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Sabotaggio del viadotto dell’Arnodera: storia dell’azione partigiana del 1943

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Da Alessandro Maldera

Aprile 10, 2026

Il sabotaggio del viadotto dell’Arnodera fu una delle operazioni più forti della Resistenza in Val di Susa. Nella notte tra il 28 e il 29 dicembre 1943, un gruppo di partigiani riuscì a far saltare il ponte ferroviario di Gravere, lungo la Torino-Modane, una linea fondamentale per i collegamenti tedeschi. Inoltre l’azione si preparò con grande precisione, dopo giorni di sopralluoghi, trasporti rischiosissimi e scelte tecniche tutt’altro che improvvisate. Per questo il colpo all’Arnodera è rimasto nella memoria come uno dei sabotaggi ferroviari più impressionanti dell’Europa occupata.

Le tappe decisive del sabotaggio dell’Arnodera

Novembre 1943
I partigiani intensificano i sabotaggi sulla linea Torino-Modane, ma i danni ai binari vengono riparati in tempi rapidi dai tedeschi.
Dicembre 1943
Dopo il fallimento del tentativo al ponte dell’Aquila, il comando partigiano decide di preparare un’azione più pesante e più efficace.
Giorni precedenti
Dopo sopralluoghi rischiosi compiuti da don Francesco Foglia e dall’ingegner Sergio Bellone, viene scelto come obiettivo il viadotto dell’Arnodera.
Trasporto
Vittorio Blandino trasporta da Villar Dora a Mompantero circa 8 quintali di dinamite nascosti in una botte per liquami trainata da un mulo, superando posti di blocco e colonne tedesche.
27-28 dicembre
L’esplosivo viene avvicinato al ponte e nascosto nella zona della chiesa di San Saturnino, a circa 500 metri dal viadotto.
Sera del 28 dicembre
Entra in azione la squadra composta da 18 partigiani di Mompantero, affiancati da Bellone e don Foglia. Vengono bloccati l’ingresso della galleria e il casello ferroviario.
Notte tra 28 e 29
I partigiani scavano otto camere di mina: sette nella struttura del ponte e una al piede del pilastro centrale, nel greto gelato del torrente.
Ore 1:00
I quattro dinamitardi rimasti sul posto — don Foglia, Bellone, Blandino e Bugnone — accendono le micce. Le cariche esplodono regolarmente.
29 dicembre 1943
Il ponte viene distrutto per oltre 62 metri, il pilastro centrale viene polverizzato e il traffico ferroviario tedesco sulla Torino-Modane resta interrotto per circa tre mesi.

Che cos’è il sabotaggio del viadotto dell’Arnodera

Il sabotaggio del viadotto dell’Arnodera indica l’azione compiuta dai partigiani contro un ponte ferroviario situato nel territorio di Gravere, in Val di Susa. Il viadotto si trovava sulla linea Torino-Modane, cioè la ferrovia del Frejus, che dopo l’8 settembre 1943 era diventata un asse essenziale per i movimenti tedeschi tra la Germania, l’Italia settentrionale occupata e la Francia sudorientale.

Non si trattò quindi di un semplice gesto simbolico. Al contrario, l’obiettivo era colpire una infrastruttura decisiva per la logistica militare nemica. Su quella ferrovia passavano treni con soldati, armi, munizioni, mezzi pesanti e materiali requisiti. Di conseguenza, interrompere quella linea significava ostacolare in modo concreto il funzionamento della macchina bellica tedesca.

Perché il ponte dell’Arnodera era un obiettivo così importante

La scelta del viadotto non avvenne per caso. Nei mesi precedenti i partigiani avevano già tentato altre azioni di sabotaggio sulla stessa direttrice ferroviaria. Tuttavia i danni ai binari, pur creando problemi, erano spesso riparati in tempi rapidi. Era quindi chiaro che serviva un’operazione di altro livello, capace di bloccare la linea per molto più tempo.

Dopo alcuni tentativi minori e dopo un fallimento al ponte dell’Aquila, dove le micce umide non esplosero, il comando partigiano decise di puntare su un bersaglio più decisivo. In seguito a sopralluoghi lunghi, faticosi e pericolosi, effettuati soprattutto dall’ingegner Sergio Bellone e da don Francesco Foglia, individuarono il viadotto dell’Arnodera come obiettivo ideale.

Il ponte era una struttura robusta ma vulnerabile se colpita nei punti giusti. Misurava circa 80 metri, era composto da cinque arcate su quattro pilastri e il pilastro centrale arrivava quasi a 30 metri. Inoltre Bellone non si limitò a osservare il manufatto, ma predispose un vero piano tecnico di distruzione. Dunque il sabotaggio fu pensato come un’operazione precisa, non come una scommessa lasciata all’improvvisazione.

Il problema più grave: trasportare la dinamite

La parte forse più folle dell’intera impresa non fu neppure l’esplosione finale. Il vero ostacolo iniziale fu il trasporto dell’esplosivo. Per far saltare il viadotto servivano infatti 8 quintali di dinamite, cioè 800 chili, da portare per circa 40 chilometri da Villar Dora a Mompantero, in una valle pattugliata dai tedeschi e disseminata di posti di controllo.

L’incarico venne affidato a Vittorio Blandino, che affrontò il viaggio da solo. L’esplosivo fu nascosto dentro una botte per liquami trainata da un mulo. Per rendere il carico meno sospetto, l’esterno della botte venne cosparso di liquame, così da sprigionare un odore insopportabile e scoraggiare controlli troppo accurati. Era un trucco rustico, sporco e intelligentissimo.

Il tragitto fu pieno di pericoli. A Caprie Blandino incontrò una colonna di autoblindati tedeschi e dovette tenere fermo il mulo spaventato dalle raffiche. Così, Bruzolo si trovò in mezzo a mezzi militari che si incrociavano. A Borgone Susa, presso le Casermette, venne fermato e circondato da soldati armati. Durante uno di questi momenti di caos, alcuni colpi raggiunsero la botte, danneggiandola. Bastava davvero poco perché il viaggio finisse in un’esplosione catastrofica.

Poi ci fu un’altra sosta forzata a Foresto, in attesa del passaggio di una nuova colonna tedesca. Solo dopo tutte queste peripezie Blandino riuscì a raggiungere Mompantero, dove altri partigiani lo aspettavano. Già solo questa fase basterebbe a spiegare perché il sabotaggio dell’Arnodera non fu un episodio qualsiasi.

I giorni di preparazione attorno al ponte

Nei giorni 27 e 28 dicembre 1943 l’esplosivo venne spostato da Mompantero verso il bersaglio. Remo Favro e Battista Bianco Dolino lo trasportarono fino alla chiesa di San Saturnino, che si trovava a circa 500 metri dal ponte, e lo nascosero nella boscaglia.

La sera del 28 dicembre prese forma la fase operativa. A quel punto si mosse una squadra composta da 18 partigiani di Mompantero, guidati dal tenente Vittorio Moroni, ai quali si aggiunsero don Francesco Foglia e l’ingegner Bellone. Inoltre Moroni aveva già contattato il comandante dei carabinieri di Susa, Dante Adami, in modo che i controlli abituali sul ponte non intralciassero l’azione.

Per mettere in sicurezza il lavoro, i partigiani bloccarono l’ingresso della galleria vicina, così da proteggersi dall’eventuale arrivo di pattuglie ferroviarie. Intanto Vittorio Blandino, insieme ad alcuni uomini, occupò il casello ferroviario, interruppe le comunicazioni telefoniche e fermò i casellanti. Nel frattempo gli altri si misero a scavare, nel buio e nel gelo, le buche destinate alle cariche esplosive. Lavorarono per circa tre ore.

Come furono posizionate le cariche

Il lavoro di scavo seguì una logica precisa. Nella massicciata del ponte furono ricavate sette camere profonde, fino a intaccare la muratura, distribuite in punti studiati delle quattro arcate a monte. L’ultima arcata, quella rivolta verso valle e Meana, venne invece risparmiata.

A queste sette camere se ne aggiunse un’ottava, ancora più profonda, scavata al piede del pilastro centrale nel greto gelato del torrente. In ciascuno di questi spazi fu collocata una carica di dinamite. Successivamente le cariche vennero accuratamente sigillate con terra, neve e pietrame, per rendere l’esplosione ancora più efficace.

Quando il grosso del lavoro fu finito, i partigiani di copertura rientrarono alle basi. Sul posto rimasero solo i quattro uomini incaricati di far esplodere le mine:

  1. Don Francesco Foglia
  2. Ing. Sergio Bellone
  3. Vittorio Blandino
  4. Remo Bugnone

I quattro prepararono ogni cassetta con due detonatori al fulminato di mercurio e due spezzoni di miccia a lenta combustione lunghi circa due metri. All’estremità delle micce infilarono anche una bocchetta di balistite, utile per facilitare l’accensione.

L’esplosione dell’1 di notte

All’1:00 del 29 dicembre 1943 i quattro partigiani accesero le sedici micce. Questa volta non ci furono errori né umidità a spegnere il piano: le cariche esplosero tutte regolarmente, una dopo l’altra.

L’effetto fu devastante. Il ponte venne distrutto per una lunghezza di oltre 62 metri. Il pilastro centrale fu letteralmente polverizzato. I materiali vennero scagliati a grande distanza e il boato dell’esplosione si diffuse nella valle fino a circa 15 chilometri. Non era più un sabotaggio minore, uno di quelli che si aggiustano in fretta. Era un colpo pesante, pensato per fermare davvero il traffico ferroviario.

Le conseguenze sulla linea Torino-Modane

Il sabotaggio del viadotto dell’Arnodera ebbe un effetto immediato e duraturo. Il traffico ferroviario tedesco sulla Torino-Modane rimase interrotto per circa tre mesi, fino al marzo 1944. Per il nemico fu un danno logistico enorme, perché quella linea era una delle vie più rapide, comode e sicure per far passare truppe e materiali.

Su quel collegamento, ogni giorno, transitavano più di venti treni merci diretti verso la Francia, carichi di deportati, bestiame, macchinari e materiali razziati. In senso opposto arrivavano anche numerosi convogli militari, con carri armati, cannoni, munizioni e soldati. Inoltre si stima che ogni giorno entrassero in Italia lungo quella linea tra 3.500 e 4.000 militari tedeschi, insieme a centinaia di mezzi pesanti.

Per questo il sabotaggio dell’Arnodera vè ancora considerato un’azione di enorme importanza strategica. La lunga interruzione della linea consentì ai partigiani di guadagnare tempo, riorganizzarsi e intensificare altre azioni di guerriglia sul territorio. Secondo la memorialistica resistenziale, l’effetto complessivo dell’operazione avrebbe contribuito anche alla salvezza di 30.000-35.000 persone.

Perché si definì un’“opera d’arte”

La riuscita del sabotaggio fu tale che persino il comando tedesco di Torino definì il colpo una “opera d’arte”. È una definizione impressionante, soprattutto perché arriva dalla controparte. In sostanza i tedeschi riconobbero l’eccezionale efficacia tecnica e militare dell’operazione. Anche gli Alleati considerarono l’azione di straordinaria importanza.

La forza del sabotaggio dell’Arnodera stava infatti nell’insieme dei suoi elementi: un obiettivo scelto con criterio, un trasporto dell’esplosivo quasi impossibile, una preparazione accurata, una perfetta coordinazione tra esperti tecnici e partigiani sul campo, e infine una esecuzione senza errori nel momento decisivo.

Un’azione compiuta sotto gli occhi di una valle militarizzata

Per capire davvero la portata dell’impresa bisogna ricordare il contesto. Tutte le stazioni ferroviarie da Collegno a Bardonecchia erano presidiate e controllate dai tedeschi. A Susa, a poca distanza dal ponte, erano presenti circa 800 soldati tedeschi e 30 carri armati. Inoltre altre truppe pesantemente armate si trovavano al dinamitificio Nobel di Avigliana, alla Moncenisio di Condove, oltre che a Bussoleno e Rivoli.

In pratica l’azione si svolse dentro un territorio strettamente sorvegliato, con presidi, colonne militari, blindati e controlli continui. Ed è proprio questo che rende il sabotaggio dell’Arnodera qualcosa di più di una bella pagina resistenziale. Fu un’operazione ad altissimo rischio, riuscita in un ambiente dove bastava un dettaglio fuori posto per far saltare uomini, esplosivo e piano intero.

La frase di don Foglia prima di accendere le micce

Uno dei momenti più ricordati del sabotaggio riguarda gli istanti immediatamente precedenti all’esplosione. Secondo la testimonianza di Vittorio Blandino, i quattro sabotatori si guardarono negli occhi prima di accendere le micce. Fu allora che don Francesco Foglia, detto don Dinamite, diede voce al pensiero comune.

Il senso delle sue parole era chiaro: distruggere un’opera così grande, costruita con la fatica e perfino con la vita di altri uomini, poteva sembrare grave. Però in quel momento non era un peccato, bensì un dovere verso l’umanità. È una frase rimasta impressa perché spiega bene il nodo morale dell’azione: non il gusto della distruzione, ma la necessità di colpire una infrastruttura usata per alimentare occupazione, deportazioni e guerra.

La memoria del sabotaggio dell’Arnodera

Il ricordo di quell’azione non si è perso. A Gravere, in via Susa, una lapide commemorativa ricorda il sabotaggio del ponte e il suo significato nella lotta contro il nazifascismo. Il testo insiste proprio sull’interruzione delle comunicazioni militari tra Italia e Francia e rende omaggio ai combattenti della libertà.

La memoria pubblica dell’episodio è rinnovata ancora nel tempo. Nel 1997 si scoprì una lapide commemorativa, mentre il 29 dicembre 2023 si è celebrato l’80° anniversario del sabotaggio con iniziative dedicate. Segno che il colpo dell’Arnodera continua a occupare un posto importante nella storia della Resistenza valsusina.

Le risposte essenziali sul colpo partigiano all’Arnodera

Quando avvenne il sabotaggio del viadotto dell’Arnodera?

Il sabotaggio avvenne nella notte tra il 28 e il 29 dicembre 1943. L’esplosione vera e propria si verificò all’1:00 del 29 dicembre

Dove si trovava il viadotto dell’Arnodera?

Il ponte si trovava nel territorio di Gravere, in Val di Susa, sulla linea ferroviaria Torino-Modane.

Chi furono i protagonisti dell’azione?

I quattro sabotatori rimasti sul posto fino all’esplosione furono don Francesco Foglia, Sergio Bellone, Vittorio Blandino e Remo Bugnone. A supporto dell’operazione partecipò anche una squadra di 18 partigiani di Mompantero guidata da Vittorio Moroni.

Quanta dinamite si utilizzò?

Per l’operazione furono usati 8 quintali di dinamite, cioè circa 800 chili di esplosivo.

Perché il sabotaggio dell’Arnodera fu così importante?

Perché bloccò per circa tre mesi una linea ferroviaria strategica per i movimenti tedeschi, rallentando in modo serio il traffico militare e logistico sulla Torino-Modane.

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Alessandro Maldera

Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende