Oddone Eugenio Maria di Savoia: la storia del principe nato in Piemonte e ricordato a Torino

Da Alessandro Maldera
Aprile 18, 2026

Oddone Eugenio Maria di Savoia, duca di Monferrato e poi principe d’Italia, fu il quarto figlio di Vittorio Emanuele II e di Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena. Nacque a Racconigi l’11 luglio 1846 e morì a Genova nella notte tra il 21 e il 22 gennaio 1866, prima di compiere vent’anni. La sua fu una vita brevissima, ma tutt’altro che marginale.
Infatti, anche se le sue condizioni fisiche lo tennero lontano dal ruolo pubblico tipico dei principi sabaudi, Oddone sviluppò un’intelligenza vivacissima e una passione rara per lo studio, le arti, la scienza e il collezionismo. Inoltre, per chi guarda la storia di Torino e del Piemonte, il suo nome resta importante perché unisce Racconigi, Moncalieri, la corte sabauda, la Basilica di Superga e persino corso Principe Oddone, una delle grandi arterie cittadine dedicate alla sua memoria.
Le coordinate essenziali
– Morte: Genova, 22 gennaio 1866
– Genitori: Vittorio Emanuele II e Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena
– Titolo: duca di Monferrato, poi principe d’Italia
– Legame con Torino: infanzia tra Torino e Moncalieri, sepoltura a Superga, intitolazione di corso Principe Oddone
– Ambiti di interesse: arte, archeologia, numismatica, storia naturale, musica, lingue e nautica
Chi era davvero Oddone Eugenio Maria di Savoia
Oddone nacque nel castello di Racconigi e fu il quarto figlio della coppia reale sabauda, dopo Maria Clotilde, Umberto e Amedeo. Dopo di lui nacquero Maria Pia e altri tre fratelli morti in tenera età. Dal 11 luglio 1846 al 17 marzo 1861 portò il trattamento di Sua Altezza Reale, il Principe Oddone di Savoia, Duca di Monferrato; con la proclamazione del Regno d’Italia, dal 17 marzo 1861 fino alla morte divenne Sua Altezza Reale Oddone di Savoia, Principe d’Italia, Duca di Monferrato.
Tuttavia, la sua figura non ebbe un vero peso politico. Proprio a causa della salute fragile, della disabilità e anche dei pregiudizi del tempo, Oddone venne tenuto ai margini della vita ufficiale di corte. Eppure, dietro quella posizione appartata, si formò una personalità colta, curiosa, malinconica ma tutt’altro che passiva.
L’infanzia tra Racconigi, Torino e Moncalieri
Alla nascita Oddone fu giudicato sano. Tuttavia, intorno ai due anni iniziarono a comparire i sintomi di una grave malattia genetica degenerativa, descritta nelle fonti con esiti come nanismo, deformazioni dello sviluppo, rachitismo o deviazione della spina dorsale. In seguito, diversi studiosi hanno ipotizzato condizioni come displasia ossea o osteogenesi imperfetta, cioè una forma di fragilità ossea congenita.
Di conseguenza, la sua infanzia fu segnata da terapie lunghe e dolorose, operazioni chirurgiche, immobilità forzata e convalescenze frequenti. Già da bambino portava un busto, usava il bastone per stare in piedi, le stampelle per brevi tratti e la sedia a rotelle per i percorsi più lunghi. La madre, i fratelli e le sorelle lo accompagnavano spesso nelle passeggiate spingendo la carrozzina.
Fino al 1853 fu seguito soprattutto dalla madre, dalla nonna paterna Maria Teresa, dalla bisnonna Maria Albertina di Sassonia e da Paolina Pallavicino di Priola. Inoltre, dal 1851, ebbe come precettori gli abati Giorgio Maria Bogey e Placido Pozzi.
Compatibilmente con le frequenti malattie, visse fino al 1860 tra Torino e Moncalieri, dove il re aveva organizzato una vera casa di educazione per i principi. Lì operarono il governatore Giuseppe Rossi, il vicegovernatore Federico della Rovere, Bernardo Pes di Villamarina e gli stessi precettori ecclesiastici. Sul piano degli studi, Oddone ottenne risultati migliori dei fratelli in materie come geologia, meccanica, disegno, astronomia, musica, letteratura, storia e francese. Tra i docenti figuravano Angelo Sismonda per la storia naturale e Angelo Beccaria per il disegno.
La malattia, l’isolamento e il rapporto con la famiglia reale
La fragilità fisica gli impedì di reggere la pressione della vita di corte e di seguire i fratelli nell’addestramento militare. Per questo, anche crescendo, Oddone non ebbe mai un ruolo ufficiale paragonabile a quello di Umberto I o Amedeo. Inoltre, nell’Ottocento un corpo segnato da malformazioni veniva letto anche come un problema d’immagine dinastica, e questo contribuì a isolarlo.
Su Vittorio Emanuele II pesa nelle biografie l’idea di un rapporto difficile, quasi di rimozione. Tuttavia, ridurre tutto a un rifiuto secco sarebbe troppo semplice. Oddone compare infatti nelle fotografie di famiglia ed era considerato a tutti gli effetti un membro di Casa Savoia. Il problema vero, quindi, non fu l’assenza totale di affetto, ma l’impossibilità di superare fino in fondo i pregiudizi dell’epoca.
La perdita della madre e della nonna nel gennaio 1855 aggravò la sua solitudine. Inoltre, nel 1859 anche la sorella Maria Clotilde lasciò la famiglia dopo il matrimonio con Napoleone Giuseppe Carlo Paolo Bonaparte. Di conseguenza, il giovane principe si chiuse ancora di più nello studio, nei disegni, negli acquerelli, nelle letture e nelle fantasie di viaggio.
Le vacanze in Piemonte e il legame precoce con il mare
Nonostante la salute delicata, Oddone trascorse alcune vacanze con la famiglia. Nel 1853 fu alla Spezia per i bagni di mare; nel 1854 a Casellette, in Val di Susa; nel 1856 in Val Casotto, sulle Alpi cuneesi, con i fratelli. Questi soggiorni furono importanti perché, da una parte, confermarono il rapporto con il Piemonte alpino; dall’altra accesero in lui una passione sempre più forte per il mare.
Proprio da questi spostamenti nacque il suo legame con la Liguria, destinato a cambiare il resto della sua vita. Infatti, per Oddone il mare non fu soltanto una terapia o una parentesi climatica: divenne un vero orizzonte mentale, legato alla nautica, al viaggio e al desiderio di uscire, almeno con l’intelligenza, dalla gabbia della malattia.
Il 1861 e il trasferimento che cambiò tutto
Il 1861 fu per Oddone un anno decisivo. Da una parte, il 17 marzo 1861 suo padre venne proclamato re d’Italia; dall’altra, proprio la nuova centralità politica della famiglia rese ancora più evidente la sua marginalità. Mentre Vittorio Emanuele II e i suoi figli maggiori venivano assorbiti dagli impegni istituzionali, Oddone si ritrovò ancora più solo.
Tuttavia, nello stesso anno arrivò anche una svolta positiva. Nell’estate del 1861 trascorse un soggiorno a Pegli, allora comune autonomo vicino a Genova, ospite a Villa Lomellini Rostan, accompagnato dalla sola sorella Maria Pia. Il clima mite, la vicinanza del mare e la bellezza della villa con parco di gusto inglese ebbero su di lui un effetto molto favorevole, sia sul piano fisico sia su quello morale.
Al ritorno in Piemonte chiese al padre il permesso di trasferirsi stabilmente a Genova. Lo ottenne, e nel novembre 1861 raggiunse il Palazzo Reale della città, dove prese alloggio nell’ala di levante, al terzo piano ammezzato, seguito da una piccola corte personale. Tra le figure più vicine a lui c’erano il marchese Orazio Di Negro, l’abate Giuseppe Anzino, gli ufficiali di ordinanza Gustavo Alziari di Malaussena e Galeazzo Frigerio, il pittore Angelo Beccaria e il medico Evasio Adami.
Gli anni genovesi, ma con radici piemontesi ancora forti
Gli anni trascorsi a Genova furono i più felici della sua vita. Tuttavia, il suo retroterra restò profondamente piemontese: si trattava pur sempre di un principe nato a Racconigi, cresciuto tra Torino e Moncalieri, formato nella cultura di corte sabauda. Genova gli offrì lo spazio per sbocciare; il Piemonte gli aveva dato la matrice.
In quegli anni approfondì con entusiasmo scienza, arte, lingue, musica, geografia e soprattutto nautica. Proprio per questa passione, il padre lo aggregò alla Regia Marina, fino a conferirgli il grado di capitano di vascello. Nel frattempo trasformò i suoi ambienti genovesi, facendo allestire un gabinetto in stile pompeiano e una serra dei fiori, detta anche “callidarium”. Il palazzo, inoltre, divenne un centro di ritrovo per la cultura cittadina.
Oddone frequentava il Teatro Falcone e il Carlo Felice, organizzava incontri e discussioni, riceveva autorità civili e militari, professori universitari, accademici e artisti. La sua biblioteca superava il migliaio di volumi e continuava a crescere. Tra i nomi che gravitavano attorno a lui spiccano Santo Varni, Tammar Luxoro e Domenico Pasquale Cambiaso.
Un principe studioso e mecenate delle arti
Oddone non si limitò a studiare da solo. Infatti, assunse anche un ruolo attivo di promozione culturale. Istituì quattro premi annuali per gli studenti dell’Accademia Ligustica di Belle Arti, fu accolto come presidente o socio onorario da importanti istituzioni cittadine e divenne un punto di riferimento per l’ambiente culturale genovese.
La Società Ligure di Storia Patria lo acclamò socio onorario il 13 marzo 1864; l’Accademia Ligustica gli rese omaggio il 15 gennaio 1863; la Società Promotrice di Belle Arti lo nominò presidente onorario il 29 maggio 1864. Inoltre, chiamò a lavorare per lui figure di primo piano come Giuseppe Isola e Giuseppe Frascheri.
Insomma, in pochissimi anni, e nonostante limiti fisici enormi, Oddone riuscì a diventare non un semplice collezionista di rango, ma un vero animatore della vita intellettuale.
I viaggi nel Mediterraneo e la scoperta dell’antico
Il desiderio di viaggiare, coltivato fin da bambino nei libri, trovò finalmente uno sfogo concreto nell’estate del 1862. Il 5 giugno 1862 partì da Genova con i fratelli e con Maria Pia per un viaggio d’istruzione nel Mediterraneo. Si imbarcò sulla pirofregata Governolo, mentre il gruppo disponeva anche delle navi Costituzione e Tuckery.
L’itinerario fu ampio: Porto Torres, Sassari, Alghero, Cagliari, poi la Sicilia con Palermo, Marsala, Siracusa, Noto, Trapani, Terranova, Agrigento, Catania e Messina; quindi Napoli, Pompei, Caserta, Ischia; infine Costantinopoli, raggiunta il 16 agosto, dove visitò anche Santa Sofia e fece acquisti al Gran Bazar. Il ritorno a Genova avvenne il 15 settembre.
Quel viaggio lo segnò profondamente. Proprio allora nacque la sua passione per le antichità, per l’arte classica e per il collezionismo sistematico di oggetti archeologici greci e romani. Inoltre, è probabile che a Napoli abbia incontrato Giuseppe Fiorelli, il grande archeologo che sarebbe diventato uno dei suoi referenti principali.
Il secondo viaggio, gli scavi e l’ossessione del collezionismo
Nell’estate del 1863 Oddone partì di nuovo. Questa volta toccò ancora la Sardegna, Ischia, Napoli, Pompei e il Vesuvio. Inoltre, si mosse con l’assistenza di figure come Fiorelli e Santo Varni, che lo aiutarono a trasformare la curiosità in un progetto di raccolta quasi scientifico.
Non si limitò a comprare oggetti. Infatti, finanziò scavi a Santa Maria Capua Vetere e, nel gennaio 1864, fece avviare nuove ricerche nella necropoli di Cuma. Tentò persino di ottenere da Fiorelli i calchi originali delle vittime di Pompei, ma l’archeologo rifiutò, concedendogli soltanto copie. Inoltre, fece inviare Varni a Libarna e a Novi Ligure, segno che il suo sguardo si stava allargando in più direzioni.
In breve tempo divenne un collezionista di rilievo internazionale. Alle raccolte archeologiche aggiunse reperti etruschi, materiali provenienti da Apulia e Lucania, oggetti acquistati a Cagliari e Alghero, e perfino 24 vasi precolombiani peruviani, oggi finiti al Museo etnografico del castello d’Albertis.
Numismatica, storia naturale e arte contemporanea
L’interesse di Oddone non si fermava all’archeologia. Infatti, sviluppò una vera passione per la numismatica, mettendo insieme una raccolta di oltre 1.500 monete, soprattutto romane imperiali e medievali, oltre a medaglie, gemme, pietre incise e cammei.
Parallelamente si dedicò alle scienze naturali. Sotto la guida di Michele Lessona, si concentrò sulla malacologia e riunì una raccolta di 1.862 esemplari tra conchiglie e alghe provenienti da ogni parte del mondo. Inoltre possedeva una collezione ornitologica di 63 uccelli e 150 colibrì imbalsamati, poi andata perduta, oltre a uccelli vivi in gabbia e acquari marini.
Cresceva intanto anche la raccolta di arte contemporanea. Frequentava le mostre della Promotrice a Torino e a Genova e acquistava paesaggi, nature morte e dipinti di genere. Tra i pittori piemontesi e italiani presenti nella sua raccolta comparivano, tra gli altri, Costantino Sereno, Guido Gonin, Angelo Beccaria, Pietro Giuria, gli Inganni, gli Induno, Pasquale Domenico Cambiaso, Tammar Luxoro, Alfredo D’Andrade, Ernesto Rayper, Vincenzo Cabianca, Luigi Bechi e Alessandro Lanfredini.
Il rapporto decisivo con Santo Varni
Tra tutte le figure che lo affiancarono, Santo Varni ebbe un ruolo fondamentale. Fu consigliere, amico, consulente per gli acquisti di antichità, pittura antica e contemporanea, e anche progettista di arredi e sculture per gli spazi del principe.
Per Oddone realizzò, tra l’altro, i busti di Maria Clotilde e Maria Pia, due teste di centauro, una fontana con marmi policromi e dorature, l’opera Amore che doma la forza, oggi alla Galleria d’Arte Moderna di Genova, e la statua dell’Immacolata per l’omonima basilica genovese. Inoltre progettò fregi per la stanza pompeiana, un inginocchiatoio, scansie museali e altri elementi d’arredo.
Su suo suggerimento vennero commissionati anche busti di figure storiche genovesi come Andrea Doria, Caffaro, Guglielmo Embriaco, Cristoforo Colombo e Luca Cambiaso, eseguiti da allievi della scuola ligure. Insomma, il museo immaginato da Oddone aveva già una struttura culturale precisa, non era affatto un accumulo casuale.
Cornigliano, il sogno del museo e la beneficenza
Nel 1864 le condizioni di salute peggiorarono improvvisamente. I medici gli sconsigliarono nuovi viaggi e gli prescrissero invece bagni di mare. Per questo trascorse l’estate del 1864 e quella del 1865 a Villa Durazzo Bombrini, a Cornigliano, allora cittadina rivierasca e oggi quartiere di Genova.
La villa apparteneva a Filippo Ala Ponzone ed era particolarmente adatta alle cure perché aveva accesso diretto alla spiaggia. Inoltre custodiva al suo interno una ricca raccolta di arte contemporanea e un museo di storia naturale, elementi che probabilmente rafforzarono in Oddone l’idea di creare un vero progetto museografico per le proprie collezioni. Alla fine, grazie alla sua insistenza e all’intercessione del padrino Eugenio di Carignano, il padre acconsentì all’acquisto della villa nel dicembre 1865.
Negli stessi mesi si dedicò molto alla beneficenza. Aiutava gli asili genovesi, sosteneva i bambini malati e abbandonati, ospitava a Cornigliano quelli che avevano bisogno della vicinanza del mare e sognava di costruire per loro uno stabilimento balneare terapeutico. Purtroppo non fece in tempo a realizzare il progetto.
Gli ultimi mesi e la morte
Nel settembre 1865 incontrò i familiari a Torino. Durante il viaggio di ritorno verso la Liguria fu colpito da una grave emorragia e poi da un attacco di idropisia, termine allora usato per indicare la presenza di liquidi diffusi e oggi sostituito da anasarca. Da quel momento la situazione precipitò.
Negli ultimi mesi non riusciva più nemmeno a stare in posizione supina. Tuttavia rimase lucido fino alla fine, circondato dall’affetto dei fratelli, dei parenti, del re, del cardinale di Genova Andrea Charvaz e del cugino Eugenio di Carignano. Morì a Genova nella notte tra il 21 e il 22 gennaio 1866, a meno di vent’anni.
Il funerale, celebrato nella cattedrale di San Lorenzo, fu imponente. Centinaia di persone seguirono il corteo funebre, e la partecipazione popolare colpì persino la stessa famiglia reale. In seguito la salma venne trasferita a Torino e tumulata nella Basilica di Superga, nella cripta dei Savoia.
Perché Oddone conta ancora per Torino
Qui sta il punto più interessante per Mole24. Oddone non fu un protagonista della grande politica nazionale, ma resta una figura importante per Torino e per il Piemonte per almeno quattro ragioni.
La prima è geografica e dinastica: nacque a Racconigi, si formò tra Torino e Moncalieri e fu sepolto a Superga. Invece, la seconda è simbolica: racconta un volto meno noto di Casa Savoia, lontano dal cliché del principe militare e vicino invece alla cultura, alla vulnerabilità e alla sensibilità. La terza è urbana: la città gli dedicò corso Principe Oddone, asse di collegamento tra piazza Statuto e piazza Baldissera, ai margini del quartiere San Donato. La quarta è narrativa: dietro quel nome stradale che molti torinesi attraversano senza pensarci, c’è una storia vera, breve, dura e sorprendentemente luminosa.
Il lascito artistico tra Genova e memoria sabauda
Nel testamento Oddone espresse il desiderio di lasciare le sue raccolte alla città di Genova, che gli aveva permesso di vivere gli anni più intensi e liberi della sua esistenza. Vittorio Emanuele II rispettò questa volontà. Così i suoi vasi greci, i bronzi, le ceramiche, i vetri e le gemme romane confluirono nelle collezioni civiche.
Oggi parti del suo lascito sono conservate al Museo di Archeologia Ligure, al Museo di Storia Naturale Giacomo Doria, alla Galleria d’Arte Moderna di Genova che porta il suo nome, al castello d’Albertis e in altri musei civici. Alcune opere rimasero invece a Palazzo Reale. Inoltre, a Genova gli venne intitolato un tratto della circonvallazione a mare tra piazza Cavour e corso Aurelio Saffi; tuttavia nel 1944 il governo della Repubblica di Salò cancellò l’intitolazione ai Savoia, sostituendola con quella a Maurizio Quadrio, rimasta fino a oggi.
La memoria figurativa più nota è probabilmente la statua realizzata da Antonio Orazio Quinzio nel 1891, oggi nella Galleria d’Arte Moderna di Genova: Oddone vi appare seduto accanto a un vaso antico, con un atteggiamento vigile e quasi pronto al movimento. In un certo senso, è l’immagine perfetta di ciò che fu: un ragazzo bloccato nel corpo, ma irrequieto nella mente.
Una figura laterale, ma non minore
Oddone Eugenio Maria di Savoia rimane una figura laterale nella grande storia del Risorgimento e della monarchia italiana. Tuttavia, laterale non significa irrilevante. Anzi, la sua biografia permette di leggere il XIX secolo da un’altra angolazione: quella della disabilità, dell’educazione aristocratica, del mecenatismo, del collezionismo colto e della beneficenza.
Perciò, quando a Torino si passa in corso Principe Oddone o si pensa alla cripta di Superga, vale la pena ricordare che quel nome non rimanda soltanto a un figlio del primo re d’Italia. Rimanda a un giovane uomo che, pur escluso dalla scena ufficiale, seppe costruire un mondo fatto di studio, arte, curiosità e rapporti umani sinceri. E questa, francamente, non è una storia secondaria.
Oddone Eugenio Maria di Savoia: FAQ chiare e rapide
Era il quarto figlio di Vittorio Emanuele II e di Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena. Nacque a Racconigi l’11 luglio 1846 e morì a Genova il 22 gennaio 1866. Fu prima duca di Monferrato e poi principe d’Italia.
Perché nacque in Piemonte, trascorse gli anni della formazione tra Torino e Moncalieri, fu sepolto nella Basilica di Superga e Torino gli dedicò corso Principe Oddone, una delle sue grandi arterie urbane.
Le fonti parlano di una grave patologia genetica degenerativa con nanismo, deformazioni ossee e forte fragilità fisica. In tempi più recenti sono avanzate ipotesi come osteogenesi imperfetta o displasia ossea, ma non esiste una diagnosi definitiva condivisa.
Collezionava antichità greche e romane, monete, medaglie, gemme, pietre incise, arte contemporanea, oltre a raccolte di conchiglie, alghe e materiali di storia naturale. Le sue collezioni furono molto vaste e accuratamente studiate.
Gran parte del suo lascito è conservata a Genova, in istituzioni come il Museo di Archeologia Ligure, il Museo di Storia Naturale Giacomo Doria e la Galleria d’Arte Moderna a lui intitolata. Alcuni materiali sono finiti anche in altre raccolte civiche e una parte è rimasta a Palazzo Reale.
Dopo il funerale celebrato nella cattedrale di San Lorenzo a Genova, la sua salma è trasferita a Torino e tumulata nella Basilica di Superga, nella cripta dei Savoia.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



