Francesco Foglia detto Don Dinamite: prete, partigiano e deportato, simbolo della Resistenza in Valsusa

Da Alessandro Maldera
Aprile 21, 2026

Tra i personaggi più forti e fuori schema della storia della Val di Susa c’è Francesco Foglia, conosciuto da molti come Don Dinamite. Nato a Novalesa il 9 febbraio 1912 e morto a Hauzenberg, in Baviera, il 23 settembre 1993, fu sacerdote, militare, partigiano, deportato e poi missionario. Inoltre la sua vicenda attraversa alcuni dei passaggi più duri del Novecento: la guerra, la Resistenza, i lager nazisti, il dopoguerra travagliato e l’esilio volontario. Per questo la sua biografia non è soltanto un racconto locale, ma una storia piemontese ed europea insieme.
Cronologia essenziale di Francesco Foglia
Chi era Francesco Foglia detto Don Dinamite
Francesco Foglia, soprannominato Don Dinamite, nacque a Novalesa da Silvestro Foglia e Melania Durbiano. Fu un personaggio difficile da incasellare, perché nella sua vita convivevano identità solo in apparenza lontane: prete, cappellano militare, partigiano, deportato, missionario e infine cittadino tedesco.
Il soprannome con cui è passato alla storia nasce durante la Resistenza valsusina. Gli venne attribuito per la sua grande familiarità con gli esplosivi e per il ruolo avuto nelle azioni di sabotaggio contro nazisti e fascisti. Tuttavia ridurlo a questo sarebbe poco. Don Dinamite fu infatti anche un uomo tormentato, spesso in contrasto con le gerarchie e sempre pronto a seguire ciò che riteneva giusto, anche quando questo lo portava controcorrente.
La giovinezza tra Novalesa, Susa e la Francia
Francesco Foglia iniziò gli studi teologici al seminario di Susa, incoraggiato da uno zio sacerdote. Il suo percorso, però, non fu lineare. Venne infatti espulso per indisciplina e perché trovato in possesso di un diario in cui prendeva in giro i superiori.
Questo episodio dice già molto del personaggio. Non era un uomo facile da addomesticare. Eppure non abbandonò la strada del sacerdozio. Anche grazie all’interessamento di un professore che gli era affezionato, riuscì a completare gli studi nel seminario francese di Saint-Jean-de-Maurienne, dove fu ordinato sacerdote intorno al 1935.
Dopo l’ordinazione divenne parroco in Francia, a Villarodin. Tuttavia, nell’agosto 1939, dovette lasciare il paese in quanto cittadino italiano, a causa del peggioramento dei rapporti tra Italia e Francia alla vigilia della guerra.
Il servizio militare e la nascita dell’antifascismo
Tornato in Italia, Foglia prestò servizio nel 3° Reggimento Alpini come cappellano militare durante le campagne di Jugoslavia e Grecia. In questa fase lavorò soprattutto negli ospedali militari.
Nel corso del servizio in Montenegro fu ferito e gli venne conferita la Medaglia d’argento al valor militare. Tuttavia proprio l’esperienza della guerra contribuì a trasformarlo sul piano politico e morale. Con il passare del tempo maturò infatti un antifascismo sempre più netto.
Questo è uno snodo decisivo della sua storia. Non fu partigiano per caso o per moda del momento. Ci arrivò attraverso l’esperienza diretta della guerra, della sofferenza e della brutalità del conflitto. Così, quando tornò in Piemonte e arrivò l’Armistizio dell’8 settembre 1943, la sua scelta fu chiara.
Don Dinamite nella Resistenza valsusina
Dopo l’armistizio, Francesco Foglia entrò nella Resistenza in Val di Susa. All’interno del comando unificato del CLN ricoprì il ruolo di commissario politico. Fu in questo contesto che nacque il soprannome Don Dinamite, legato alla sua dimestichezza con gli esplosivi.
Tra le azioni partigiane a cui partecipò, la più famosa resta il sabotaggio del viadotto ferroviario dell’Arnodera, lungo la linea del Frejus, compiuto nella notte tra il 28 e il 29 dicembre 1943. L’operazione fu realizzata insieme all’ingegnere Sergio Bellone, all’ufficiale Vittorio Blandino e a Remo Bugnone, tutti inseriti nell’ambiente partigiano.
Il trasporto dell’esplosivo fu estremamente complesso. Servirono circa otto quintali di materiale, nascosti sotto uno spesso strato di letame su carri agricoli, così da scoraggiare perquisizioni approfondite da parte delle truppe nazifasciste. L’esplosione fece crollare cinque arcate del ponte, alte più di trenta metri, e bloccò il viadotto per parecchi mesi. Il comando tedesco di Torino definì quell’azione “una autentica opera d’arte”.
L’arresto, Mauthausen e Dachau
La reazione non tardò ad arrivare. Francesco Foglia fu arrestato il 13 gennaio 1944. Dopo l’arresto venne deportato prima a Mauthausen e poi a Dachau.
Secondo alcune ricostruzioni, durante la prigionia avrebbe imparato anche il tedesco, l’inglese e il russo. Al di là dei dettagli più difficili da verificare, è certo che visse lunghi mesi nei lager, dentro una delle esperienze più estreme della sua vita.
I prigionieri furono liberati il 1° aprile 1945, con l’arrivo delle truppe americane. Foglia, però, non tornò subito a casa. Rimase in zona fino al 13 luglio 1945 per aiutare nel rimpatrio dei compagni di prigionia. Anche questo dettaglio lo racconta bene: non aveva l’istinto del fuggire appena possibile. Restava, aiutava, si metteva nel mezzo.
Il dopoguerra difficile in Val di Susa
Rientrato in Valsusa, Foglia non trovò un’accoglienza semplice. Fu osteggiato da una parte della gerarchia ecclesiastica a causa dei suoi rapporti con ambienti comunisti. Inoltre venne accusato dalla stampa locale di contrabbando di tabacco, fu arrestato e incarcerato, ma dopo pochi giorni fu rilasciato anche grazie a interventi di difesa pubblicati su l’Unità.
La ferita più drammatica, però, arrivò nel giugno 1946. Due suoi nipotini, che ospitava vicino al colle del Moncenisio durante le vacanze estive, morirono per l’esplosione di un ordigno bellico abbandonato vicino alla sua abitazione. L’eventuale origine dolosa non fu mai accertata.
Questo episodio lo segnò in modo devastante. E qui la storia cambia di nuovo direzione. Non siamo più nel racconto dell’eroe partigiano, ma in quello di un uomo colpito da un dolore che spinge a rompere con il proprio ambiente.
Il Brasile, i contadini poveri e la riconciliazione con i tedeschi
Nel 1947 Francesco Foglia partì come missionario per il Brasile, dove rimase per circa diciotto anni. Operò a Rolândia, nello stato del Paraná, in un’area abitata in prevalenza da popolazioni di origine tedesca.
Qui organizzò i primi sindacati di contadini poveri della parrocchia. Inoltre, vivendo fianco a fianco con quelle comunità e condividendone la povertà, finì per riconciliarsi con il popolo tedesco, verso il quale inizialmente provava un forte rancore per l’esperienza dei lager.
Anche questo passaggio è enorme. Un uomo deportato dai nazisti, che poi si trova a vivere con persone di origine tedesca e piano piano supera l’odio. Non è una storiella edificante, è una vicenda umana dura e vera.
Il ritorno in Italia e la scelta della Germania
A causa della malattia, Foglia tornò in Italia, ma vi restò per poco. Ritrovò infatti una Valsusa profondamente cambiata, non solo sul piano sociale ma anche su quello geografico. Dopo la guerra, infatti, l’area del Moncenisio era stata ceduta alla Francia e il pianoro vicino al colle era stato sommerso dall’invaso idroelettrico.
Di fronte a questo spaesamento, fece una scelta sorprendente: si trasferì in Germania, prese la cittadinanza tedesca e lavorò come assistente in un sanatorio a pochi chilometri da Dachau.
Nel 1967, su proposta del Ministero della Difesa, gli fu conferita la Croce al valor militare. Inizialmente la rifiutò. Poi, dopo ulteriori rifiuti, la decorazione gli venne inviata per posta, evitando la cerimonia solenne prevista.
Anche qui era sempre lui: refrattario alla retorica, allergico alle liturgie ufficiali, pure quando riguardavano il proprio riconoscimento.
La morte in Baviera e il ritorno a Novalesa
Negli ultimi anni si ritirò in una casa di riposo a Hauzenberg, in Baviera. Morì lì il 23 settembre 1993, all’età di 81 anni.
Aveva espresso il desiderio di essere sepolto in Germania. Tuttavia la sorella, insieme a un gruppo di valsusini, chiese e ottenne che la salma fosse riportata in Italia. Così Francesco Foglia venne sepolto a Novalesa, nel corso di una cerimonia funebre alla quale parteciparono rappresentanze di ex internati, partigiani e alpini.
In fondo il cerchio si chiude lì: era partito da Novalesa e, nonostante tutto, a Novalesa è tornato.
Onorificenze
Tra i riconoscimenti legati alla sua vicenda figurano:
- Medaglia d’argento al valor militare
- Croce al merito di guerra
Quest’ultima gli fu conferita con una motivazione che ricordava il suo ruolo di cappellano partigiano, capace di sostenere la formazione sia con la parola sia con l’esempio, e di mantenere vivo nei campi di concentramento lo spirito di italianità tra gli internati.
Chiarimenti sulla figura di don Dinamite
Francesco Foglia, detto Don Dinamite, fu un sacerdote, partigiano e deportato nato a Novalesa il 9 febbraio 1912. È ricordato soprattutto per il suo ruolo nella Resistenza valsusina.
Ricevette questo soprannome per la sua grande familiarità con gli esplosivi durante le azioni partigiane, in particolare nel sabotaggio del viadotto dell’Arnodera.
Dopo l’arresto del 13 gennaio 1944, fu deportato prima a Mauthausen e poi a Dachau.
Dopo un rientro difficile in Val di Susa, nel 1947 partì come missionario per il Brasile, dove rimase circa diciotto anni. In seguito si trasferì in Germania, dove prese la cittadinanza tedesca.
Anche se aveva espresso il desiderio di essere sepolto in Germania, fu riportato in Italia e sepolto a Novalesa.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



