Alfredo d’Andrade, il protagonista che ha ridato forma al Medioevo tra Torino, Canavese e Piemonte

Da Alessandro Maldera
Aprile 24, 2026

Quando si parla di Alfredo d’Andrade, a Torino si pensa subito al Borgo Medievale del Valentino. In realtà, però, il suo peso storico è molto più grande. Fu infatti pittore, architetto, studioso del passato e soprattutto uno dei protagonisti della tutela monumentale tra Torino, Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria. Per capire davvero la sua importanza bisogna guardare insieme la sua formazione artistica, il suo lavoro sui restauri e il modo in cui contribuì a costruire l’immagine stessa del Medioevo piemontese.
Perché Alfredo d’Andrade è ancora decisivo per Torino
– Ha contribuito a tutelare monumenti chiave del Piemonte, dalla Sacra di San Michele ai castelli del Canavese
– Ha studiato e valorizzato il Medioevo piemontese con un approccio insieme filologico, artistico e divulgativo
– Una parte importante della sua produzione pittorica è oggi conservata alla GAM di Torino
Chi era Alfredo d’Andrade e perché conta ancora per Torino
Alfredo Cesar Reis Freire de Andrade, noto come Alfredo d’Andrade, nacque a Lisbona il 26 agosto 1839 e morì a Genova il 30 novembre 1915. Era di origine portoghese, ma l’Italia diventò il vero centro della sua vita culturale e professionale. Non a caso, nel 1912, tre anni prima della morte, ottenne ufficialmente la cittadinanza italiana.
Ridurre d’Andrade a un semplice architetto sarebbe un errore. Fu anche pittore, archeologo, organizzatore culturale, funzionario pubblico e uomo chiave nella costruzione di una nuova sensibilità verso i monumenti storici. Inoltre, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il suo nome si impose come uno dei più autorevoli nel campo del restauro architettonico in Italia.
Per Torino il suo ruolo è centrale per almeno tre ragioni. Prima di tutto, fu l’anima del Borgo Medievale al Valentino, una delle immagini più riconoscibili della città. Poi, ebbe un ruolo diretto nella tutela di monumenti piemontesi fondamentali, dalla Sacra di San Michele ai castelli del Canavese e della Valle d’Aosta. Infine, contribuì a far leggere il patrimonio medievale locale non come semplice rovina, ma come memoria viva, da studiare, proteggere e raccontare.
Dalla Lisbona borghese alla formazione artistica tra Genova, Torino e Rivara
D’Andrade nacque in una famiglia borghese legata al commercio e alla finanza. Il padre, António José, avrebbe voluto indirizzarlo agli affari. Tuttavia, già da giovanissimo, Alfredo mostrò un interesse molto più forte per il disegno, la pittura e le arti decorative. Intorno alla metà degli anni Quaranta frequentò a Lisbona lo studio del pittore e incisore spagnolo Trifón de Avilez, e lì iniziò a prendere forma la sua vocazione.
Da adolescente fu mandato a Genova insieme al fratello Julio per inserirsi nel mondo commerciale. Però il progetto paterno non funzionò davvero. Il giovane Alfredo guardava altrove: musei, atelier, paesaggi, architettura. Nel 1855 visitò l’Esposizione Universale di Parigi e rimase colpito dalle opere del paesaggista svizzero Alexandre Calame. Poco dopo viaggiò tra Civitavecchia, Roma, Napoli e Firenze, assorbendo suggestioni artistiche che poi avrebbero segnato tutto il suo percorso.
Una malattia lo costrinse a rientrare a Lisbona, ma il richiamo dell’Italia fu più forte. Nel 1857 tornò a Genova, frequentò lo studio di Tammar Luxoro, si iscrisse all’Accademia Ligustica di Belle Arti e seguì i corsi di architettura di Giovanni Battista Resasco. L’anno seguente lavorò anche presso il Consolato di Toscana a Lisbona, interessandosi ai problemi architettonici e urbanistici della città.
Il passaggio decisivo arrivò nel 1860. Tornato di nuovo a Genova, visitò anche l’esposizione di pittura di Torino e poi si spostò a Ginevra per studiare da Calame. Lì incontrò figure decisive come Ernesto Bertea, Vittorio Avondo e soprattutto Antonio Fontanesi, che esercitò su di lui un’influenza ancora più profonda del maestro svizzero.
Nel 1861 riprese i corsi di prospettiva e architettura, viaggiò in Italia e nel Delfinato francese, conobbe Carlo Pittara e si avvicinò al gruppo dei pittori detti “i Grigi”, legati al paesaggio dal vero e a una visione antiaccademica. Poco dopo lavorò tra Albano, Fiumicino e Ariccia, espose con successo a Genova e continuò a muoversi tra pittura, studio e ricerca.
Nel 1863, rientrato a Lisbona, rifiutò perfino una cattedra di paesaggio alla Real Accademia di Belle Arti. Era un segnale chiaro: la sua strada non sarebbe stata quella di una carriera tranquilla dentro le istituzioni tradizionali. Nel 1864 seguì il corso di anatomia all’Accademia Ligustica, conobbe Federico Pastoris e, durante l’estate, raggiunse Rivara, dove si stava formando il celebre ambiente dei paesaggisti piemontesi. In quello stesso periodo un suo acquerello, Loggia del Palazzo Cambiaso, ottenne una medaglia d’argento all’Accademia Ligustica. Inoltre, grazie al lascito del nonno Bento, ottenne finalmente i mezzi per stabilirsi in Italia in modo stabile.
Pittore verista, antiaccademico e uomo di rete tra Liguria e Piemonte
Prima di diventare il grande restauratore che oggi ricordiamo, d’Andrade fu un artista pienamente inserito nella stagione del verismo paesaggistico. Nei suoi primi anni dialogò con il realismo francese, con la lezione di Calame, con il clima dei macchiaioli e con la spinta innovativa di Fontanesi, Pittara, Rayper e Avondo.
La sua pittura non fu vastissima come quantità, ma fu significativa. Espose più volte e ottenne riconoscimenti importanti. Nel 1871, ad esempio, il governo spagnolo acquistò il suo quadro Le paludi di Castel Fusano, celebrato dalla critica alla Mostra Internazionale di Madrid. Altri dipinti e soprattutto molti disegni dimostrano un talento solido, energico e tutt’altro che marginale.
Per Torino c’è un dettaglio tutt’altro che secondario: il nucleo più ricco delle sue opere, in particolare disegni e studi, è conservato presso la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, grazie alla donazione del figlio Ruy d’Andrade del 1931. Quindi il suo rapporto con la città non passa solo dall’architettura e dal restauro, ma anche dalla sua memoria pittorica.
Nello stesso tempo, d’Andrade prese posizione anche sul piano teorico. Scrisse contro l’accademismo conservatore, sostenne la riforma dell’insegnamento artistico e si batté per un’arte più aderente alla realtà e più utile anche alla produzione industriale. Dal 1869, infatti, insegnò disegno ornamentale applicato all’industria all’Accademia Ligustica, promuovendo metodi didattici nuovi e più moderni.
Torino e il Piemonte: il Medioevo diventa un progetto culturale
Il legame più celebre tra d’Andrade e Torino è, senza girarci intorno, il Borgo Medievale del Parco del Valentino. Però non si trattò di una semplice scenografia pittoresca buona per stupire il pubblico. Dietro quel progetto c’era un lavoro enorme di rilievi, studi, confronti e ricognizioni compiute per anni su edifici veri di Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria.
Già dagli anni Sessanta dell’Ottocento, infatti, d’Andrade aveva accumulato una conoscenza capillare dell’architettura storica del Nord-Ovest. Disegni, appunti, fotografie e rilievi gli permisero di costruire una sorta di repertorio vivo del Medioevo locale. Quando Torino si preparò all’Esposizione Generale Italiana del 1884, lui fu tra i protagonisti assoluti della sezione dedicata all’arte antica.
Il risultato fu straordinario. Nel Borgo Medievale e nella Rocca non mise insieme un collage fantasioso, ma ricostruì un piccolo nucleo urbano ispirato a edifici reali, ordinandolo con rigore filologico e grande abilità scenografica. Era un progetto perfettamente dentro il gusto del tempo, ma era anche qualcosa di più ambizioso: un modo per rendere visibile il patrimonio piemontese, educare il pubblico e offrire modelli all’industria artistica.
Il successo fu tale che, alla chiusura dell’Esposizione, il complesso venne acquistato dalla Municipalità di Torino. Inoltre, il 20 giugno 1884, il Consiglio comunale conferì ad Alfredo d’Andrade la cittadinanza torinese. Non è un dettaglio folkloristico: è il segno concreto di quanto la città riconobbe il valore del suo lavoro.
Il restauratore che cambiò la tutela dei monumenti in Piemonte
Dopo la fase più intensamente pittorica, l’interesse di d’Andrade si spostò sempre più verso l’architettura medievale e il restauro. Fu un passaggio naturale, non una svolta improvvisa. Per anni aveva osservato edifici, dettagli costruttivi, decorazioni, sistemi difensivi, materiali e contesti. Quindi, quando arrivarono i grandi incarichi pubblici, non partiva da zero: aveva già costruito un sapere tecnico e visivo fuori dal comune.
Nel 1885 fu nominato Regio delegato per la conservazione dei monumenti del Piemonte e della Liguria. Nel 1886 diventò direttore per la conservazione dei monumenti di queste regioni. Poi, nel 1891, con la nascita degli uffici regionali, gli fu affidata la direzione dell’ufficio competente per Piemonte e Liguria. Infine, nel 1907, assunse anche il ruolo di soprintendente ai Monumenti del Piemonte e, come reggente, pure della Liguria.
Il punto interessante è che d’Andrade non lavorava da decoratore nostalgico. Studiava archivi, iconografie, confronti con edifici simili, e solo dopo interveniva. Conosceva bene la lezione di Viollet-le-Duc, soprattutto sul piano teorico e metodologico. Tuttavia, nella pratica, mostrò spesso maggiore attenzione per le preesistenze reali. Non voleva cancellare tutto per rifare in stile. Anzi, col tempo insistette sempre di più sull’idea che si dovesse restaurare senza profanare, conservando al monumento la sua fisionomia e persino le sue irregolarità.
Questa posizione si vede bene anche nelle sue prese di posizione pubbliche. Nel 1892, per esempio, si oppose con decisione alla costruzione di un edificio sopra i resti del teatro romano nell’area dei Giardini Reali di Torino. Più avanti, nel 1900, fu convocato da Vittorio Emanuele III proprio per occuparsi della rivalutazione dei resti del teatro romano e della sistemazione della Porta Palatina.
I principali cantieri tra Torino, Canavese, Valle di Susa e Valle d’Aosta
Se si guarda al Piemonte in senso largo, l’impronta di d’Andrade è impressionante. I suoi cantieri, o quelli seguiti dall’ufficio da lui diretto, toccano alcuni dei luoghi più importanti del patrimonio storico regionale.
A partire dalla Val di Susa, va ricordato il suo lavoro sulla Sacra di San Michele, oggi uno dei simboli assoluti del Piemonte. Si occupò inoltre della chiesa di San Domenico a Torino, insieme a Riccardo Brayda, e intervenne su edifici e contesti che richiedevano non soltanto sensibilità artistica, ma anche una visione amministrativa e scientifica della tutela.
Nel Canavese la sua presenza è fortissima. Basta pensare al Castello di Pavone Canavese, acquistato dalla moglie Costanza Brocchi nel 1885 e restaurato da lui a partire dagli anni successivi; il lavoro sarebbe stato completato solo dopo la sua morte dal figlio Ruy. Sempre in area piemontese vanno ricordati il Castello di Malgrà, il Castello di Montalto Dora, la Casa del Senato di Pinerolo, che acquistò e donò alla città, e diversi altri interventi di rilievo.
Poi c’è la Valle d’Aosta, che all’epoca rientrava nel Piemonte amministrativo. Anche lì il suo segno fu profondo: Castello di Fénis, Castello di Verrès, Torre del Pailleron, Priorato di Sant’Orso. In alcuni casi non si limitò a seguire il restauro: anticipò persino fondi propri o si adoperò direttamente per l’acquisizione pubblica dei beni, come avvenne per Fénis.
La sua attività, naturalmente, non si fermò al Piemonte. Operò anche in Liguria, con interventi importanti su Porta Soprana, Palazzo San Giorgio, San Donato, Santo Stefano, San Bartolomeo di Promontorio, Valle Christi, San Pietro di Albisola, Battistero di Albenga, Pilone funerario di Albenga e San Paragorio di Noli. Però, per Mole24, il punto chiave è questo: d’Andrade fu uno dei principali artefici della moderna tutela del patrimonio storico piemontese.
Pavone Canavese: il luogo dove la sua storia diventa personale
Se Torino è il volto pubblico di d’Andrade, Pavone Canavese è il luogo in cui la sua vicenda diventa quasi privata. Il castello entrò nella disponibilità della famiglia nel 1885, quando fu acquistato dalla moglie Costanza Brocchi. Da allora, quel luogo diventò un punto di riferimento costante per la sua vita.
D’Andrade vi soggiornò spesso, soprattutto dalla seconda metà degli anni Ottanta. Inoltre, lì concentrò uno dei pochissimi interventi davvero personali della sua lunga attività, perché il restauro e l’ampliamento del castello non nascevano da un incarico pubblico, ma da una scelta diretta. Dopo la morte della moglie, avvenuta nel 1913, il legame con Pavone assunse un valore ancora più forte.
Morì a Genova nel 1915, ma fu sepolto accanto a Costanza a Pavone Canavese. Nel 1929 le salme di entrambi furono traslate nella chiesetta di San Pietro, dentro le mura del castello. Oggi proprio lì resta uno dei luoghi più significativi per leggere il suo rapporto con il Piemonte.
Cosa resta oggi di Alfredo d’Andrade in Piemonte
La sua eredità non è confinata a un solo edificio. A Torino, il suo nome resta legato soprattutto al Borgo Medievale, che continua a essere uno dei luoghi più riconoscibili del Valentino e uno dei progetti più riusciti dell’Ottocento italiano sul piano della ricostruzione storica.
Poi c’è la traccia materiale nei restauri: la Sacra di San Michele, la tutela del teatro romano, gli interventi nei castelli del Canavese e della Valle d’Aosta, la salvaguardia di edifici che oggi consideriamo parte naturale del paesaggio storico piemontese. E c’è anche la traccia metodologica: l’idea che il monumento vada studiato con pazienza, difeso con rigore e restaurato senza trasformarlo in una caricatura del passato.
Infine, resta la memoria culturale. A Pavone Canavese esiste la Fondazione Alfredo d’Andrade, istituita nel 1996, con sezione museale e centro studi. Ed è un indizio importante: d’Andrade non è una figura di contorno, ma uno dei grandi nomi del rapporto tra arte, tutela e identità storica del Piemonte.
Alfredo d’Andrade è stato uno dei protagonisti più importanti nella valorizzazione del patrimonio storico tra Torino e Piemonte. Architetto, pittore e restauratore, è ricordato soprattutto per il Borgo Medievale del Valentino, ma il suo ruolo fu molto più ampio: studiò, restaurò e difese monumenti che ancora oggi fanno parte dell’identità culturale piemontese. Capire chi era Alfredo d’Andrade significa quindi capire anche come Torino ha imparato a guardare il proprio passato medievale.
Opere e interventi di Alfredo d’Andrade in Piemonte
- Borgo Medievale di Torino – progettazione e realizzazione nel Parco del Valentino per l’Esposizione Generale Italiana del 1884
- Rocca Medievale di Torino – parte del complesso del Borgo Medievale al Valentino
- Palazzo Madama di Torino – primo importante intervento di restauro, collegato alle manifestazioni dell’Esposizione torinese del 1884
- Teatro Romano di Torino – tutela, rivalutazione dei resti e opposizione alla costruzione di un palazzo sopra l’area archeologica
- Porta Palatina di Torino – intervento di radicale ristrutturazione / sistemazione
- Chiesa di San Domenico in Torino – restauro, insieme a Riccardo Brayda
- Mosaici pavimentali del duomo paleocristiano di San Salvatore a Torino – realizzazione di calchi e documentazione
- Sacra di San Michele (Val di Susa) – uno dei suoi restauri piemontesi più importanti
- Parrocchiale di Salbertrand – cantiere citato tra quelli di maggiore impegno
- Porta del Paradiso di Susa – intervento / attenzione in ambito di tutela e restauro
- Castello di Pavone Canavese – restauro e ampliamento del suo castello, portato avanti tra fine Ottocento e primi Novecento
- Chiesetta di San Pietro al Castello di Pavone Canavese – luogo legato alla sua sepoltura e alla memoria finale della famiglia
- Castello di Montalto Dora – restauro
- Castello di Malgrà – restauro
- Castello Gaioli Boidi di Molare – restauro
- Casa Senore di Avigliana – acquistato da d’Andrade, donato alla città e segnalato per urgente restauro
- Casaforte di Chianocco – restauro
- Casa della Porta di Novara – offerta economica personale per favorirne il restauro
- Castelli di Rivara – interventi di restauro e ristrutturazione, sia sul castello nuovo sia sul castello vecchio
- Tagliolo Monferrato, castello di Tagliolo – avvio di attività di restauro dal 1879
- Cantiere di rilievo e studio su edifici storici piemontesi – attività sistematica di ricognizione che sta alla base di gran parte del suo lavoro successivo
- Elenchi dei monumenti del Piemonte – lavoro di catalogazione e tutela svolto come delegato e poi direttore regionale
- Notificazione e protezione di edifici monumentali piemontesi – attività amministrativa decisiva per la salvaguardia del patrimonio regionale
Alfredo d’Andrade: dubbi frequenti
Un architetto, pittore, archeologo e restauratore nato a Lisbona nel 1839. Anche se era portoghese, trascorse gran parte della sua vita in Italia e nel 1912 ottenne la cittadinanza italiana.
Perché a Torino firmò il progetto più noto della sua carriera pubblica, cioè il Borgo Medievale del Valentino. Inoltre, ebbe un ruolo importante nella tutela del patrimonio cittadino, compresi i resti del teatro romano e la Porta Palatina.
La risposta più immediata è il Borgo Medievale. Tuttavia, il suo peso storico va ben oltre, perché seguì o indirizzò anche restauri fondamentali come quello della Sacra di San Michele e di diversi castelli piemontesi e valdostani.
Le tracce più evidenti si trovano al Valentino, alla Sacra di San Michele, al Castello di Pavone Canavese e in vari castelli del Nord-Ovest. Inoltre, una parte importante dei suoi disegni e delle sue opere è conservata alla GAM di Torino.
Fu uno dei protagonisti della nascita della tutela moderna del patrimonio architettonico nel Nord-Ovest italiano. Tra anni Ottanta dell’Ottocento e primi del Novecento guidò incarichi pubblici cruciali in Piemonte e Liguria, contribuendo a definire criteri, elenchi e pratiche di restauro.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



