: traslazione della salma alla Consolata (28 settembre)
Dalle origini torinesi alla vocazione
Richelmy nacque a Torino il 29 novembre 1850. La famiglia veniva indicata come antica e nobile (con radici anche nel Delfinato), e comunque il profilo sociale era alto. Il padre Prospero Richelmy, ingegnere e docente, è ricordato come figura centrale dell’ambiente tecnico torinese e come cofondatore e rettore del Politecnico di Torino. Figura di grande spessore a cui la città ha dedicato una via nel quartiere Nizza -Millefonti. E anche la madre Lidia Realis, di famiglia eporediese, aveva origine nobiliare certa.
All’inizio studiò in casa, seguito da due sacerdoti maestri legati alle scuole municipali. Poi frequentò scuole cittadine come il ginnasio pubblico Monviso inoltre, nella sua formazione classica vengono ricordati ambienti torinesi come il liceo classico Massimo d’Azeglio. Senza dimenticare l’istituto Paterno, voluto da Francesco Faà di Bruno e retto da religiosi. In quegli anni, infatti, Torino era un laboratorio cattolico vivissimo. La famiglia era descritta come “cattolicissima” e in contatto con figure-simbolo del Piemonte religioso, da Cottolengo a Cafasso fino a don Bosco.
E qui arriva un dettaglio che stona e, proprio per questo, dice molto: nel 1866 Richelmy si unì ai volontari garibaldini nella guerra austro-prussiana. Più tardi, inoltre, si racconta che tenesse la camicia rossa anche sotto l’abito talare, quasi a portarsi addosso una contraddizione che Torino conosce bene: patria sabauda e città del Risorgimento, insieme.
Studi teologici e primi incarichi a Torino
Richelmy non entrò subito in seminario “da interno”: come accadeva in famiglie del suo rango, seguì il percorso da chierico esterno presso la facoltà teologica dell’Università di Torino. Nel frattempo fu aggregato al clero di San Filippo, uno degli ambienti ecclesiastici più vivaci della città.
Sull’ordinazione sacerdotale le fonti non coincidono perfettamente: viene indicata a Torino nel 1873, con data oscillante tra 25 aprile e 25 ottobre. In ogni caso, subito dopo iniziò a insegnare: prima come ripetitore di teologia morale in seminario. E, quando nel 1873 furono abolite le facoltà teologiche nelle università statali, la formazione si riorganizzò. Infatti, il 18 maggio 1876 Richelmy risultò il primo a conseguire l’aggregazione al Collegio dei teologi della nuova facoltà pontificia presso il seminario arcivescovile torinese. Per un biennio insegnò teologia fondamentale; poi, nel 1884, fu inviato a Roma dall’arcivescovo Gaetano Alimonda per trattare anche l’istituzione della facoltà legale, che venne concessa. Di conseguenza, Richelmy insegnò diritto canonico fino al 1886.
Vescovo di Ivrea: pastorale, organizzazione e prudenza (1886–1897)
Il salto arrivò presto: il 7 giugno 1886, a soli 36 anni, fu eletto vescovo di Ivrea. Fu consacrato il 28 ottobre 1886 dal cardinale Alimonda nella chiesa di San Carlo a Torino; tuttavia poté entrare in diocesi solo il 24 aprile 1887, perché l’exequatur tardò ad arrivare.
A Ivrea Richelmy puntò inizialmente più sulla dimensione spirituale che su quella sociale del cattolicesimo organizzato. Però, col tempo, dovette misurarsi con le pressioni romane: l’Opera dei Congressi in diocesi si sviluppò davvero solo dal 1895, anche perché la sua riluttanza venne superata dall’insistenza pontificia. Quindi convocò un’adunanza che rifondò il comitato diocesano e favorì pure la nascita dell’Unione agricola. Nel 1896, durante celebrazioni legate alla beatificazione (da lui sostenuta) del vescovo irlandese Taddeo Makar – con reliquie venerate nella cattedrale eporediese – si consolidò definitivamente l’organizzazione diocesana.
Nel frattempo fu attento al clero, al seminario (che sostenne anche con denaro personale) e alla stampa locale, favorendo il periodico Il Pensiero del popolo. Eppure, già sul finire dell’episcopato eporediese, comparvero in diocesi “giovani” con sensibilità più democratico-cristiana, segno che anche nel Canavese e nel Torinese stava cambiando l’aria.
Arcivescovo e cardinale a Torino: governo diocesano e stampa cattolica
Nel 1897 Richelmy venne chiamato alla sede più pesante del Piemonte: Torino. Fu nominato arcivescovo (nelle ricostruzioni appare la data del 18 settembre 1897) e trasferito alla metropolia (ricordata anche la data del 26 luglio 1897); fece il solenne ingresso il 28 novembre. Due anni dopo, Leone XIII lo elevò a cardinale nel concistoro del 18 giugno 1899, con il titolo di Sant’Eusebio (in alcune ricostruzioni compare anche la data del 19 giugno). Nel 1911, inoltre, optò per il titolo di Santa Maria in Via.
A Torino, però, la sua linea si fece progressivamente più moderata. All’inizio ci furono aperture, ma poi Richelmy cercò di contenere le spinte democratico-cristiane che in città erano forti anche tra i cattolici. In particolare, si scontrò con correnti che ruotavano attorno a iniziative e programmi ritenuti troppo autonomi. Allo stesso tempo, però, promosse la dimensione “sociale” in chiave leoniniana attraverso scritti come La democrazia cristiana inculcata ai chierici dell’arcidiocesi di Torino (1903).
Nel 1903 fondò anche il giornale Il Momento. E non fu un dettaglio: quel progetto editoriale si inseriva nella Torino dove la stampa cattolica cercava una via tra intransigenza e moderatismo. In seguito, nel novembre 1912, il giornale entrò nel trust della stampa cattolica italiana, seguendone poi la parabola politica.
“Malleus modernistarum”: la battaglia dottrinale e le tensioni interne
Se c’è un’etichetta che inseguì Richelmy, è quella legata alla lotta al modernismo. Dal 1905 in avanti condannò ripetutamente le correnti di riformismo religioso, anche prima dell’enciclica Pascendi. Fu severo al punto da guadagnarsi l’appellativo di malleus modernistarum, arrivando a espellere chierici ritenuti sospetti di “contagio” dottrinale.
Eppure, paradossalmente, non aderì agli eccessi degli integristi: figure come i fratelli Scotton lo accusarono anzi di troppa indulgenza. Quindi il quadro è più ruvido e più umano: Richelmy stava “al centro” di un conflitto interno, e Torino – città politica per definizione – amplificava ogni frattura.
Inoltre la sua salute non fu stabile. Per questo chiese di essere affiancato da vescovi ausiliari e li scelse spesso con sensibilità anche più progressiste della sua, quasi a bilanciare il proprio moderatismo in una diocesi dove esistevano orientamenti sociali e politici molto marcati. Tra i nomi ricordati: Luigi Spandre (1899–1909, poi vescovo di Asti) e Giovanni Battista Pinardi (1916–1923, per cui è stata introdotta la causa di beatificazione). L’unica eccezione citata spesso è Angelo Bartolomasi (1909–1915). Le visite pastorali, tuttavia, non vennero completate: anche qui, quindi, il limite pratico si intreccia alla visione.
Torino religiosa: Salesiani, Consolata e nuove fondazioni
Pur nella durezza dottrinale, Richelmy mostrò attenzione forte alle congregazioni. Fu vicino ai Salesiani, allora guidati (fino al 1910) da don Michele Rua. E soprattutto sostenne Giuseppe Allamano: appoggiò la fondazione nel 1901 dell’Istituto Missioni Consolata e poi, nel 1910, quella delle missionarie della Consolata.
Nel 1906 ebbe come segretario personale Adolfo Barberis, che all’epoca non era ancora sacerdote. Nel 1913, inoltre, consacrò la nuova chiesa di Gesù Nazareno. Sono tasselli torinesi concreti: luoghi, persone, reti ecclesiali che raccontano come la città non fosse soltanto “fabbriche e politica”, ma anche una macchina religiosa capace di produrre istituzioni durature.
La Prima guerra mondiale: assistenza, esercito e Casa Savoia
Durante la Prima guerra mondiale, Richelmy partì da una postura tendenzialmente neutralista, che tuttavia si attenuò man mano che l’Italia si avvicinava all’ingresso nel conflitto. Dal maggio 1915, infatti, si immerse in un lavoro assistenziale intenso: aiuto ai profughi e sostegno ai militari feriti.
Una settimana dopo l’entrata in guerra dell’Italia, l’ausiliare Angelo Bartolomasi venne nominato vescovo di campo, incarico delicato per coordinare cappellani e servizio religioso nell’esercito. Il contesto torinese contava: il clero subalpino era ritenuto storicamente vicino a Casa Savoia e abituato a rapporti con l’aristocrazia, spesso presente nei gradi alti dell’esercito. Per i meriti collegati a quell’opera in tempo di guerra, Richelmy ricevette il Gran cordone dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.
Ultimi anni, morte e sepoltura alla Consolata
Nel dopoguerra Richelmy appoggiò le tendenze moderate del Partito popolare, ma criticò le spinte di autonomia dalle gerarchie ecclesiastiche. Proibì inoltre ai chierici la lettura del periodico Pensiero popolare. E, mentre la città cambiava velocemente, nel clero non mancarono critiche: si parlò di favoritismi e di una guida non sempre “di polso”.
Morì a Torino il 10 agosto 1923, a 72 anni. La sua memoria è legata soprattutto al Santuario della Consolata, dove si trova il monumento funebre-sepolcro. Qui, la salma fu traslata lì il 28 settembre 1949, provenendo dal Cimitero Monumentale
FAQ – Dubbi comuni sul Cardinale Agostino Richelmy
Fu un cardinale e arcivescovo di Torino, nato e morto in città (1850–1923), con un passaggio decisivo come vescovo di Ivrea e un ruolo centrale nella Chiesa piemontese tra Ottocento e Novecento.
Perché adottò una linea molto severa contro le correnti riformiste religiose, tanto da essere soprannominato malleus modernistarum. Tuttavia, allo stesso tempo, non si identificò con gli eccessi degli ambienti integrist
Sostenne l’Allamano nella fondazione dell’Istituto Missioni Consolata (1901) e appoggiò anche le missionarie della Consolata (1910). E così rafforzando una delle eredità religiose più riconoscibili della Torino del Novecento.
È legato al Santuario della Consolata a Torino: lì si trova il suo monumento funebre, e la salma fu traslata nel 1949 dal Cimitero Monumentale
Dopo una fase iniziale più prudente, si dedicò con intensità all’assistenza a profughi e feriti. Inoltre, in quel contesto, l’ausiliare torinese Bartolomasi divenne vescovo di campo, e Richelmy fu insignito del Gran cordone dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



