Paleolitico a Torino: prime tracce umane e vita nomade nel territorio piemontese (190.000–10.000 a.C.)

Da Alessandro Maldera
Agosto 04, 2026

Il Paleolitico a Torino è la pagina più antica della storia umana locale. Non ci sono città, e non ci sono villaggi: ci sono passaggi, soste e tracce minime. Tuttavia queste tracce contano, perché ci portano indietro tra 190.000 e 130.000 anni fa. Inoltre aiutano a capire come un territorio ancora selvaggio sia stato frequentato ben prima dell’agricoltura e della Torino romana.
Il territorio torinese prima dei villaggi: i fatti essenziali
Reperti: utensili in pietra (tardo Paleolitico)
Uso: tagliare, raschiare, lavorare pelli/materiali organici, macellare animali
Paesaggio: foreste, paludi, corsi d’acqua non regolati, fauna abbondante
Vita: gruppi nomadi di cacciatori-raccoglitori, sfruttamento stagionale delle risorse
Idea chiave: territorio frequentato, non ancora abitato stabilmente
Cosa significa “Paleolitico a Torino”
Quando si parla di Paleolitico nell’area torinese si intende una fase in cui l’uomo frequenta il territorio, ma non lo abita stabilmente. Quindi non bisogna immaginare case o campi coltivati. Al contrario, si tratta di piccoli gruppi mobili che sfruttano risorse naturali e si spostano in base alle stagioni.
Com’era il territorio torinese nel Paleolitico
Nel Paleolitico, l’area dove oggi sorge Torino era molto diversa dall’attuale paesaggio urbano. In generale prevalevano:
- foreste estese
- zone paludose
- corsi d’acqua non regolati
- fauna selvatica abbondante
Inoltre il clima cambiava nel tempo a causa delle oscillazioni tra fasi glaciali e interglaciali. Di conseguenza variavano vegetazione e animali, e con loro cambiavano anche i percorsi umani. Quindi i gruppi si adattavano, invece di “fissarsi” in un luogo.
Le prime tracce archeologiche (190.000–130.000 anni fa)
Le evidenze più antiche di presenza umana in Piemonte, utili anche per ricostruire il quadro del territorio torinese, risalgono a 190.000–130.000 anni fa. Si tratta soprattutto di utensili in pietra, attribuibili al tardo Paleolitico.
Questi strumenti servivano per azioni concrete, ad esempio:
- tagliare
- raschiare
- lavorare pelli e materiali organici
- macellare animali
Le tracce, però, sono sporadiche. Quindi non permettono di parlare di insediamenti stabili. Tuttavia indicano un punto importante: l’area subalpina non era isolata, e faceva parte di movimenti più ampi lungo la pianura padana e le zone pedemontane.
Comunità nomadi: caccia, raccolta e spostamenti stagionali
Le popolazioni paleolitiche erano verosimilmente cacciatori-raccoglitori. Il loro stile di vita si basava su:
- caccia alla fauna selvatica
- raccolta di frutti e risorse spontanee
- uso di strumenti in pietra scheggiata
Poiché non esisteva agricoltura, gli spostamenti erano continui. Inoltre il territorio veniva usato in modo stagionale, seguendo acqua, selvaggina e vegetazione. In questo periodo, quindi, il rapporto con l’ambiente era diretto e poco “trasformativo”: l’uomo paleolitico non modifica in modo permanente il paesaggio, ma si adatta a ciò che trova.
Presenza umana o insediamento stabile: la distinzione che conta
Qui sta il punto chiave: frequentare non è come abitare. Nel Paleolitico l’area torinese è un territorio attraversato e sfruttato, ma non un luogo di residenza permanente.
I primi villaggi stabili arriveranno solo molto più tardi, nel Neolitico, quando l’agricoltura cambierà radicalmente il rapporto tra uomo e territorio. Di conseguenza il Paleolitico va letto come la fase delle prime tracce, non come l’inizio di una società organizzata sul territorio.
Il Paleolitico dentro la preistoria torinese
Nel quadro generale della preistoria locale, il Paleolitico è l’inizio di un percorso lungo che porterà:
- alla nascita dei villaggi neolitici
- allo sviluppo delle prime tecnologie metallurgiche
- alla formazione delle popolazioni preromane
Senza queste prime frequentazioni, infatti, sarebbe più difficile ricostruire il lento processo con cui l’area subalpina entra nella storia umana.
Dove si concentrano le tracce preistoriche nel Torinese (e quanto è “sicuro” il Paleolitico)
Nel Torinese, se parliamo di preistoria “consolidata” (quindi non sempre Paleolitico certo), la zona più forte è la Bassa Val di Susa, soprattutto tra Vaie, Chiusa San Michele e Sant’Ambrogio. Qui, infatti, le frequentazioni preistoriche sono ben documentate e anche valorizzate sul territorio. Inoltre la presenza del Museo-Laboratorio della Preistoria di Vaie e di una rete di percorsi locali è un segnale concreto di densità e continuità di studi.
Tuttavia le tracce più ricorrenti, in genere, ricadono tra Neolitico, Eneolitico ed età del Bronzo, quindi il Paleolitico va verificato caso per caso. A un livello intermedio rientra la pedemontana della Val di Susa (asse Avigliana – Bussoleno), dove la preistoria è buona ma più “sparsa”: spesso, infatti, emergono materiali pluriepoca e attribuzioni meno nette.
FAQ – Quesiti su Paleolitico nel territorio torinese
Le evidenze più antiche citate per la presenza umana in Piemonte, utili per inquadrare anche l’area torinese, sono tra 190.000 e 130.000 anni fa.
Erano strumenti pratici per tagliare, raschiare, lavorare pelli e materiali organici e macellare animali.
Perché non c’era agricoltura: le comunità erano nomadi e si spostavano seguendo risorse stagionali come acqua, fauna e vegetazione.
Un paesaggio con foreste, paludi, corsi d’acqua non regolati e molta fauna selvatica, con variazioni legate a fasi glaciali e interglaciali.
Nel Neolitico, quando compaiono villaggi permanenti e l’agricoltura modifica stabilmente il rapporto tra uomo e territorio.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



