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Situazione Ghiacciai Piemonte estate 2026: fusione precoce e caldo estremo

Alessandro Maldera Avatar

Da Alessandro Maldera

Agosto 04, 2026

La situazione dei ghiacciai del Piemonte nell’estate 2026 appare particolarmente critica. Le temperature elevate registrate tra la fine di maggio e giugno hanno anticipato la fusione della neve e lasciato diverse superfici glaciali esposte al caldo estivo.

Il ghiacciaio del Ciardoney, nel massiccio del Gran Paradiso, rappresenta uno degli indicatori più importanti per valutare lo stato delle Alpi occidentali. I rilievi effettuati prima dell’estate hanno mostrato un accumulo nevoso inferiore alla media e una fusione iniziata con diverse settimane di anticipo.

Un’estate difficile per i ghiacciai piemontesi

La stagione 2026 è iniziata con condizioni sfavorevoli per la conservazione del ghiaccio.

L’inverno aveva portato alcune nevicate abbondanti tra dicembre e marzo. La quantità complessiva di neve è stata però penalizzata da un autunno asciutto e da una primavera povera di precipitazioni.

Alla scarsità di neve si sono aggiunte temperature molto elevate durante aprile e soprattutto nella seconda metà di maggio.

Il risultato è stato un avvio anticipato della fusione. Quando la neve invernale scompare presto, il ghiaccio più scuro rimane direttamente esposto alla radiazione solare e assorbe una quantità maggiore di calore.

Questo meccanismo accelera ulteriormente la perdita di massa.

Ghiacciai del Piemonte nell’estate 2026

– Primavera calda e povera di precipitazioni
– Fusione della neve iniziata con settimane di anticipo
– Zero termico salito ripetutamente oltre i 4.000 metri
– Accumulo nevoso ridotto sul ghiacciaio Ciardoney
– Superficie glaciale esposta precocemente al caldo
– Bilancio finale atteso tra i più negativi della serie storica

Il giugno 2026 è stato tra i più caldi in Piemonte

Le condizioni osservate sui ghiacciai si inseriscono in un quadro regionale caratterizzato da temperature eccezionali.

Giugno 2026 ha registrato un’anomalia media di circa 3,5 gradi rispetto al periodo climatico 1991-2020.

Considerando le temperature medie e le massime, è risultato il secondo giugno più caldo della serie piemontese iniziata nel 1958, dietro soltanto al 2003.

Le elevate temperature non hanno interessato soltanto le città e le pianure. Il caldo ha raggiunto anche le quote alpine, favorendo una rapida riduzione della neve residua.

Lo zero termico oltre i 4.000 metri

Uno degli indicatori più significativi è lo zero termico, cioè la quota alla quale la temperatura dell’aria raggiunge gli zero gradi.

Durante diverse ondate di calore dell’estate 2026 lo zero termico è salito tra i 4.500 e i 4.600 metri.

Si tratta di quote superiori a quasi tutte le cime delle Alpi italiane.

Il ghiacciaio del Ciardoney si sviluppa approssimativamente tra 2.850 e 3.160 metri. Quando lo zero termico rimane così alto, l’intera superficie del ghiacciaio si trova immersa in aria con temperature positive.

La fusione può quindi continuare anche durante le ore notturne. All’inizio di luglio, Arpa Piemonte ha segnalato valori dello zero termico eccezionalmente elevati, vicini ai massimi storici.

Perché la mancanza di rigelo notturno è un problema

In passato le temperature notturne scendevano frequentemente sotto lo zero alle quote glaciali.

Il raffreddamento interrompeva o rallentava la fusione iniziata durante il giorno. Permetteva inoltre alla neve bagnata di ricongelare, formando una superficie più resistente al calore della giornata successiva.

Nelle fasi più calde del 2026, invece, sono state registrate temperature positive anche durante la notte.

Alla fine di maggio, nella zona del Ciardoney, una minima notturna ha raggiunto quasi 7 gradi a 2.850 metri.

Senza rigelo, neve e ghiaccio continuano a perdere massa per l’intero arco delle ventiquattro ore.

La situazione del ghiacciaio Ciardoney

Il Ciardoney si trova in Valle Soana, nel territorio piemontese del Parco Nazionale Gran Paradiso.

È uno dei ghiacciai più studiati delle Alpi occidentali. Le misurazioni regolari del bilancio di massa sono iniziate nei primi anni Novanta.

La sua superficie è passata da circa un chilometro quadrato negli anni Settanta a circa 0,46 chilometri quadrati nel 2023.

Il ghiacciaio viene considerato un apparato rappresentativo delle condizioni climatiche delle Alpi nordoccidentali. Le sue misurazioni sono inserite anche nella rete internazionale dedicata al controllo dei ghiacciai.

Neve inferiore alla media prima dell’estate

I rilievi effettuati il 29 maggio 2026 hanno rilevato uno spessore medio della neve sul ghiacciaio pari a circa 240 centimetri.

Il valore può sembrare elevato, ma si colloca nella parte bassa della serie storica. La misurazione è stata inoltre effettuata in una data piuttosto anticipata, quando normalmente dovrebbe essere presente una quantità maggiore di neve.

L’accumulo corrispondeva a circa 1.130 millimetri di acqua equivalente. Il dato era inferiore del 32% rispetto alla media del periodo 2012-2025 e rappresentava il terzo valore più scarso dell’intervallo considerato.

La neve presente sul ghiacciaio immagazzinava circa 520 mila metri cubi d’acqua, un volume paragonabile a quello di circa duecento piscine olimpioniche.

La neve era già in rapida diminuzione

La situazione appariva ancora più evidente nella piana davanti al ghiacciaio, a circa 2.850 metri di quota.

Il 29 maggio erano presenti soltanto 70 centimetri di neve, contro una media di 193 centimetri per lo stesso giorno.

L’anomalia risultava quindi pari a circa il 64% in meno.

Due giorni dopo, lo spessore era già sceso a circa 50 centimetri. Soltanto nel 2022 la neve era scomparsa ancora più rapidamente alla fine di maggio.

La fusione è iniziata in anticipo

Il caldo della seconda metà di maggio ha attivato precocemente il torrente alimentato dalla fusione del ghiacciaio.

Il fenomeno è stato osservato con circa due o tre settimane di anticipo rispetto alla normalità.

L’anticipo riduce il tempo durante il quale la neve invernale protegge il ghiaccio sottostante.

Una volta esaurita la copertura bianca, la superficie glaciale rimane esposta direttamente al sole. Il ghiaccio, più scuro della neve, riflette meno energia e si riscalda maggiormente.

Questo processo può produrre perdite molto rapide durante le giornate più calde.

Fino a dieci centimetri di ghiaccio in un giorno

Nelle giornate estive più calde, la perdita locale di spessore può raggiungere valori vicini ai dieci centimetri al giorno.

Il dato non rappresenta una riduzione uniforme su tutta la superficie. La fusione cambia in base alla quota, all’esposizione, alla presenza di detriti e alla quantità di neve ancora disponibile.

Le aree più basse e maggiormente esposte tendono a perdere ghiaccio più rapidamente.

Se il caldo dovesse continuare per gran parte dell’estate, la perdita complessiva stagionale potrebbe raggiungere diversi metri nei settori più vulnerabili.

La stima per la fine dell’estate 2026

Il bilancio definitivo verrà calcolato soltanto verso la metà di settembre, al termine della stagione di fusione.

Le valutazioni preliminari indicano tuttavia la possibilità di una perdita complessiva vicina ai tre metri di spessore nelle zone maggiormente interessate dall’ablazione.

Il 2026 potrebbe quindi collocarsi tra le stagioni più negative della serie di monitoraggio.

La previsione non rappresenta ancora un dato conclusivo. Piogge, nevicate estive o periodi più freschi potrebbero rallentare temporaneamente la fusione.

La neve di fine primavera era però già scarsa e il caldo dei primi mesi estivi ha creato condizioni molto sfavorevoli.

Il bilancio del 2026 non è ancora definitivo
La perdita complessiva verrà misurata alla fine dell’estate. I dati disponibili indicano condizioni molto critiche, ma il valore finale dipenderà dal meteo di agosto e settembre

Quanto ghiaccio ha perso il Ciardoney dal 1991

La serie del Ciardoney è una delle più lunghe e complete disponibili per le Alpi occidentali italiane.

Tra il 1992 e il 2023, il bilancio medio è stato di circa 1,4 metri di acqua equivalente persi ogni anno.

La perdita cumulata si avvicina quindi ai 50 metri di equivalente in acqua dall’inizio delle misurazioni.

Non significa che l’intera superficie si sia abbassata ovunque esattamente della stessa quantità. Il bilancio di massa esprime una media calcolata sull’intero apparato.

Negli anni particolarmente caldi, come il 2022, la perdita annuale ha raggiunto valori molto più elevati rispetto alla media.

Come viene misurata la perdita del ghiacciaio

Il monitoraggio avviene attraverso rilievi eseguiti in diversi momenti dell’anno.

Alla fine della primavera viene misurata la quantità di neve accumulata durante l’inverno. Gli operatori utilizzano sonde e carotatori per determinare spessore e densità del manto.

Sul ghiacciaio vengono installate anche paline che penetrano per diversi metri nel ghiaccio.

Quando la superficie fonde, una parte maggiore della palina emerge. La differenza permette di calcolare la perdita di spessore.

I dati vengono completati mediante:

  • rilevamenti con GPS;
  • misurazioni topografiche;
  • fotografie aeree;
  • rilievi con droni;
  • stazioni meteorologiche;
  • confronto tra immagini realizzate in anni differenti.

La combinazione dei diversi sistemi permette di ricostruire il bilancio dell’intera superficie glaciale.

Un ghiacciaio osservato a livello internazionale

Il Ciardoney è inserito nella rete del World Glacier Monitoring Service.

Il servizio raccoglie dati provenienti da ghiacciai situati in diversi continenti e permette di confrontare l’evoluzione degli apparati nel tempo.

Le lunghe serie di misurazioni sono particolarmente importanti perché consentono di distinguere le oscillazioni di una singola stagione da una tendenza climatica prolungata.

Nel caso del Ciardoney, la sequenza di bilanci negativi mostra una perdita costante che va oltre le normali variazioni tra un inverno nevoso e uno più asciutto.

Il ghiaccio come riserva d’acqua

Un ghiacciaio funziona come una riserva naturale.

Durante l’inverno accumula neve. In estate rilascia gradualmente acqua attraverso la fusione, sostenendo torrenti ed ecosistemi anche nei periodi più asciutti.

In una prima fase, l’aumento della fusione può far crescere temporaneamente la quantità d’acqua disponibile.

Quando il volume del ghiacciaio diventa troppo piccolo, però, la riserva si riduce. La portata estiva può quindi diminuire proprio durante i periodi nei quali la domanda d’acqua è maggiore.

A fine giugno 2026, le risorse idriche superficiali disponibili in Piemonte risultavano inferiori del 31% rispetto alla media. La neve residua era già scomparsa o fortemente ridotta in diversi bacini occidentali e meridionali.

Le conseguenze sui corsi d’acqua

La riduzione della neve e dei ghiacciai non è l’unico fattore che determina la portata dei fiumi.

Piogge, falde sotterranee, bacini artificiali e caratteristiche del territorio hanno un ruolo fondamentale.

La perdita delle riserve glaciali rende però più fragile il sistema durante le estati calde e asciutte.

Nel giugno 2026 diversi corsi d’acqua piemontesi presentavano portate inferiori di oltre il 40% rispetto ai valori storici.

Alla chiusura del bacino regionale, il Po registrava un deficit mensile del 76%.

Il quadro mostra come caldo, scarsità di neve e poche precipitazioni possano sommarsi e produrre una condizione di stress idrologico.

Lo sci estivo scomparso dalle Alpi piemontesi

Il ritiro dei ghiacciai ha già modificato attività e paesaggi che un tempo sembravano permanenti.

Tra gli anni Sessanta e Settanta alcune aree glaciali piemontesi erano utilizzate per lo sci estivo.

Le piste venivano servite da impianti costruiti direttamente sulla neve e sul ghiaccio.

Oggi, in diversi punti, le superfici glaciali hanno lasciato spazio a pietraie e detriti.

In alcuni casi rimangono visibili i basamenti in cemento dei vecchi impianti. Le strutture che un tempo si trovavano a livello del ghiacciaio appaiono ora sopraelevate rispetto al terreno, mostrando quanto spessore sia stato perso.

Il paesaggio alpino sta cambiando

La scomparsa del ghiaccio non lascia semplicemente una montagna uguale a prima, ma priva del colore bianco.

Il ritiro modifica la stabilità dei versanti, libera rocce e detriti e può favorire la formazione di nuovi laghi.

La riduzione del permafrost, cioè del terreno permanentemente congelato, può inoltre aumentare la frequenza di frane e crolli alle quote più elevate.

Cambiano anche gli habitat di piante e animali, la temperatura dei torrenti e la disponibilità d’acqua durante l’estate.

Gli effetti riguardano quindi:

  • sicurezza della montagna;
  • risorse idriche;
  • biodiversità;
  • paesaggio;
  • turismo;
  • produzione idroelettrica;
  • attività agricole;
  • infrastrutture alpine.

Quanti ghiacciai alpini potrebbero scomparire

Le proiezioni più recenti indicano che i piccoli ghiacciai delle Alpi europee sono tra quelli maggiormente esposti.

Uno studio pubblicato nel 2025 stima che oltre la metà degli apparati glaciali delle Alpi europee possa scomparire entro circa due decenni.

Il dato riguarda soprattutto il numero dei ghiacciai, molti dei quali hanno dimensioni ridotte.

La perdita di volume complessivo proseguirà invece per tutto il secolo. Anche negli scenari climatici più favorevoli, una parte importante del ghiaccio alpino già presente è destinata a scomparire.

Che cosa potrebbe accadere entro il 2050

Per molti ghiacciai piemontesi collocati sotto i 3.500 metri, la metà del secolo rappresenta una soglia critica.

Gli apparati più piccoli potrebbero frammentarsi, ridursi a placche isolate oppure perdere le caratteristiche necessarie per essere considerati veri ghiacciai.

Nel caso del Ciardoney, il Parco Nazionale Gran Paradiso indica la possibilità di un’estinzione già intorno al 2050, se la tendenza attuale continuerà.

Potrebbero sopravvivere più a lungo i ghiacciai situati alle quote maggiori, protetti dall’ombra o alimentati dalle valanghe.

Anche questi apparati continueranno però a perdere superficie e spessore.

Le Alpi hanno già perso gran parte del loro ghiaccio

Il ritiro dei ghiacciai alpini è iniziato dopo la fine della Piccola Età Glaciale, intorno alla metà dell’Ottocento.

Negli ultimi decenni il processo è diventato più rapido.

Le estati del 2022 e del 2023 hanno prodotto, da sole, una perdita vicina al 10% del volume glaciale ancora presente sulle Alpi.

Nel 2024 il bilancio è rimasto negativo, nonostante una fusione meno estrema rispetto ai due anni precedenti.

La successione di stagioni sfavorevoli riduce la capacità dei ghiacciai di recuperare durante gli inverni più nevosi.

Perché una nevicata abbondante non basta

Un inverno nevoso può proteggere temporaneamente il ghiaccio.

La neve fresca riflette gran parte della radiazione solare e deve fondere prima che il calore raggiunga la superficie glaciale.

Per ottenere un bilancio positivo, però, una parte della neve deve resistere fino all’autunno e trasformarsi gradualmente in nuovo ghiaccio.

Se la fusione estiva elimina tutta la neve invernale e continua sul ghiaccio più antico, il bilancio annuale resta negativo.

È ciò che accade ormai con grande frequenza sulle Alpi piemontesi.

Il significato della mummia del Similaun

Un esempio spesso utilizzato per spiegare l’eccezionalità dell’attuale ritiro riguarda la mummia del Similaun, emersa dal ghiaccio nel 1991.

Il corpo era rimasto conservato per circa cinquemila anni.

La lunga permanenza dimostra che il luogo era rimasto protetto dal ghiaccio per un periodo esteso, senza una fusione completa durante l’epoca romana, medievale o moderna.

La sua comparsa in superficie rappresenta quindi una prova concreta della profondità raggiunta dal recente arretramento glaciale.

Non indica che i ghiacciai non abbiano mai oscillato in passato. Mostra però che in alcune aree il ritiro moderno ha superato livelli non raggiunti per millenni.

La fusione non può essere fermata in pochi anni

Anche una rapida riduzione delle emissioni non permetterebbe ai ghiacciai di tornare immediatamente alle dimensioni del passato.

Gli apparati reagiscono con ritardo al riscaldamento già avvenuto.

Una parte del ghiaccio attuale è quindi destinata a scomparire a causa delle temperature già raggiunte.

Limitare il riscaldamento resta comunque decisivo.

Scenari con temperature globali più basse consentirebbero di conservare una quantità maggiore di ghiaccio sulle vette più elevate e di rallentare la scomparsa degli apparati ancora esistenti.

Una stagione ancora da monitorare

Il bilancio dell’estate 2026 potrà essere definito soltanto dopo le misurazioni di settembre.

I dati disponibili indicano tuttavia una partenza molto negativa:

  • accumulo invernale sotto la media;
  • fusione iniziata in anticipo;
  • giugno eccezionalmente caldo;
  • zero termico oltre le vette alpine;
  • riduzione precoce della neve residua;
  • stress idrologico regionale;
  • superficie glaciale esposta per un periodo più lungo.

Il meteo delle ultime settimane estive determinerà l’entità definitiva della perdita.

La tendenza di lungo periodo rimane però chiara: i ghiacciai piemontesi stanno diminuendo in superficie, spessore e volume.

Qual è la situazione dei ghiacciai piemontesi?

La stagione è iniziata in condizioni critiche. La neve accumulata era inferiore alla media e la fusione è cominciata con diverse settimane di anticipo.

Quanto ghiaccio potrebbe perdere il Ciardoney?

La perdita definitiva sarà misurata a settembre. Le stime preliminari indicano che nei settori più esposti potrebbe avvicinarsi ai tre metri di spessore.

Perché il ghiaccio fonde anche di notte?

Durante le ondate di calore lo zero termico rimane molto più in alto del ghiacciaio. Le temperature positive impediscono il rigelo notturno e la fusione continua per ventiquattro ore.

Il Ciardoney potrebbe scomparire entro il 2050?

La prosecuzione dell’attuale tendenza potrebbe portarlo all’estinzione intorno alla metà del secolo, con una progressiva frammentazione della superficie residua.

Quali sono le conseguenze della scomparsa dei ghiacciai?

Gli effetti riguardano riserve idriche, portate dei torrenti, stabilità dei versanti, biodiversità, paesaggio, turismo e sicurezza delle infrastrutture alpine.

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Alessandro Maldera

Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende