Come arrivò l’agricoltura nel territorio torinese durante il Neolitico

Da Alessandro Maldera
Agosto 08, 2026

L’arrivo dell’agricoltura nel territorio torinese non fu una rivoluzione improvvisa. Per secoli le comunità locali continuarono a cacciare, raccogliere e pescare mentre sperimentavano allevamento e piccole coltivazioni.
Le innovazioni del Neolitico iniziarono a diffondersi soprattutto durante il V millennio a.C. Tuttavia, la trasformazione fu lenta e diversa da luogo a luogo.
I primi agricoltori del Torinese erano quindi molto lontani dall’immagine del contadino delle epoche storiche. Vivevano in una società ancora profondamente legata ai boschi, alla selvaggina e alle risorse naturali.
Focus sul cambiamento
– Intorno al 5000 a.C. iniziarono a diffondersi animali domestici, ceramica e cereali
– Le prime coltivazioni erano probabilmente piccoli appezzamenti o forme di orticoltura
– Caccia, pesca, raccolta, allevamento e agricoltura continuarono a convivere per secoli
– Tra IV e III millennio a.C. il disboscamento aumentò e il territorio divenne progressivamente più antropizzato
Quando iniziò l’arrivo dell’agricoltura nel territorio torinese
Tra il 6000 e il 4000 a.C. i margini delle Alpi, le basse vallate e probabilmente anche la collina torinese erano frequentati da comunità di cacciatori-raccoglitori ormai meno mobili rispetto alle epoche precedenti.
La situazione cominciò a cambiare intorno al 5000 a.C.. Nell’area alpina e circumalpina iniziarono infatti a circolare conoscenze e tecnologie caratteristiche del Neolitico.
Comparvero progressivamente:
- cereali provenienti dal Mediterraneo e dal Vicino Oriente;
- capre e pecore domestiche;
- recipienti in terracotta;
- asce e accette di pietra levigata;
- nuove tecniche per lavorare il legno e il terreno.
Le comunità locali, però, non adottarono automaticamente tutte queste innovazioni. Alcune furono integrate rapidamente, mentre altre rimasero marginali.
La prima fase potrebbe quindi essere descritta come un periodo ancora fortemente legato alla cultura mesolitica, ma nel quale comparivano già ceramica e altre tecnologie neolitiche.
Soltanto tra la fine del V millennio e il IV millennio a.C. emerge con maggiore chiarezza un’economia composta da allevamento, caccia, raccolta e coltivazioni. Inizialmente, inoltre, potrebbe essere più corretto parlare di orticoltura e piccole coltivazioni piuttosto che di agricoltura intensiva.
Per capire meglio questa fase della preistoria torinese, leggi anche: Il Neolitico nel territorio torinese: quando nascono villaggi, campi e paesaggi umani
La cronologia della trasformazione neolitica
Comunità di cacciatori-raccoglitori progressivamente meno mobili
Intorno al 5000 a.C.
Prime conoscenze neolitiche e diffusione di animali domestici
Fine V millennio a.C.
Maggiore presenza di ceramica, pietra levigata e piccole coltivazioni
4200-3500 a.C.
Comunità stabili documentate nell’alta Val di Susa
IV-III millennio a.C.
Aumento del disboscamento e ampliamento delle superfici utilizzate
Età del Rame
Possibile utilizzo di forme primitive di aratro a chiodo
La tabella non indica quindi una data precisa nella quale gli abitanti del Torinese sarebbero improvvisamente diventati agricoltori. Mostra, invece, una trasformazione durata molti secoli.
Cosa coltivavano i primi agricoltori del Torinese
La documentazione archeologica non permette di stabilire con sicurezza tutte le specie coltivate nelle singole località dell’attuale territorio torinese.
Il quadro dell’Italia settentrionale consente comunque di capire quali piante fossero conosciute dalle comunità neolitiche.
Tra le colture documentate compaiono:
- farro;
- piccolo farro;
- orzo;
- frumenti a cariosside nuda;
- lenticchie;
- piselli;
- fave;
- cicerchie e altre leguminose.
