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Carlo Emanuele III di Savoia: il “Carlin” di Torino

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La storia del Re del Barocco piemontese

Carlo Emanuele III fu il secondo monarca di Casa Savoia a fregiarsi del titolo di Re di Sardegna.

Da sempre oscurata dai successi del padre Vittorio Amedeo II, la figura di Carlo Emanuele III è passata alla storia come una delle più controverse della dinastia sabauda.

Vincitore della Battaglia di Guastalla e del colle dell’Assietta, il Re è stato il primo Savoia a entrare a Milano da vincitore, ben 100 anni prima del Risorgimento.

Durante il suo regno quarantennale, lo Stato sabaudo partecipò attivamente alle guerre di successione europee. arantendosi una posizione di rilievo all’interno panorama internazionale e acquisendo nuovi territori, il tutto mentre in Sardegna persisteva una situazione socio-economica retrograda e stagnante.

Ma lo stesso Re che portò, così, tanto prestigio al Piemonte in vita fu anche lo stesso in grado di imprigionare suo padre fino all’ultimo dei suoi giorni. Stabilì, infatti, una monarchia altamente militarizzata fondata sul ceto delle armi.

Carlo Emanuele III di Savoia: il "Carlin" di Torino

Carlo Emanuele III di Savoia nacque a Torino il 27 aprile del 1701

Secondogenito di Vittorio Amedeo II e di Anna di Francia, Carlo Emanuele visse per gran parte della sua adolescenza all’ombra della gesta del padre e del fratello Vittorio Amedeo, figlio primogenito.

Destinato a non salire sul trono, ricevette dapprima il titolo di Duca d’Aosta e solo alla morte del fratello maggiore nel 1715 ottenne il titolo di Principe di Piemonte, al quale seguì la canonica educazione regale.

Un’educazione severa e conforme ai suoi compiti futuri, sorvegliata dall’alto e secondo le convinzioni personali del padre, tese al sodo e al concreto, senza alcun tipo di ispirazione culturale.

Pertanto erano bandite tutte le discipline umanistiche, riducendo la storia alle pure gesta militari.

L’addestramento si basava quindi sull’analisi esclusiva di problemi tecnici e militari, sulla gestione di materie finanziarie e di ingegneria, ma non altro.

L’Oscurantismo paternale ebbe però uno scopo preciso. Rafforzare le attitudini pratiche ed esecutive del principe, piuttosto che suscitare l’estro politico e la critica di giudizio.

Tutte caratteristiche che Vittorio Amedeo II riteneva fondamentali per un monarca di Casa Savoia, ma che tuttavia non riscontrarono mai il consenso dei funzionari di corte e tantomeno quello di Carlo Emanuele.

Al di là del pedante tirocinio, la severità dei modi del Re, unita all’insofferenza e ai lenti progressi del figlio, sempre paragonati a quelli del fratello scomparso, contribuirono a sviluppare nell’animo del Principe un acuto complesso di inferiorità.

Origine di una atteggiamento timido e insicuro, dal quale non si sarebbe mai liberato completamente.

Per quanto Carlo Emanuele si impegnasse nello studio, egli non riuscì mai ad entrare nelle simpatie del padre. Senza riuscire neanche conquistarsi l’appoggio dei consiglieri reali che avrebbero dovuto supportarlo in futuro.

Di costruzione fisica gracile e minuta, l’erede al trono si rassegnò presto alle angherie paterne e alle vessazione del nucleo famigliare. Costretto ad accettare il soprannome con il quale Vittorio Amedeo II continuerà a chiamarlo anche una volta raggiunta la maggiore età, ovvero “Carlin“.

Il future Re sabaudo viveva in una Torino profondamente cambiata dagli avvenimenti politici del suo tempo.

Il Piemonte infatti, nel 1706 era riuscito a resistere all’assedio di Torino, vincendo poi in seguito la Guerra di successione spagnola.

Vittorio Amedeo II aveva sconfitto l’esercito d’invasione del Re Sole (Luigi XIV), e grazie alle sue prodezze ricevette in seguito il titolo di Re di Sicilia, che poi dovette scambiare con quello di Sardegna.

Il Re era un personaggio decisamente enigmatico che odiava i fasti di corte, la mondanità e il lusso in stile Borbone di Francia.

Non a caso infatti, lui stesso vestiva semplici panni e spesso anche vestiti di tela grezza. Una scelta per rispecchiare al meglio l’idea di una monarchia sabauda totalmente militare, sulla falsa riga del prestigio di Eugenio di Savoia.

Torino pertanto si era trasformata radicalmente, dalla “Piccola Parigi” voluta di Cristina di Borbone a una città sobria e austera per volere regio, le feste erano bandite e l’ostentazione di ricchezza era reato.

Ma da lì a breve, Vittorio Amedeo II cominciò a diventare sempre più chiuso in sé stesso, schivo e solitario, evitando le stesse mansioni di corte che era solito seguire con tanto rigore.

Nel 1722, Carlo Emanuele si sposò con la principessa tedesca Anna Cristina Luisa del Palatinato-Sulzbach, per volere del padre.

Alla morte prematura di quest’ultima, era necessario per la dinastia trovare un’altra consorte, che il Re individuò nella figura di Polissena d’Assia-Rheinfels-Rotenburg.

Ma il principe si trovò presto a dover temperare i rapporti con sua moglie, seguendo il rigido calendario impostogli dal padre, preoccupato dal fascino della nuora.

Carlo Emanuele III di Savoia: il "Carlin" di Torino

L’abdicazione di Vittorio Amedeo II e l’ascesa di Carlo Emanuele III di Savoia

L’anno della svolta per il principe fu il 1727, quando l’ammissione ai principali segreti di stato e alle udienze dei ministri gli valse una nuova spinta di fiducia.

Le convulse vicende che portarono all’ abdicazione del padre presentano ancora molte sfaccettature non chiare. Ma per quel che si sa è che nel 1730, Vittorio Amedeo II decise di lasciare al figlio la sovranità sul Piemonte.

Carlo Emanuele III di Savoia divenne così Re di Sardegna. Ma il gesto del padre diede comunque conferma di quanto poco conto fossero tenute le opinioni e le motivazioni dell’erede al trono.

Non era infatti intenzione di Vittorio Amedeo II quella di rinunciare totalmente al potere e allontanarsi una volta per tutte dalla scena politica, ma piuttosto mantenere indirettamente il controllo sugli affari di stato.

Il vecchio Re aveva già calcolato il suo ritorno sul trono, qualora Carlo Emanuele III non ne fosse stato all’altezza, ma ormai erano cambiate le carte in tavole.

Sfruttando una momentanea assenza del Re a Chambery, Vittorio Amedeo II, affetto da una grave patologia nervosa, tornò a Torino con l’intento di conquistare la fiducia dei ministri.

Tuttavia fu una mossa tanto caparbia quanto sconsiderata.

Informato delle mosse del padre, Carlo Emanuele III convocò in seduta il Consiglio dei Ministri e prese una delle decisioni più sofferte della sua vita politica e privata.

Il vecchio Re era in preda alla follia e andava imprigionato il più presto possibile.

Così una scorta di soldati venne spedita per arrestarlo per poi rinchiuderlo nel Castello di Moncalieri, dove vi rimase fino alla fine dei suoi giorni.

Carlo Emanuele III di Savoia: il "Carlin" di Torino

La Guerra di successione polacca

Dopo la morte nel 1733 del Re di Polonia Augusto II, la guerra civile per la successione al trono travolse il regno polacco.

Ben presto il conflitto prese dimensioni di scala continentale, vedendo la partecipazione delle grandi potenze europee, che approfittarono della crisi monastica per perseguire i propri interessi nazionali.

Per questa ragione, infatti, lo scontro andò a riaccendere le ostilità pregresse tra i Borbone di Francia e di Spagna contro gli Asburgo d’Austria. Una rivalità nel mezzo della quale si trovava come sempre il Regno di Sardegna.

La principali campagne militari vennero intraprese al di fuori dei confini polacchi, riversandosi in Germania ma soprattutto nella penisola italiana.

Alleatosi segretamente con i francesi, Carlo Emanuele III di Savoia salì al comando del contingente militare franco-sabaudo in Italia, marciando in un primo momento verso Milano per strapparla agli austriaci.

Le ostilità vennero aperte nell’ottobre del 1733 e senza troppi spargimenti di sangue, il capoluogo meneghino venne occupato così come tutta la Lombardia.

Il Re di Sardegna adesso era anche Duca di Milano, sotto tutela di Luigi XV, ma presto gli interessi francesi arrivarono a collidere con quelli degli alleati spagnoli.

Entrato in guerra contro l’Austria, Filippo V di Spagna aveva come unico obiettivo la riconquista sia del Regno di Napoli che del Ducato di Milano.

Pertanto, Carlo Emanuele III si trovò a dover mediare le caotiche trattative con la Spagna e la Francia su Milano, e al tempo stesso, impedire il ricongiungimento dell’esercito austriaco con quello del Regno di Napoli.

Quest’ultima necessità sfociò inevitabilmente in una serie di conflitti che imperversarono l’Emilia Romagna per tutto il 1734.

Con la vittoria nella Battaglia di Guastalla, Carlo Emanuele III riuscì a respingere l’incursione imperiale, respingendo le truppe del generale Konigsegg fino a Mantova.

Tuttavia le operazioni militari si presentarono alla fine inconsistenti per entrambe le parti.

La Francia aveva perso interesse nella questione polacca così come le azioni di Carlo VI d’Asburgo erano bloccate dal mancato riconoscimento della Prammatica Sanzione. E senza il consenso delle altre case regnanti d’Europa non poteva mettere al riparo l’impero da altre guerre di successione e ammettere la successione dinastica femminile.

Così tutti i contendenti si resero presto conto di dovere cessare le ostilità, sebbene mancassero ancora le proposte per le prime trattative che portarono poi alla Pace di Vienna del 1738.

La Francia aveva le idee ben chiare e riconoscendo la Prammatica Sanzione ottenne in cambio il Ducato di Parma, mentre il Regno di Napoli finì nelle mani degli spagnoli.

La Lombardia invece tornò in questo modo sotto il controllo degli Austriaci, ad eccezione però di qualche favore ai Savoia, che ricevettero in cambio Novara, Tortona e le Langhe.

Ma la tregua per Carlo Emanuele III di Savoia non durò per molto.

Carlo Emanuele III di Savoia: il "Carlin" di Torino

La Guerra di Successione austriaca

A soli due anni dalla firma del Trattato di Vienna, la morte improvvisa di Carlo VI d’Asburgo scatenò un nuovo conflitto dinastico, ma questa volta per il Sacro Romano Impero.

Il tutto cominciò a partire dal 1713, quando l’imperatore riuscì ad assicurare il diritto di successione alla figlia Maria Teresa, sottoscrivendo la Prammatica Sanzione.

Una costituzione imperiale che per entrare in azione doveva essere riconosciuta delle altre dinastie regnanti d’Europa, inclusi i Savoia.

Carlo VI riuscì ad ottenere questo riconoscimento soltanto nel 1739, a conclusione della guerra di successione polacca, anche se a caro prezzo.

L’imperatore infatti, per garantirsi la firma della Francia e della Spagna aveva dovuto sacrificare gran parte dei regni della penisola italiana, nonché la Lorena.

Il tutto lasciava supporre che la salita al trono dell’Arciduchessa non sarebbe stata osteggiata, ma la vicende andarono diversamente.

Nonostante la Prammatica sanzione, i ripensamenti non si fecero attendere e ben presto le diatribe sfociarono in una guerra a tutto campo.

Allo scoppiare del conflitto, Carlo Emanuele III di Savoia si schierò da subito con Maria Teresa, tradendo i francesi e subendo diversi tentativi d’invasione franco-spagnoli.

Ma la partecipazione del Regno di Sardegna era sostenuta dall’Inghilterra, che fino al 1748 stanziò 200 mila sterline per finanziare l’esercito sabaudo.

Un’alleanza anglo-sabauda che, anche grazie all’appoggio della marina britannica per il controllo del mediterraneo settentrionale, riuscì a garantire un contingente militare equipaggiato al meglio per sostenere la campagna d’Italia.

Negli anni seguenti, pur perdendo la Savoia, la Contea di Nizza e Milano a favore dei francesi, Carlo Emanuele III fu in grado di arginare i ripetuti tentativi di invasione del Piemonte. Sopportò l’entrata in guerra della Repubblica di Genova tra le file nemiche e ottenendo una schiacciante vittoria nella Battaglia dell’Assietta nel 1747.

Il Regno di Sardegna era riuscito a dimostrare per l’ennesima volta il suo valore politico e militare, arrivando al trattato di Aquisgrana del 1748 in qualità di potenza vincitrice.

Di conseguenza Maria Teresa aveva consolidato la reggenza sui possedimenti di Austria, Boemia e Ungheria, mentre Carlo Emanuele riottenne in cambio del suo appoggio sia Nizza che la Savoia, insieme anche al Vigevanese e alla frontiera sul Ticino.

Alla fine del conflitto, il sovrano sabaudo predispose l’esposizione della Sindone come ringraziamento per le conquiste e per il sacrificio dei piemontesi.

Gli ultimi anni sul trono coincisero con l’acquisizione dell’arcipelago della Maddalena e il rafforzamento delle fortificazioni alpine, il tutto mentre veniva commissionata la storiografia del regno per mano di Jean-Jacques Rousseau, terminata poi nel 1770.

Ma il Regno di Carlo Emanuele III passò alla storia forse come uno dei più assolutistici del passato moderno di Casa Savoia, caratterizzato da forti limitazioni alle autonomie locali così come anche da una pressoché inesistente libertà di stampa, che faceva infuriare e non poco intellettuali come Bodoni e Lagrange.

Il Re morì poi il 20 febbraio del 1773, lasciando lo scettro al figlio Vittorio Amedeo III che porterà al declino di uno Stato sabaudo che era finalmente riuscito a trovare un posto nel mondo. Le sue salme riposano ora nella Cripta Reale della Basilica di Superga.

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