Sergio Bellone: biografia del partigiano ingegnere della Resistenza

Da Alessandro Maldera
Aprile 16, 2026

Sergio Bellone fu una delle figure più interessanti della Resistenza piemontese. Non fu soltanto un partigiano, ma anche un tecnico capace, un antifascista precoce e un uomo che attraversò carcere, clandestinità, sabotaggi e dopoguerra con uno sguardo sempre lucido. Inoltre il suo nome resta legato sia al sabotaggio del viadotto dell’Arnodera sia all’attività di antisabotaggio in Piemonte negli ultimi mesi del conflitto. Per questo la sua biografia aiuta a capire un pezzo importante della lotta antifascista tra Val di Susa, Torino e Cuneese.
Il cammino politico e partigiano di Bellone
Chi era Sergio Bellone
Sergio Bellone nacque a Milano il 6 febbraio 1915 e morì a San Giorio il 7 dicembre 2000. Fu partigiano e ingegnere italiano, noto anche con il nome di battaglia Dinamitardo.
La sua vicenda personale si intreccia molto presto con l’antifascismo. Era infatti figlio di Virgilio Bellone, socialista e pioniere del sindacalismo in Val di Susa. Di conseguenza crebbe in un ambiente dove l’opposizione al regime non era un’idea astratta, ma una posizione concreta e rischiosa.
L’attività antifascista prima dell’8 settembre 1943
Già nei primi anni Trenta Bellone entrò in un gruppo antifascista guidato da Dante Conte. Tuttavia quell’esperienza durò poco, perché i dirigenti vennero arrestati e il nucleo si disperse.
Nel 1938, insieme all’amico Pietro Ravetto, Bellone contribuì a creare un nuovo gruppo clandestino. L’obiettivo era alimentare l’antifascismo attraverso la diffusione di pubblicazioni e informazioni censurate dal regime. Era un lavoro silenzioso, ma molto pericoloso. Infatti bastava pochissimo per finire sotto controllo.
Il colpo arrivò il 21 giugno 1939, quando l’OVRA arrestò Carlo Darchini, uno dei membri del gruppo. Dal materiale trovato durante la perquisizione, la polizia politica riuscì a risalire a quasi tutti i componenti della rete clandestina. Bellone venne così arrestato nella caserma di Pavia, dove da pochi mesi stava svolgendo il servizio di leva nel Genio.
Il processo e gli anni di carcere
Nel dicembre del 1939 si svolse il processo davanti al Tribunale speciale per la difesa dello Stato. In soli quattro giorni arrivarono 34 condanne. Le pene più pesanti toccarono proprio a Bellone e Ravetto: 14 anni di carcere.
Dopo la sentenza, Sergio Bellone fu rinchiuso prima a Civitavecchia. Lì conobbe, tra gli altri, Vittorio Foa e Gian Carlo Pajetta, cioè nomi importanti dell’antifascismo italiano. In seguito, dal maggio 1943, venne trasferito a Castelfranco Emilia.
Il rilascio arrivò il 23 agosto 1943, quando uscì dal carcere insieme ad altri oppositori del regime fascista. Però il quadro italiano stava già precipitando. Quindi la libertà ritrovata si inserì subito in un contesto di guerra, occupazione e scelte drastiche.
Bellone dopo l’8 settembre: i primi passi nella Resistenza
Dopo il rilascio Bellone rientrò a Torino. Dopo l’8 settembre 1943 prese parte ai primi tentativi di organizzare la difesa della città contro i tedeschi. Tuttavia quel tentativo venne subito travolto dal tradimento di Adami Rossi, che consegnò Torino ai nazisti.
A quel punto Bellone dovette spostarsi. L’11 settembre 1943 si rifugiò a San Giorio, in Val di Susa, dove si trovavano sfollati anche i suoi genitori. Qui partecipò alla nascita di una delle prime bande partigiane, con base al rifugio Gravio.
Da allora operò in Val di Susa fino ai primi mesi del 1944. Ed è proprio in questa fase che il suo nome si lega ad alcune delle azioni più note della Resistenza locale.
Il ruolo nel sabotaggio del viadotto dell’Arnodera
Uno degli episodi più importanti della sua attività partigiana fu il sabotaggio del ponte ferroviario dell’Arnodera, compiuto nella notte tra il 28 e il 29 dicembre 1943.
Bellone ebbe un ruolo fondamentale in quell’azione, realizzata insieme a don Francesco Foglia, Vittorio Blandino e Remo Bugnone. Il sabotaggio colpì il viadotto ferroviario lungo la linea del Frejus e fu giudicato dagli stessi occupanti come “un’autentica opera d’arte”.
Qui non si parla di una frase da cerimonia buona per fare scena. Si parla del riconoscimento, quasi incredulo, dell’efficacia tecnica di un’operazione partigiana preparata con precisione, sangue freddo e competenza sugli esplosivi. E Bellone, da ingegnere, in quel tipo di lavoro c’entrava eccome.
Dall’agguato di Sant’Ambrogio al trasferimento nel Cuneese
Successivamente Bellone riuscì a salvarsi da un agguato nazifascista alla stazione di Sant’Ambrogio di Torino. Dopo quell’episodio il comando regionale decise di trasferirlo nelle valli del Cuneese, dove le sue capacità tecniche potevano risultare ancora più utili.
In quell’area addestrò vari compagni all’uso degli esplosivi e partecipò a numerosi sabotaggi di strade e ferrovie. Quindi la sua attività non si limitò alla Val di Susa, ma proseguì in altri settori cruciali della guerriglia.
Durante un rastrellamento nazista prese parte anche a una manovra di sganciamento particolarmente difficile. In quella occasione attraversò con altri partigiani il tratto dal rifugio Quintino Sella al Monviso, a circa 2600 metri di altitudine, nel mese di marzo 1944. Non proprio una passeggiata, insomma.
Il comando della brigata SAP a Torino
Nel giugno 1944 Bellone venne trasferito a Torino. Qui gli fu affidato il comando di una brigata SAP composta in maggioranza da vigili del fuoco.
Sotto la sua direzione quel gruppo riuscì più volte a disarmare tedeschi isolati o piccoli gruppi armati. Tuttavia la situazione restava fragile. Infatti nell’ottobre 1944 una perquisizione tedesca in alcune caserme dei vigili del fuoco portò al ritrovamento delle armi nascoste e all’arresto di numerosi membri della formazione. Di fatto la brigata si sciolse.
L’antisabotaggio in Piemonte nel 1945
All’inizio del 1945 Bellone ricevette un incarico decisivo: il comando dell’antisabotaggio in Piemonte.
Il suo compito era impedire che i nazisti, durante la ritirata, distruggessero i principali impianti industriali e le centrali elettriche piemontesi. Era una missione meno spettacolare di un attentato o di un assalto, ma forse ancora più importante sul piano pratico. Se quelle strutture fossero saltate, il dopoguerra sarebbe stato ancora più duro.
Bellone riuscì a svolgere quel compito con successo, contribuendo a conservare integra la maggior parte degli impianti. E questo è uno di quei meriti che spesso si ricordano meno del dovuto.
Il dopoguerra tra lavoro tecnico e delusione politica
Dopo la guerra Bellone lavorò per alcuni anni alla ricostruzione nell’allora Jugoslavia. Lui stesso spiegò quella scelta come un modo per dare il proprio contributo alla costruzione del socialismo in quel Paese.
Nonostante questo, non interruppe del tutto i rapporti con la sua terra e con i compagni della Resistenza. Anzi, pubblicò anche alcuni articoli molto polemici sul processo che portò all’assoluzione degli uccisori del comandante partigiano Carlo Carli.
Con il passare del tempo, però, maturò una profonda disillusione politica. Questa delusione riguardava sia lo Stato nato dalla lotta partigiana sia il partito comunista, tanto sovietico quanto italiano. Perciò Bellone si allontanò dalla militanza attiva.
Il senso della sua posizione fu espresso con parole molto chiare: concluse di non essere adatto all’attività politica militante e decise quindi di dedicarsi quasi esclusivamente al lavoro tecnico, pur mantenendo un orientamento ideale democratico e di sinistra. In seguito intervenne nella vita pubblica solo in modo sporadico.
La morte e il profilo storico di Sergio Bellone
Sergio Bellone morì a San Giorio il 7 dicembre 2000. La sua figura resta significativa perché unisce tre livelli diversi ma complementari: l’antifascismo clandestino degli anni Trenta, la Resistenza armata del 1943-1945 e il dopoguerra segnato da speranze, polemiche e disincanto.
Inoltre Bellone non fu solo un uomo d’azione. Fu anche uno che ragionava, progettava, organizzava e metteva competenze tecniche al servizio della lotta partigiana. Proprio per questo la sua storia merita attenzione: non è soltanto la biografia di un combattente, ma il ritratto di uno dei profili più concreti e intelligenti della Resistenza piemontese.
Chiarimenti essenziali sul Dinamitardo
Sergio Bellone fu un partigiano e ingegnere italiano, nato a Milano nel 1915 e morto a San Giorio nel 2000.
È importante perché partecipò in prima linea alla lotta partigiana in Val di Susa, nel Cuneese e a Torino. Inoltre ebbe un ruolo decisivo nel sabotaggio del viadotto dell’Arnodera e nell’antisabotaggio in Piemonte nel 1945
Bellone fu arrestato nel 1939, dopo che l’OVRA riuscì a ricostruire la rete clandestina antifascista di cui faceva parte insieme ad altri compagni.
Nel dopoguerra lavorò per alcuni anni alla ricostruzione in Jugoslavia. Successivamente si allontanò dalla politica attiva, pur continuando a mantenere un orientamento democratico e di sinistra.
Il suo nome di battaglia era Dinamitardo, un soprannome coerente con la sua abilità tecnica nell’uso degli esplosivi durante la lotta partigiana.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