In particolare, orzo, farro e piccolo farro sono tra le coltivazioni che ricorrono maggiormente nella documentazione archeobotanica dell’Italia settentrionale.
Per il Torinese è però necessario mantenere una certa prudenza. Non tutte queste specie sono state individuate direttamente nei siti locali.
È quindi plausibile che le prime comunità agricole del territorio conoscessero almeno cereali come farro, piccolo farro e orzo, già ampiamente diffusi nel Neolitico dell’Italia settentrionale.
Agricoltura, allevamento e caccia continuarono insieme
La diffusione delle coltivazioni non provocò la scomparsa delle attività praticate nei millenni precedenti.
Le comunità continuarono infatti a:
- cacciare cervi, caprioli e cinghiali;
- raccogliere frutti, erbe e altre risorse dei boschi;
- pescare nei corsi d’acqua e nei laghi;
- allevare soprattutto capre e pecore;
- coltivare piccoli terreni vicini agli insediamenti.
Il risultato fu una vera economia mista.
La produzione agricola permetteva di diminuire progressivamente la dipendenza dalla caccia, ma inizialmente non era sufficiente a garantire da sola l’alimentazione della comunità.
Per questo i primi coltivatori del Torinese non devono essere immaginati come agricoltori specializzati. Erano gruppi che sperimentavano nuovi sistemi di produzione senza rinunciare alle strategie che avevano garantito la sopravvivenza per generazioni.
Com’era il paesaggio torinese prima delle coltivazioni
Tra il 6000 e il 4800 a.C. la pianura torinese era molto diversa da quella attuale.
Non esistevano grandi distese di campi. Al contrario, il territorio era coperto in larga parte da una vegetazione fitta, nella quale aveva un ruolo importante il querceto misto.
Le zone più favorevoli alla presenza umana erano quindi:
- terrazzi fluviali;
- terreni leggermente rialzati;
- margini dei boschi;
- sommità collinari;
- pendii con buona esposizione;
- aree vicine all’acqua ma protette dalle inondazioni.
La collina torinese poteva offrire condizioni particolarmente favorevoli. Vi erano terreni coltivabili, sorgenti, legname, selvaggina e alcune zone naturalmente più aperte.
La pianura, invece, poteva essere più umida, paludosa e difficile da attraversare.
Con l’affermarsi dell’agricoltura cominciò così una trasformazione sistematica dell’ambiente. Per creare piccoli terreni coltivabili era necessario abbattere alberi, aprire radure e impedire alla vegetazione di riconquistare immediatamente gli spazi.
Asce levigate e primi disboscamenti nel Torinese
Uno degli indizi archeologici più importanti di questo cambiamento è la diffusione delle asce e delle accette di pietra levigata.
Nel territorio torinese manufatti di questo tipo sono stati rinvenuti in diverse località, tra cui:
- Torino-Sassi;
- Pino Torinese;
- Sciolze;
- Mombello di Torino;
- Moriondo Torinese;
- Corbiglia;
- area morenica della bassa Val di Susa.
Durante il IV millennio a.C. la loro crescente diffusione viene collegata a una lavorazione del legno e a un’attività di disboscamento più intense rispetto al passato.
Questi strumenti potevano servire per abbattere alberi e rami, ma anche per costruire abitazioni, preparare pali e recinzioni, creare radure oppure realizzare utensili e contenitori di legno.
Non tutte le asce, comunque, devono essere interpretate come strumenti agricoli. Alcuni manufatti erano utilizzati soprattutto per il taglio, mentre altri potevano avere anche un valore simbolico o cerimoniale.
Torino-Sassi e le tracce del Neolitico dentro la città
Una delle testimonianze più importanti rinvenute nell’attuale territorio comunale di Torino arriva dalla borgata Sassi, sulla destra del Po.
All’interno di una cava d’argilla furono scoperti due reperti particolarmente significativi:
- una lama d’ascia in pietra levigata;
- un raro anellone realizzato in pietra verde levigata.
Gli oggetti furono trovati a circa venti metri di distanza l’uno dall’altro. La loro presenza potrebbe quindi indicare che nelle vicinanze esistesse un insediamento.
L’anellone appartiene a una tipologia diffusa durante il primo Neolitico nell’Italia centro-settentrionale. Il ritrovamento avvenne casualmente nell’Ottocento all’interno della cava.
Questi materiali mostrano soprattutto che l’area di Sassi era inserita nelle reti culturali e di scambio che univano le Alpi occidentali, le Langhe, il Monferrato e la Pianura Padana.
Il dato va però interpretato con cautela. I reperti dimostrano una frequentazione neolitica e rendono plausibile la presenza di un abitato, ma non permettono di stabilire la dimensione del villaggio né di ricostruire direttamente campi e raccolti.
Gli insediamenti sulla collina torinese
Numerose altre tracce preistoriche provengono dalla collina che circonda Torino.
Molti ritrovamenti risalgono però all’Ottocento o ai primi decenni del Novecento. Di conseguenza, mancano spesso gli scavi stratigrafici e le metodologie che oggi permetterebbero una datazione più precisa.
Tra le località interessate figurano:
- Bric della Maddalena;
- Cavoretto;
- Bric di Sciolze;
- Pino Torinese;
- territorio tra Pino e Chieri;
- Pecetto;
- Moriondo;
- Mombello.
Sul Bric della Maddalena sono stati rinvenuti frammenti di ceramica, una lama di selce e una pietra interpretata come possibile macina.
La cronologia rimane incerta. I materiali potrebbero appartenere al tardo Neolitico o all’Età del Rame, ma non si può escludere una fase successiva.
Anche a Sciolze sono emerse ceramiche, tracce di focolari e ossa animali. Tuttavia, le proposte di datazione spaziano dal Neolitico finale fino all’Età del Bronzo.
Per questo questi luoghi rappresentano importanti indizi di popolamento della collina, ma non possono essere presentati automaticamente come villaggi agricoli neolitici definitivamente identificati.
Chiomonte e le comunità agricole dell’alta Val di Susa
Per comprendere la trasformazione neolitica nel territorio torinese più ampio è particolarmente importante il sito della Maddalena di Chiomonte, in alta Val di Susa.
L’insediamento fu individuato nel 1985 durante i lavori per la costruzione dell’autostrada del Fréjus.
Si trova a circa 718 metri di altitudine, sopra un terrazzo della Dora Riparia e in una posizione protetta da grandi massi prodotti da un’antica frana.
Le ricerche archeologiche hanno interessato circa 12.500 metri quadrati e hanno individuato diverse fasi di occupazione comprese tra il Neolitico medio e quello recente.
La fase di maggiore sviluppo viene collocata approssimativamente tra il 4200 e il 3500 a.C.
Il sito dimostra che le comunità neolitiche non si limitarono alle pianure. Riuscirono invece ad adattarsi anche agli ambienti alpini.
La posizione era particolarmente favorevole perché:
- ben esposta al sole;
- relativamente protetta dai venti;
- vicina all’acqua;
- collegata ai percorsi attraverso le Alpi;
- prossima a boschi, pascoli e materie prime.
A Chiomonte sono stati analizzati 132 manufatti in pietra levigata. Più della metà erano strumenti da taglio.
Sono inoltre emersi percussori, mole, macine, pendenti e numerosi manufatti non completati.
La presenza di molti abbozzi e strumenti spezzati dimostra che il sito non era soltanto un luogo abitato. Era anche un importante centro per la lavorazione delle pietre verdi alpine.
Il Torinese tra due grandi correnti culturali
Durante il Neolitico il territorio torinese occupava una posizione di passaggio tra due importanti aree culturali.
A est era presente la cultura del Vaso a bocca quadrata, sviluppata soprattutto nella Pianura Padana.
Verso occidente si estendeva invece la cultura di Chassey, diffusa tra la Provenza e la valle del Rodano.
La Val di Susa rappresentava quindi un naturale punto di contatto tra mondi diversi. Le comunità dell’alta valle mostrano infatti forti relazioni con quelle situate sui versanti francese e svizzero delle Alpi.
Il Neolitico torinese non fu quindi un fenomeno isolato.
Attraverso i valichi circolavano persone, tecnologie, manufatti e materie prime. Inoltre, è plausibile che insieme alle conoscenze agricole viaggiassero anche sementi e pratiche legate alla produzione del cibo.
Tutto questo avveniva migliaia di anni prima della costruzione di una rete stradale organizzata.
Come l’agricoltura trasformò lentamente il territorio torinese
All’inizio le trasformazioni furono probabilmente limitate a piccoli spazi.
Nel lungo periodo, però, l’introduzione dell’agricoltura modificò profondamente il rapporto tra le comunità e l’ambiente.
Progressivamente:
- comparvero radure mantenute artificialmente;
- aumentò il taglio degli alberi;
- si sviluppò la lavorazione sistematica del legno;
- alcune comunità iniziarono a restare più a lungo negli stessi luoghi;
- comparvero abitazioni più solide e spazi destinati alla conservazione delle risorse;
- divenne necessario proteggere animali e coltivazioni;
- aumentarono gli scambi di utensili, materie prime e conoscenze;
- il paesaggio naturale iniziò progressivamente a trasformarsi in un paesaggio modellato dall’uomo.
Tra il IV e il III millennio a.C. il disboscamento probabilmente aumentò e iniziarono a essere sfruttati anche terreni che in precedenza erano rimasti marginali.
Per l’Età del Rame è stata inoltre ipotizzata, per analogia con quanto documentato in altre regioni, la possibile introduzione di un primitivo aratro a chiodo.
Nel Torinese, tuttavia, le testimonianze disponibili non sono sufficienti per affermarne con certezza l’utilizzo.
Perché non si può parlare di una rivoluzione agricola improvvisa
Parlare semplicemente di un’agricoltura arrivata a Torino in una data precisa rischia di dare un’immagine sbagliata del processo.
Non esiste un momento nel quale tutti i cacciatori-raccoglitori del territorio diventarono improvvisamente agricoltori.
L’introduzione delle nuove tecniche fu invece graduale. Per molto tempo caccia, raccolta, pesca, allevamento e coltivazioni continuarono a completarsi a vicenda.
Allo stesso modo, i reperti di Sassi non dimostrano l’esistenza di un grande villaggio agricolo, così come le asce levigate non devono essere interpretate automaticamente come zappe o strumenti per arare.
Anche il paesaggio rimase per secoli prevalentemente boscoso. I primi appezzamenti coltivati dovevano essere piccole radure inserite all’interno di un ambiente ancora dominato dalla vegetazione naturale.
Inoltre, queste comunità non possono essere considerate le fondatrici della futura Torino. Non esiste infatti una continuità dimostrabile tra gli insediamenti neolitici e la città sorta molti millenni più tardi.
FAQ sull’arrivo dell’agricoltura nel territorio torinese
Le prime conoscenze e tecnologie neolitiche iniziarono probabilmente a diffondersi intorno al V millennio a.C.. Il passaggio a un’economia agricola fu però molto lento e continuò per diversi secoli.
È probabile che fossero conosciuti cereali come orzo, farro e piccolo farro, già diffusi nell’Italia settentrionale. Tuttavia, la documentazione archeologica locale non permette di attribuire con certezza tutte le specie ai singoli siti torinesi.
No. Caccia, raccolta, pesca e allevamento continuarono ad avere un ruolo fondamentale. Le prime coltivazioni erano soltanto una delle diverse fonti di sostentamento.
A Sassi sono stati trovati reperti che suggeriscono la presenza di un insediamento neolitico nelle vicinanze. Non conosciamo però né la struttura né le dimensioni dell’eventuale abitato.
Uno dei siti più importanti è quello della Maddalena di Chiomonte, in alta Val di Susa. L’area conserva diverse fasi di occupazione e raggiunse una notevole espansione tra circa il 4200 e il 3500 a.C.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



