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L’anello di Sassi racconta la Torino di settemila anni fa

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Da Alessandro Maldera

Agosto 06, 2026

Il manufatto più vecchio di Torino conosciuto risale a circa settemila anni fa. Si tratta di un grande anello lavorato nella pietra verde proveniente dall’area del Monviso, materiale molto utilizzato dalle comunità neolitiche del Piemonte.

Il reperto fu trovato nella zona di Sassi durante alcuni scavi effettuati alla fine dell’Ottocento. Nello stesso terreno venne recuperata anche un’ascia di pietra levigata, oggi conservata insieme all’anello nel Museo di Antichità di Torino.

Focus sull’Anello Verde

– Il reperto risale a circa 7.000 anni fa
– È un grande anello realizzato in pietra verde
– Fu trovato nella borgata Sassi durante l’Ottocento
– A circa 20 metri di distanza emerse anche un’ascia neolitica
– I due oggetti si trovavano a circa un metro di profondità
– Il terreno era stato rimaneggiato e conteneva materiali di epoche diverse

Il manufatto più vecchio di Torino è un anello neolitico

Il reperto viene comunemente chiamato anellone di Sassi per le sue dimensioni e per il luogo nel quale fu recuperato.

La sua realizzazione viene collocata nel Neolitico, il periodo durante il quale le comunità umane iniziarono a praticare stabilmente l’agricoltura, l’allevamento e la lavorazione levigata della pietra.

L’anello rappresenta quindi una delle più antiche testimonianze della presenza umana nell’area torinese.

La sua funzione precisa non è però conosciuta. Oggetti simili potevano avere un valore ornamentale, simbolico, rituale oppure essere collegati al prestigio personale di chi li possedeva.

La mancanza di informazioni sul contesto originario rende difficile stabilire in quale modo venisse realmente utilizzato.

La preistoria del territorio torinese
Dalle prime presenze umane alla nascita degli insediamenti stabili, scopri la preistoria e i primi insediamenti nel territorio torinese

La pietra verde proveniente dal Monviso

L’anellone fu scolpito utilizzando una pietra verde legata alle formazioni geologiche dell’area del Monviso.

Questo materiale ebbe un ruolo centrale nella preistoria piemontese. Era duro, resistente e adatto alla produzione di asce levigate, strumenti, ornamenti e oggetti di particolare pregio.

La lavorazione richiedeva molto tempo. La pietra doveva essere selezionata, tagliata, modellata e levigata fino a ottenere una superficie regolare.

Le comunità preistoriche piemontesi svilupparono una vera attività specializzata intorno a questa materia prima. Per questo la produzione di manufatti in pietra verde viene talvolta descritta come una delle prime forme di industria del territorio.

Gli oggetti realizzati nell’area alpina non restavano inoltre confinati vicino ai luoghi di estrazione.

I manufatti piemontesi viaggiavano attraverso l’Europa

Asce e oggetti in pietra verde provenienti dalle Alpi occidentali sono stati ritrovati in territori molto lontani dal Piemonte.

La loro diffusione mostra l’esistenza di reti di scambio capaci di attraversare grandi distanze già durante il Neolitico.

I manufatti raggiungevano aree che oggi appartengono a diversi Paesi europei. Alcuni venivano probabilmente trasferiti da una comunità all’altra, attraverso una lunga successione di scambi.

Il valore non dipendeva soltanto dall’utilità pratica. La provenienza, la qualità della pietra e la difficoltà della lavorazione potevano rendere questi oggetti particolarmente prestigiosi.

Anche l’anello di Sassi appartiene quindi a una tradizione produttiva che collegava il territorio piemontese a una rete molto più ampia.

Il ritrovamento nella borgata Sassi

L’anellone tornò alla luce nella zona di Sassi, lungo la destra del Po e ai piedi della collina torinese.

La scoperta avvenne durante l’estrazione dell’argilla utilizzata per produrre laterizi. Nell’area era infatti presente uno stabilimento che sfruttava i depositi naturali del terreno.

Nel 1873 l’anello e l’ascia furono consegnati alle raccolte civiche torinesi.

I reperti provenivano dalla stretta fascia di terreno compresa tra la strada Torino-Casale e il piede della collina.

In quel punto era presente uno spesso strato di argilla compatta, posto sopra un banco di grandi ciottoli. La composizione del terreno era collegata anche ai corsi d’acqua che scendevano dalla collina.

L’ascia trovata vicino all’anello

A circa venti metri dall’anellone venne scoperta anche un’ascia di pietra levigata.

I due reperti si trovavano approssimativamente alla stessa profondità, circa un metro sotto la superficie.

L’ascia apparteneva alla stessa tradizione neolitica della lavorazione della pietra. Strumenti di questo tipo venivano utilizzati per tagliare il legno, disboscare, costruire strutture e svolgere numerose attività quotidiane.

Non è però possibile dimostrare che l’anello e l’ascia appartenessero alla stessa persona o fossero stati depositati nello stesso momento.

La distanza tra i due oggetti e le condizioni del terreno impediscono infatti di ricostruire con certezza il loro rapporto originario.

Il problema del terreno rimaneggiato

Uno degli aspetti più importanti della scoperta riguarda lo strato nel quale furono trovati i reperti.

L’anello e l’ascia non provenivano da un deposito archeologico rimasto intatto per migliaia di anni. Si trovavano invece in un terreno superficiale modificato più volte dalle attività umane e naturali.

Lo strato era formato da argilla mescolata a detriti, frammenti di laterizi e altri materiali.

Durante gli scavi erano già emersi oggetti appartenenti a periodi molto diversi:

  • vasi contenenti terra e cenere;
  • frammenti di tegole;
  • pietre con iscrizioni;
  • resti di muri;
  • oggetti metallici di epoca molto più recente.

La presenza contemporanea di materiali preistorici, antichi e moderni dimostrava che il terreno era stato spostato e mescolato nel corso del tempo.

Perché il contesto è importante
L’anello è autenticamente neolitico, ma il terreno nel quale fu recuperato non era rimasto intatto. Non è quindi possibile stabilire con certezza dove fosse stato collocato originariamente o se provenisse da un insediamento vicino

Un reperto autentico, ma senza un contesto archeologico certo

Il rimaneggiamento del terreno non mette in dubbio l’antichità del manufatto.

La forma, il materiale e la tecnica di lavorazione permettono di collegare l’anellone alla produzione neolitica in pietra verde.

Ciò che rimane incerto è invece il suo contesto originario.

Il reperto potrebbe essere stato utilizzato nelle vicinanze, trasportato da un’altra zona oppure spostato durante lavori agricoli, costruzioni e trasformazioni del terreno.

Per questo l’anello testimonia una presenza umana antichissima nell’area torinese, ma non permette da solo di ricostruire un insediamento neolitico nella borgata Sassi.

Chi viveva nell’area torinese settemila anni fa

La preistoria più antica del territorio di Torino rimane ancora poco documentata.

Settemila anni fa le comunità neolitiche vivevano in piccoli gruppi, coltivavano la terra, allevavano animali e producevano strumenti in pietra levigata.

Probabilmente sceglievano aree vicine ai corsi d’acqua, ai terreni coltivabili e alle vie naturali di passaggio.

La zona compresa tra il Po e la collina offriva acqua, boschi, argilla e terreni utilizzabili. Queste caratteristiche avrebbero potuto favorire una presenza umana anche stabile.

Tuttavia, le trasformazioni urbanistiche, le alluvioni e i lavori svolti nei secoli hanno cancellato o spostato molte tracce.

L’anellone e l’ascia restano quindi frammenti isolati di una storia ancora difficile da ricostruire.

Lo studio del reperto nell’Ottocento

I primi studi sistematici sull’anellone furono condotti poco dopo il ritrovamento.

La ricerca preistorica era allora una disciplina ancora giovane. Archeologia, geologia e paleontologia iniziavano a collaborare per comprendere le epoche precedenti alla comparsa delle fonti scritte.

L’attenzione non si concentrò soltanto sulla forma dell’oggetto. Venne analizzato anche il terreno nel quale era stato trovato, cercando di ricostruire la successione degli strati e le caratteristiche geologiche dell’area.

Proprio questa analisi permise di riconoscere che il deposito superficiale era stato rimaneggiato.

La prudenza mostrata dagli studiosi ottocenteschi rimane ancora oggi fondamentale per interpretare correttamente il reperto.

Perché l’anello è importante per la storia di Torino

Torino viene spesso raccontata a partire dalla città romana, fondata molti millenni dopo la realizzazione dell’anellone.

Il reperto di Sassi ricorda invece che la presenza umana nel territorio è molto più antica.

Prima delle strade romane, delle mura e degli edifici storici esistevano comunità capaci di lavorare materiali difficili e partecipare a reti di scambio estese attraverso l’Europa.

L’anello dimostra inoltre che il Piemonte non era una zona isolata. La pietra verde delle Alpi occidentali rappresentava una risorsa richiesta e trasportata per centinaia di chilometri.

Il manufatto non racconta quindi soltanto la preistoria di Torino. Mostra anche il ruolo del territorio piemontese nei rapporti tra le comunità europee del Neolitico.

Dove si trova oggi l’anellone di Sassi

Il reperto è conservato nel Museo di Antichità di Torino, insieme alle raccolte dedicate alla preistoria e alle civiltà antiche del territorio.

La sua presenza nel museo permette di collegare le origini più lontane dell’area torinese alle successive fasi storiche.

L’anello resta uno degli oggetti più significativi per comprendere quanto sia profonda la storia umana della città.

Cosa ci racconta davvero il manufatto più antico

L’anellone non permette di conoscere il nome, l’aspetto o la vita della persona che lo realizzò.

Non sappiamo neppure se fosse un ornamento, un simbolo di prestigio oppure un oggetto utilizzato durante particolari cerimonie.

Tuttavia, la qualità della lavorazione rivela competenze tecniche avanzate. Mostra che chi lo produsse conosceva bene le proprietà della pietra e disponeva del tempo necessario per modellarla.

Il reperto racconta quindi una Torino precedente alla città, alle strade e ai documenti scritti.

È una testimonianza piccola ma concreta di un passato che, per molti aspetti, rimane ancora nascosto sotto il territorio contemporaneo.

FAQ – Cosa racconta il manufatto più antico di Torino

Qual è il manufatto più vecchio trovato a Torino?

È un grande anello neolitico di pietra verde, risalente a circa settemila anni fa e conosciuto come anellone di Sassi.

Dove venne scoperto l’anello?

Il reperto fu trovato nella borgata Sassi, nella fascia di terreno compresa tra la strada Torino-Casale e il piede della collina.

Che cosa venne trovato insieme all’anellone?

A circa venti metri di distanza fu recuperata anche un’ascia neolitica di pietra levigata. I due oggetti si trovavano a circa un metro di profondità.

Perché non conosciamo il contesto originario del reperto?

Il terreno era stato rimaneggiato e conteneva materiali appartenenti a epoche diverse. Non è quindi possibile stabilire dove fosse stato depositato inizialmente l’anello.

Dove è conservato oggi?

L’anellone di Sassi è custodito nel Museo di Antichità di Torino, all’interno delle collezioni dedicate alla storia più antica del territorio.

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Alessandro Maldera

Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende