Storia di Noasca: piccolo borgo alpino tra Medioevo, Riserva Reale di Caccia ed emigrazione

Da Alessandro Maldera
Aprile 25, 2026

La storia di Noasca attraversa secoli molto diversi tra loro, ma tiene sempre insieme due elementi forti: la montagna e la resistenza della comunità. Da un lato ci sono le prime attestazioni medievali, i feudi, le lotte tra famiglie canavesane e i legami con la Valle Orco. Dall’altro ci sono la povertà, l’emigrazione, i mestieri itineranti, la memoria delle borgate e il rapporto decisivo con i Savoia. Inoltre, proprio a Noasca si intrecciano la Riserva Reale di Caccia, la salvezza dello stambecco e la nascita del Parco Nazionale del Gran Paradiso.
Le tappe che hanno segnato la storia di Noasca
Le origini di Noasca tra prime attestazioni e interpretazioni sul nome
Le prime notizie storiche su Noasca risalgono all’epoca delle Crociate. Una tradizione documentaria locale ricorda infatti che nel 1142 il conte Guido del Canavese offrì Noasca alla Chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Questo è uno dei riferimenti più antichi che collegano il paese a una storia scritta e non solo tramandata.
Quanto al nome, alcune ricostruzioni lo fanno risalire a un’origine celtica, con un significato legato ai “pascoli vicini ad acque correnti”. È una lettura che aiuta a collocare il borgo nel suo ambiente naturale, fatto di alpeggi, torrenti e spazi montani, anche se il cuore della sua storia documentata resta soprattutto medievale.
Nel tempo, Noasca si è sviluppata come un antico borgo alpino della Valle Orco, e già le fonti più remote la mostrano inserita in una rete di poteri religiosi e feudali che attraversava tutto il Canavese.
Feudalesimo, San Martino, Valperga e ribellioni locali
Nel XIII secolo Noasca divenne feudo dei San Martino. Tuttavia, la sua storia non restò tranquilla a lungo. Nel 1441 il paese prese parte al Tuchinaggio, cioè al movimento di ribellione che coinvolse diverse comunità del Canavese contro soprusi e assetti feudali.
Pochi anni dopo, attorno al 1448, Noasca si trovò ancora al centro di tensioni politiche e militari. Il borgo cercava infatti di sottrarsi al controllo dei Valperga, altra famiglia molto potente del territorio, che voleva imporre la propria influenza proprio come avevano fatto i San Martino.
A un certo punto Noasca tentò anche di offrirsi al conte di Savoia. Tuttavia, i Valperga riuscirono a prevalere e il paese venne comunque infeudato. Per questo, la storia medievale di Noasca è una storia di pressioni esterne, resistenze locali e tentativi ripetuti di difendere margini di autonomia.
Noasca tra miniere, agricoltura e lavoro di montagna
Per secoli la vita del paese è dipesa da un’economia di montagna dura ma articolata. In passato Noasca fu legata all’agricoltura, soprattutto alla coltivazione di cereali montani come orzo e segale, alla produzione di fieno e di patate, oltre che all’allevamento.
Accanto a questo, gli abitanti si dedicarono anche al commercio del bestiame, in particolare verso i centri allo sbocco della vallata, come Cuorgnè. Inoltre, il paese fu conosciuto anche per alcuni mestieri itineranti, soprattutto quello degli spazzacamini, ma anche dei calderai e dei venditori di sementi.
Secondo le ricostruzioni locali, tra Trecento e Quattrocento Noasca fu nota anche per la presenza di miniere di piombo argentifero, tra cui viene ricordata la miniera della Cuccagna. Questo dato rafforza l’idea di una comunità che, pur vivendo in ambiente alpino, cercò nel tempo più strade di sostentamento.
Le fonti ricordano inoltre che gli abitanti di Noasca erano ritenuti persone di grande robustezza, di statura alta e di indole buona. È un tratto descrittivo che restituisce bene la reputazione costruita da una popolazione abituata a vivere e lavorare in condizioni impegnative.
L’alluvione del 1755 e la trasformazione del paese
Tra gli eventi che segnarono la storia del borgo viene ricordata anche un’alluvione nel 1755, che distrusse l’originario centro storico della Borgata San Pietro e portò alla successiva ricostruzione del paese. È uno di quei passaggi che spiegano perché la memoria di Noasca sia così legata non solo alla montagna, ma anche alla fragilità dell’ambiente alpino.
Da allora il paese ha continuato a cambiare aspetto. Dove un tempo scorrevano torrenti impetuosi in mezzo a prati verdi e curati, nel tempo sono stati costruiti ponti, case, gallerie e strade. Allo stesso tempo, però, sono comparse anche strutture nuove come il campo sportivo, il parco giochi, l’ostello e il capannone pluriuso, segno di una comunità che ha cercato di adattarsi ai tempi senza recidere del tutto il legame con la propria identità.
Ottocento e Novecento: povertà, mestieri itineranti ed emigrazione
Tra Ottocento e Novecento, le risorse del territorio non furono più sufficienti a mantenere le famiglie numerose del paese. Per questo motivo molti abitanti furono costretti a partire. In un primo momento lo fecero attraverso mestieri stagionali e itineranti, come spazzacamini, calderai o venditori ambulanti di sementi. In seguito, invece, si sviluppò una vera e propria emigrazione verso luoghi in grado di offrire condizioni di vita migliori.
Il risultato fu uno spopolamento progressivo delle numerose frazioni. Molte borgate, un tempo piene di vita, si svuotarono poco alla volta, mentre prati e spazi un tempo curati vennero invasi dall’abbandono. Tuttavia, la partenza non significò mai una rottura totale. Molte famiglie noaschine si stabilirono in centri come Valperga, San Ponso e San Giorgio Canavese, ma conservarono un forte legame con i luoghi d’origine.
Ancora oggi, infatti, tanti discendenti tornano a visitare Noasca e le borgate dove vissero i loro avi. Questo elemento conta, perché l’emigrazione noaschina non è solo una pagina di perdita, ma anche una storia di memoria lunga e di ritorni.
La scuola di Borgata Maison come memoria di una montagna abitata
Uno dei simboli più efficaci del passato demografico di Noasca è la scuola elementare di Borgata Maison, rimasta attiva fino al 1962. Questo edificio rappresenta uno dei momenti in cui il territorio visse la sua maggiore densità abitativa, quando le borgate erano ancora popolate e l’istruzione doveva raggiungere anche le zone alte della montagna.
La scuola si trova a circa 1600 metri di quota, lungo la mulattiera del Vallone del Roc, in uno degli itinerari più interessanti del versante piemontese del Parco. Il sentiero tocca una serie di borgate di forte valore documentale e paesaggistico, oltre ad attraversare un’area di pregio naturalistico.
Tra il 1999 e il 2000, l’Ente Parco ha realizzato un intervento di recupero degli arredi e dei materiali scolastici originali, compresa la stanza dove alloggiava la maestra durante il periodo delle lezioni. Oggi la scuola è visibile dal sentiero, ma per entrare e visitare gli interni è necessario prenotare una visita guidata. È un dettaglio importante, perché trasforma questo luogo in una vera testimonianza viva della cultura materiale alpina.
Noasca, Vittorio Emanuele II e la Riserva Reale di Caccia
Uno dei capitoli più famosi della storia di Noasca riguarda il rapporto con Vittorio Emanuele II. Nel 1856, infatti, il re dichiarò una parte del territorio noaschino Riserva Reale di Caccia. Questa decisione ebbe conseguenze molto importanti, perché contribuì a salvare lo stambecco dall’estinzione.
Per gestire l’area venne formato un corpo di guardie specializzate, mentre fu costruita una fitta rete di sentieri e mulattiere. Ancora oggi quella rete rappresenta l’ossatura migliore per la protezione della fauna e, allo stesso tempo, il nucleo di molti percorsi usati dagli escursionisti.
Tra le eredità più note di questo periodo spiccano il Sentiero del Re e la casa di caccia reale, che continuano a essere tra le attrazioni più ricercate del territorio noaschino.
Dal dono di Vittorio Emanuele III al Parco Nazionale del Gran Paradiso
Nel 1919 il re Vittorio Emanuele III si dichiarò disposto a donare allo Stato italiano la riserva di caccia, a una condizione precisa: la creazione di un parco nazionale. Da questo passaggio nacque uno degli snodi più importanti della storia ambientale italiana.
Il 3 dicembre 1922 venne infatti istituito il Parco Nazionale del Gran Paradiso, il primo parco nazionale italiano. Per Noasca fu un cambiamento enorme, perché il paese entrò definitivamente in una nuova stagione, legata non più solo alla vita alpina tradizionale ma anche alla tutela della fauna, al paesaggio e alla frequentazione escursionistica.
Negli anni successivi, gli stambecchi aumentarono sensibilmente di numero e fu ripristinata la grande rete delle mulattiere reali. Tuttavia, ci fu anche una fase critica: tra il licenziamento delle guardie locali, le manovre militari dentro il parco e gli effetti della Seconda guerra mondiale, la popolazione di stambecchi crollò fino a soli 416 capi nel 1945.
Finalmente, nel 1947, la gestione dell’area protetta venne affidata a un ente autonomo. Da quel momento, il rapporto tra Noasca e il parco ha continuato a rafforzarsi, fino a diventare uno degli elementi più riconoscibili dell’identità locale.
Noasca oggi tra turismo, sentieri e memoria del borgo alpino
Oggi Noasca è uno dei paesi simbolo del versante piemontese del Gran Paradiso. Il turismo ha preso il posto di molte attività tradizionali, ma senza cancellare del tutto la memoria del lavoro, delle partenze e delle borgate alte. Il Sentiero del Re, la casa di caccia reale, la cascata del torrente Noaschetta e la rievocazione storica “Noasca da Re” fanno parte delle immagini più forti con cui il paese si racconta ai visitatori.
Allo stesso tempo, però, resta evidente la stratificazione del suo passato: il borgo medievale, la montagna agricola, l’emigrazione, la memoria scolastica di Maison, la protezione dello stambecco e la nascita del parco. Proprio questa somma di livelli rende Noasca un luogo storico molto più ricco di quanto sembri a un primo sguardo.
Stemma e gonfalone di Noasca
Anche i simboli civici raccontano qualcosa della storia del comune. Lo stemma e il gonfalone di Noasca sono stati concessi con decreto del Presidente della Repubblica del 5 aprile 1995.
Lo stemma è descritto come semitroncato partito: nella prima sezione, rossa, compare una N maiuscola d’oro; nella seconda, d’oro, compaiono due stelle azzurre a otto raggi disposte in banda; nella terza, d’argento, appare una cascata azzurra che sgorga da una rupe nera e scende fino alla punta. Il gonfalone, invece, è un drappo partito di azzurro e di giallo.
Si tratta di dettagli apparentemente formali, ma in realtà coerenti con l’identità del paese: la lettera iniziale del nome, il richiamo al cielo e alla montagna, e soprattutto l’acqua, che a Noasca è presenza costante e segno paesaggistico fortissimo.
FAQ – Per capire meglio la storia di Noasca
Le prime notizie storiche vengono fatte risalire al 1142, quando il conte Guido del Canavese avrebbe offerto Noasca alla Chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme. È uno dei riferimenti più antichi legati al borgo.
Sì. Secondo la tradizione storica locale, nel 1441 Noasca partecipò al Tuchinaggio, prendendo parte alla ribellione che coinvolse varie comunità canavesane contro il potere feudale.
Tra Ottocento e Novecento le risorse della montagna non bastavano più a sostenere famiglie numerose. Per questo molti noaschini si dedicarono prima a mestieri itineranti e poi partirono verso centri della pianura canavesana o altri luoghi più favorevoli.
Nel 1856 Vittorio Emanuele II trasformò una parte del territorio in Riserva Reale di Caccia. Questa scelta contribuì alla tutela dello stambecco e alla creazione della rete di mulattiere reali oggi usata anche per l’escursionismo.
Il Parco Nazionale del Gran Paradiso venne istituito il 3 dicembre 1922, dopo che Vittorio Emanuele III si disse disposto a donare allo Stato la riserva di caccia. Fu il primo parco nazionale italiano.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



