Gian Giacomo Planteri: biografia, opere principali e peso reale nella Torino del Settecento

Da Alessandro Maldera
Aprile 30, 2026

Gian Giacomo Planteri, noto anche come Plantery, fu una figura importante nella Torino del Settecento, non solo come architetto ma anche come uomo inserito nella macchina amministrativa della città. Nato a Torino nel 1680 e morto il 26 aprile 1756, lavorò tra edilizia civile, architettura religiosa e incarichi pubblici. Inoltre, la sua storia si intreccia con quella di famiglie, istituzioni e cantieri che aiutarono a trasformare la capitale sabauda in una città più strutturata, ordinata e ambiziosa.
Le opere più note e i cantieri da ricordare
– 1715: progetto del Palazzo Saluzzo Paesana a Torino
– 1718: sopralluogo ai lavori dell’abbazia di Santo Stefano a Ivrea
– Anni Venti: interventi nell’isolato di Santa Maria di Piazza e attività per Palazzo Siccardi
– 1725-1733: avvio della ricostruzione dell’Assunta presso Chieri
– 1729: progetto di Palazzo Cavour e del palazzo del Carmine
– 1733-1738: ricostruzione della chiesa di Santa Maria Assunta di Scalenghe
Chi era Gian Giacomo Planteri
Parlare di Gian Giacomo Planteri significa parlare di un professionista che si mosse tra tecnica, politica urbana e relazioni familiari influenti. Non fu solo un progettista di palazzi e chiese. Infatti, per molti anni fu anche una figura interna alla vita pubblica torinese, con mansioni che oggi potremmo avvicinare a quelle di un assessore ai lavori pubblici o di un tecnico comunale di alto livello.
Il suo nome compare spesso quando si parla di Torino settecentesca, perché operò in una fase in cui la città stava crescendo e riorganizzandosi. Tuttavia, il suo profilo è meno noto al grande pubblico rispetto ad altri architetti più celebrati. Eppure il suo peso reale, soprattutto in ambito civile e amministrativo, fu tutt’altro che marginale.
Le origini familiari e i primi anni
Planteri nacque a Torino nel 1680, da Giovanni Giacomo e Giovanna Maria. La famiglia proveniva da Briga, oggi La Brigue, in Francia. Il padre esercitava l’attività di prestatore di denaro, anche per somme rilevanti, e questo dettaglio aiuta a capire che il contesto familiare era economicamente attivo e ben inserito.
Una delle prime notizie documentate su di lui riguarda la concessione, valida per due anni, della detenzione, uso e porto di armi da fuoco “di misura” tra il 1697 e il 1699. Non è un’informazione centrale per la sua carriera architettonica, però è una delle prime tracce precise che lo riguardano. Inoltre, da un censimento effettuato nell’agosto del 1705, alle soglie dell’assedio franco-spagnolo di Torino del 1706, risulta che viveva di reddito.
I matrimoni e la famiglia
La vita familiare di Gian Giacomo Planteri fu articolata. Si sposò due volte. La prima moglie fu Cristina Maria Comune, che era sorella di Francesca Maria, madre del futuro ingegnere Bernardo Antonio Vittone. Quindi il legame tra Planteri e Vittone non fu solo professionale o generazionale, ma anche familiare.
Dal primo matrimonio nacquero sei figli: Clara Francesca, poi monaca a Villafranca Piemonte con il nome di suor Maria Adeodata; Angelina Caterina, sposata con il medico Stefano Benedetto Allione; Paolo Ignazio Francesco, sacerdote carmelitano con il nome di fra Deodato; Giovanni Amedeo Giuseppe, medico; Ludovico Francesco Giuseppe, avvocato; Maurizio Giuseppe, avvocato e prefetto di Mortara.
La seconda moglie fu Rosa Francesca Chiaves. Da questa unione, invece, non nacquero figli.
Formazione: un punto ancora poco chiaro
Su un aspetto decisivo, cioè la sua formazione da ingegnere, i dati sono incompleti. Non si conoscono con precisione i suoi studi giovanili e non è documentato in modo definitivo il percorso che lo portò a diventare architetto e tecnico.
Il problema, in parte, dipende dal fatto che non è arrivata fino a noi la sua biblioteca professionale, insieme agli strumenti di lavoro e ai disegni che nel 1746 aveva lasciato in eredità al figlio Giovanni Amedeo Giuseppe. Tuttavia, con un codicillo del marzo 1755, Planteri modificò quelle disposizioni e lasciò al figlio soprattutto abiti, biancheria e oggetti d’uso personale. Poiché nel codicillo non compaiono più riferimenti alla biblioteca e agli strumenti scientifici, si è ipotizzato che quel materiale possa essere passato al nipote Bernardo Antonio Vittone.
Anche sul piano dei maestri, quindi, si resta nel campo delle ipotesi. Si è supposto che Planteri possa essere stato allievo di Rocco Rubatti, oppure, in alternativa, che si sia formato nell’ambito di Michelangelo Garove. Però non esiste una prova definitiva che chiuda la questione.
La prima opera conosciuta
La prima opera nota di Planteri è la chiesa della Confraternita della Pietà a Savigliano, datata 1708. Questa realizzazione è stata giudicata da alcuni studiosi come una delle sue prove migliori nell’edilizia religiosa.
L’edificio ha una pianta esagonale, costruita con tre lati contrapposti e raccordati da superfici curve. Inoltre, la luce entra attraverso aperture collocate nella cupola e nel cupolino, creando un’aula molto luminosa e suggestiva. È un esordio interessante, perché mostra subito un’attenzione non banale alla spazialità e alla resa interna dell’edificio.
L’ingresso nella vita pubblica torinese
Nel 1712, Gian Giacomo Planteri entrò nel Consiglio decurionale di Torino come consigliere di seconda classe, non appartenendo alla nobiltà. Questo incarico non fu occasionale: lo mantenne infatti fino alla morte.
Da quel momento la sua figura non fu più solo quella di un professionista privato. Al contrario, diventò un uomo interno al sistema cittadino, attivo nei verbali degli Ordinati e coinvolto in una lunga serie di funzioni tecniche e amministrative. Fu due volte vicesindaco o sindaco di seconda classe di Torino, nel 1726 e poi nel 1751, da settembre a dicembre, in sostituzione dell’avvocato Giuseppe Marchetti.
Ricoprì inoltre altri incarichi: direttore del Monte di San Giovanni, chiavario, ragioniere, mastro di ragione, deputato per lo Spedale di Carità. In pratica, si trattava di un uomo che stava dentro l’amministrazione comunale in modo costante e non di facciata.
Il suo ruolo nei lavori pubblici di Torino
La parte forse più interessante della sua carriera è proprio questa: Planteri, pur essendo architetto, lavorò per il Comune con un ruolo che oggi potremmo definire quasi politico-tecnico. Secondo una lettura storica ormai consolidata, in più momenti si trovò a essere l’unico ingegnere presente nel Consiglio decurionale e quindi a svolgere funzioni simili a quelle attribuite oggi a un assessore ai lavori pubblici.
Il 1° gennaio 1726, il sindaco di Torino Carlo Amedeo Romagnano di Virle fu ricevuto da Vittorio Amedeo II insieme a Planteri. In quell’occasione, il sovrano espresse apprezzamento per l’amministrazione cittadina e lodò Planteri come “celebre architetto civile”. Non è un dettaglio da poco. Significa che la sua reputazione non era solo tecnica, ma anche istituzionale.
Inoltre, per conto del Comune, svolse un’attività professionale molto intensa, spesso a titolo gratuito. Esaminò anche altri professionisti che chiedevano di diventare estimatori, quindi agì pure come figura di controllo e selezione nel sistema tecnico cittadino.
Interventi concreti per la città
Tra i numerosi lavori seguiti per il Comune, alcuni sono particolarmente significativi. Nel 1713 disegnò la macchina per i fuochi di gioia celebrativi per il felice esito della guerra di successione spagnola. Invece, nel 1722 curò l’allestimento dei fuochi di gioia lungo via Po per il matrimonio di Carlo Emanuele III, principe di Piemonte, con Cristina di Sulzbach.
Nel 1723 seguì il trasloco della libreria di Sua Maestà, circa diecimila volumi, nella Biblioteca universitaria di Torino, insieme ai volumi della Biblioteca comunale, aperta già nel 1714. Nello stesso anno partecipò, con Giovanni Antonio Sevalle, al progetto di ricostruzione delle case dell’Università, anche se poi venne scelto il progetto di Francesco Gallo.
Più tardi, nel 1745, intervenne con Ignazio Bertola per la chiusa sul fiume Dora e per l’esame del progetto dello stesso Bertola relativo al ponte sulla Dora. Tutto questo rende chiaro che il suo lavoro non si limitava ai palazzi privati: riguardava anche infrastrutture, allestimenti pubblici e gestione concreta della città.
Il grande nome legato a Torino: Palazzo Saluzzo Paesana
Tra le opere più note di Gian Giacomo Planteri, quella che spicca davvero è il palazzo per il conte Baldassarre Saluzzo di Paesana, progettato nel 1715 e indicato anche come Palazzo Saluzzo Paesana. Si trattava di un edificio imponente, nato dentro il contesto del terzo ampliamento torinese verso Porta Severa.
Il palazzo era concepito in modo molto moderno per l’epoca. Al piano nobile si trovava l’abitazione del proprietario; al secondo piano c’erano alloggi per professionisti; al piano mansardato trovavano posto persone con minori disponibilità economiche. Inoltre, l’edificio era arricchito da un grande cortile con un ampio colonnato al primo piano. In sostanza, non era solo una residenza aristocratica, ma un organismo urbano complesso e molto ambizioso.
Gli interventi negli anni Venti e Trenta
Nel 1718 Planteri si recò a Ivrea per seguire i lavori dell’abbazia di Santo Stefano e del seminario annesso. Tornato a Torino, intervenne negli anni Venti sull’isolato in cui sorgeva l’antica chiesa di Santa Maria di Piazza.
È inoltre ben documentata la sua attività per Palazzo Siccardi in via Barbaroux, dove lavorarono con lui i lapicidi Francesco Aprile e Giacomo Domenico Fontana, oltre ai pittori Francesco Alberti, Agostino Emanueli e Domenico Guidobono. Nel 1725, poi, sostenne le ragioni del priore nella ricostruzione della parrocchiale di Riva presso Chieri, in contrapposizione alla posizione difesa dall’ingegnere Luigi Andrea Guibert per il conte Grosso di Bruzolo.
Tra il 1725 e il 1733 avviò la ricostruzione della chiesa parrocchiale dell’Assunta presso Chieri, opera poi completata dal nipote Bernardo Antonio Vittone. Questo passaggio è importante, perché mostra concretamente il legame tra le due figure.
Palazzo Cavour, il Carmine e la chiesa di Scalenghe
Nel 1729 progettò per il marchese Benso il Palazzo Cavour. Nello stesso anno lavorò anche per i carmelitani al palazzo del Carmine, oggi Convitto Umberto I, con l’eccezione dello scalone, che fu opera di Giovanni Pietro Baroni di Tavigliano nel 1741.
Nel 1733 progettò inoltre la ricostruzione della chiesa di Santa Maria Assunta di Scalenghe, che risultava terminata nel 1738. Anche questo intervento rientra tra i lavori religiosi più importanti a lui riferiti.
Le opere tradizionalmente attribuite e i casi più discussi
Qui bisogna stare dritti, perché la faccenda è semplice: alcune opere vengono spesso associate a Gian Giacomo Planteri, ma non tutte hanno una paternità documentata in modo sicuro.
Nelle sintesi più diffuse gli vengono collegati il Palazzo Cigliano del 1722, il Palazzo Capris di Cigliè del 1730, il rifacimento di Palazzo Siccardi e perfino Villa Amoretti, indicata con la data 1761, quindi posteriore alla sua morte. Vengono inoltre ricordate alcune chiese piemontesi, oltre a un generale ruolo di riorganizzatore dell’assetto urbanistico di Torino.
Tuttavia, studi più rigorosi precisano che per alcuni edifici la documentazione progettuale manca oppure è stata rimessa in discussione. In particolare, Palazzo Cigliano e Palazzo Capris di Ciglié, entrambi legati alle cosiddette volte planteriane, potrebbero essere attribuibili ad altri progettisti. Inoltre, dal suo catalogo vanno esclusi il palazzo di via Cavour 10, che è autografo di Benedetto Alfieri, e quello dei Fontana di Cravanzana in via Garibaldi 28. Quanto a Palazzo Novarina di San Sebastiano, è noto solo che Planteri fu coinvolto come rappresentante del Comune per l’acquisto di una casa vicina, non come progettista certo del palazzo stesso.
Insomma, la versione onesta è questa: Planteri fu sicuramente un nome importante, ma intorno al suo catalogo restano zone grigie che vanno tenute separate dalle opere documentate.
Il rapporto con Bernardo Antonio Vittone
Il legame tra Planteri e Bernardo Antonio Vittone non fu marginale. Da un lato c’era il rapporto familiare, perché la prima moglie di Planteri era zia di Vittone. Dall’altro, c’era una vicinanza professionale e patrimoniale che emerge in più punti.
La collaborazione tra i due contribuì alla nascita del Collegio delle Province, un’istituzione universitaria destinata alla formazione dei funzionari dello Stato sabaudo. Vittone preparò gratuitamente il progetto della sede del collegio, forse anche per accreditarsi in un momento in cui ambiva alla carica di primo architetto civile dopo la partenza di Filippo Juvarra per la Spagna. Inoltre, la costruzione fu sostenuta economicamente anche da Planteri, che acquistò un censo di entità cospicua.
Non solo. Come si è visto, la sorte finale della sua biblioteca e dei suoi strumenti scientifici potrebbe essere finita proprio nell’orbita di Vittone. Non c’è una prova definitiva, ma l’ipotesi è tutt’altro che campata in aria.
Non solo architetto: prestiti, finanza e collezioni
Planteri proseguì anche l’attività di prestatore di denaro, che nella famiglia era già presente e che il nipote Vittone avrebbe poi sviluppato su scala ancora maggiore. Questo aspetto, apparentemente laterale, in realtà aiuta a capire il suo profilo sociale: non solo tecnico e amministratore, ma anche uomo capace di muoversi nel credito e nei rapporti patrimoniali.
Proprio da questa attività emerge una notizia curiosa e importante per la storia dell’arte. Nel suo testamento compaiono infatti trentuno dipinti di Domenico Guidobono, pittore savonese, dati in garanzia per una somma concessa in prestito da Planteri. Le opere erano custodite nella sua abitazione fin dal 1726, tranne un grande quadro collocato nel salone del palazzo del conte Saluzzo e consegnato all’avvocato Antonio Viotti. Della sorte finale di questi dipinti, però, non si sa molto: le ricerche successive non hanno portato a risultati davvero soddisfacenti.
Il carattere del suo contributo a Torino
Ridurre Gian Giacomo Planteri a un semplice elenco di edifici sarebbe un errore. Il suo contributo più reale alla città sta infatti nell’incrocio tra architettura, lavori pubblici, amministrazione urbana e gestione tecnica. Non fu il genio isolato che vive solo nel disegno. Fu, più concretamente, uno dei professionisti che aiutarono Torino a funzionare, a crescere e a rappresentarsi come capitale moderna del Piemonte sabaudo.
Per questo viene ricordato anche come riorganizzatore dell’assetto urbanistico di Torino. Non nel senso di un singolo piano urbanistico firmato come oggi, ma come figura che, attraverso incarichi, cantieri, pareri, progetti e presenza costante nelle istituzioni, contribuì a modellare il volto della città.
La morte di Gian Giacomo Planteri
Gian Giacomo Planteri morì a Torino il 26 aprile 1756. Con lui si chiuse la parabola di un architetto che non sempre gode oggi della stessa notorietà di altri protagonisti del Settecento piemontese, ma che ebbe un ruolo concreto e prolungato nella vita urbana torinese.
In più, la sua figura resta importante proprio perché mostra una verità semplice: la trasformazione di una città non dipende solo dai nomi più celebri, ma anche da quei professionisti che stanno a metà tra progetto, istituzione e gestione del potere urbano.
Palazzi, chiese e cantieri legati a Gian Giacomo Planteri
- Chiesa della Confraternita della Pietà, Savigliano (1708)
- Palazzo Saluzzo Paesana, Torino (progetto del 1715)
- Interventi sull’isolato di Santa Maria di Piazza, Torino (anni Venti del Settecento)
- Palazzo Siccardi, Torino (rifacimento / interventi documentati negli anni Venti)
- Chiesa dell’Assunta presso Chieri (ricostruzione avviata tra 1725 e 1733, poi completata da Bernardo Antonio Vittone)
- Palazzo Cavour / Palazzo Benso di Cavour, Torino (1729)
- Palazzo del Carmine, oggi Convitto Umberto I, Torino (1729)
- Chiesa di Santa Maria Assunta di Scalenghe (progetto del 1733, conclusa nel 1738)
- Interventi per l’abbazia di Santo Stefano e il seminario, Ivrea (1718)
Opere spesso attribuite, ma non del tutto sicure
- Palazzo Cigliano, Torino
- Palazzo Capris di Cigliè, Torino
- Villa Amoretti, Torino
Gian Giacomo Planteri e la sua importanza per la Torino del Settecento
Gian Giacomo Planteri fu un architetto e tecnico torinese nato nel 1680 e morto nel 1756, attivo nella Torino del Settecento non solo come progettista ma anche come figura di primo piano nell’amministrazione cittadina. Entrato nel Consiglio decurionale nel 1712, mantenne l’incarico fino alla morte e svolse più volte funzioni assimilabili a quelle di un responsabile dei lavori pubblici, oltre a ricoprire il ruolo di sindaco di seconda classe nel 1726 e nel 1751. Tra le sue opere più note figurano il Palazzo Saluzzo Paesana, il Palazzo Cavour, interventi per Palazzo Siccardi, il palazzo del Carmine e la ricostruzione di alcune chiese piemontesi, tra cui quella di Santa Maria Assunta di Scalenghe. La sua figura, inoltre, è legata anche a Bernardo Antonio Vittone, suo nipote per parte di moglie, con cui condivise rapporti familiari, professionali e patrimoniali.
Risposte utili sull’architetto Gian Giacomo Planteri
Gian Giacomo Planteri fu un architetto e ingegnere torinese nato nel 1680 e morto nel 1756. Lavorò nella Torino del Settecento sia come progettista sia come figura tecnica molto attiva dentro l’amministrazione cittadina.
Tra le opere più note, quella che emerge con più forza è il Palazzo Saluzzo Paesana di Torino, progettato nel 1715 per il conte Baldassarre Saluzzo di Paesana
Planteri era legato a Bernardo Antonio Vittone anche sul piano familiare, perché la sua prima moglie era zia del celebre ingegnere. Inoltre i due condivisero interessi professionali e finanziari, e Vittone completò anche una chiesa avviata da Planteri presso Chieri.
No. Oltre all’attività di progettista, fu consigliere del Consiglio decurionale, sindaco di seconda classe, direttore del Monte di San Giovanni e figura tecnica di primo piano per i lavori pubblici del Comune di Torino.
Alcuni edifici tradizionalmente collegati a lui, come Palazzo Cigliano e Palazzo Capris di Ciglié, presentano attribuzioni non del tutto sicure. Altri, come il palazzo di via Cavour 10 e quello dei Fontana di Cravanzana, sono stati esclusi dal suo catalogo.
Morì a Torino il 26 aprile 1756.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



