Cesare Della Chiesa di Benevello a Torino: il conte che mise insieme arte, agricoltura e politica nella stagione carlo-albertina

Da Alessandro Maldera
Marzo 24, 2026

Cesare Della Chiesa di Benevello è una figura torinese “totale”: nobile, scrittore, pittore, incisore e, inoltre, promotore instancabile di iniziative culturali. Tuttavia non fu solo un uomo di salotto, perché sperimentò anche in agricoltura e intervenne nel dibattito pubblico su educazione e povertà. Di conseguenza, raccontarlo significa entrare nella Torino dell’Ottocento nel suo punto più vivo: quello in cui cultura, tecnica e politica iniziano a parlarsi davvero.
Punti fermi tra Promotrice e Senato
– Laurea in diritto a Torino (1809), poi scelta netta per arte e letteratura
– Viaggi e lunghi soggiorni a Parigi; pubblica Mes étrennes (1830) con incisioni proprie
– Pioniere in Piemonte dei pozzi artesiani e attivo nell’Accademia agraria di Torino
– Fondatore e presidente della Società Promotrice delle Belle Arti di Torino (dal 1842 alla morte)
– Nominato senatore nel 1849; muore a Torino nel 1853
Origini e formazione: da Saluzzo alla laurea in diritto a Torino
Cesare Antonio Giuseppe Della Chiesa, conte di Cervignasco e Benevello, nacque a Saluzzo il 13 novembre 1788, da Vincenzo Giuseppe e da Filippa Solaro di Govone. Scelse una formazione giuridica e, quindi, si laureò in diritto a Torino il 30 agosto 1809.
Dopo la laurea, però, non si chiuse nel tecnicismo. Al contrario, si orientò verso gli “studi preferiti” di arte e letteratura, che diventeranno la sua cifra costante.
Parigi e i viaggi dopo il 1821: un piemontese dentro l’Europa della Restaurazione
Durante la Restaurazione, e soprattutto dopo il 1821, trascorse lunghi periodi a Parigi e compì molti viaggi. Inoltre lasciò una traccia precisa di quel movimento: lo scritto Mes étrennes (Torino, 1830), che adornò con incisioni eseguite da lui stesso.
Qui emerge già un tratto tipico: non è l’intellettuale che “parla” soltanto, ma quello che costruisce oggetti culturali completi, testo + immagine, idea + forma.
Torino carlo-albertina: impegno civile e attenzione al “nuovo”
Nel regno di Carlo Alberto partecipò attivamente alle iniziative benefiche ed educative che fiorirono in quegli anni. Inoltre, con articoli pubblicati nei periodici subalpini, intervenne su temi allora incandescenti: pauperismo, educazione popolare, e applicazione pratica di invenzioni tecniche e scoperte scientifiche.
Quindi, mentre coltivava arte e letteratura, teneva lo sguardo su ciò che cambiava davvero la società.
L’agricoltura come laboratorio: pozzi artesiani e sperimentazioni piemontesi
Accanto alla cultura “alta”, Benevello lavorò anche sull’innovazione agricola nei propri possedimenti. Per questi meriti fu nominato:
- socio corrispondente dell’Accademia agraria di Torino il 20 maggio 1842
- socio effettivo il 17 marzo 1845
Fu tra i pionieri dei pozzi artesiani in Piemonte e, già nel 1833, pubblicò a Torino uno scritto dotto ma volutamente ironico: Diceria sulle sorgenti artesiane e delle società che vollero introdurne l’uso in Piemonte.
In Accademia lesse anche memorie su colture e trasformazioni: mais, helianthus tuberosus (topinambur) e estrazione dell’olio dalle noci. Inoltre fu tra i fondatori dell’Associazione agraria subalpina, segno che il suo interesse non era episodico, ma strutturale.
Scrittore “contro il moralismo”: teatro, novelle e autonomia dell’arte
Benevello pubblicò opere letterarie in più generi.
Già nel 1820 uscì a Torino, in forma anonima, un testo bizzarro e umoristico: Il teatro. Poema lapponico recentemente tradotto da un saluzzese, in cui criticava usanze e tecniche teatrali dell’epoca. Più tardi, nel 1841, tornò sul tema con Azioni coreografiche, progetto pensato anche per proporre riforme dei moderni teatri. L’opera era corredata da incisioni: disegni dell’autore, esecuzione di F. Gonin.
Poi arrivò il Benevello narratore. Pubblicò novelle su periodici e miscellanee e ne raccolse una parte in volume: Sette novelle (1836) e Nuove novelle (1838). Nella prefazione del 1838 polemizza contro l’idea che la narrativa debba avere per forza un fine edificante: sostiene invece l’autonomia dell’arte rispetto alla morale. È un passaggio che, per Torino, dice molto: la città stava diventando un laboratorio anche sul piano delle idee.
Pittore e incisore: opere a Torino e libri “illustrati” d’autore
La fama di Benevello è legata soprattutto alla sua attività artistica.
Dipinse paesaggi e soggetti storici. A Torino sono ricordati:
- Foresta, al Museo Civico
- Il vescovo di Grenoble che presenta il giovane Bayard al duca Carlo I, conservato a Palazzo Reale
Inoltre realizzò molte incisioni. Tra le più note, quelle eseguite su disegno del conte di Barante per la preziosa edizione del Lebbroso della città d’Aosta di Xavier de Maistre, tradotto in italiano da Cesare Balbo (Torino, 1832).
Quindi non era un “dilettante ricco”. Al contrario, costruì un profilo da autore completo, capace di lavorare sia su tela sia su lastra, sia su soggetto autonomo sia su commissione editoriale.
La Società Promotrice delle Belle Arti di Torino: idea, presidenza e finanziamento
Il legame più forte tra Benevello e Torino passa da qui.
Il suo nome è strettamente legato alla Società Promotrice delle Belle Arti di Torino: ne fu ideatore, animatore e presidente dalla fondazione (1842) fino alla morte. Inoltre contribuì generosamente a finanziarne le iniziative. In una ricostruzione, la fondò con l’avvocato Luigi Rocca e, nei primi anni, ospitò anche le esposizioni annuali nella propria casa.
Questo spiega una cosa semplice: Torino, nell’Ottocento, non “produce” solo artisti, ma anche strutture che rendono visibile l’arte. Benevello è uno dei nomi chiave di quella macchina.
Un salotto che conta: d’Azeglio, gli studi per pittori e la vita culturale torinese
Negli anni Venti e Trenta cercò di dare slancio alla vita culturale torinese aprendo la casa ad artisti e uomini di scienza. Inoltre creò ai piani superiori studi per pittori, quasi una piccola officina privata.
Fu amico di Massimo d’Azeglio, che frequentò a Torino, a Saluzzo e anche al castello di Rivalta. D’Azeglio ne lasciò un ritratto personale molto efficace: Benevello era ricchissimo, ma viveva con una semplicità quasi disarmante, indifferente a comodità ed eleganze.
A questo mondo “di relazioni” si lega anche il castello di Rivalta, che acquistò dall’ultimo discendente degli Orsini di Rivalta, restaurandolo e aggiungendo un grande parco. Qui ospitò amici e intellettuali, tra cui vengono citati anche Honoré de Balzac e Pier Alessandro Paravia.
Cariche pubbliche e Senato: un liberale moderato con interventi tecnici
Benevello non fu un politico di professione, ma entrò nelle istituzioni. Fu membro del Consiglio comunale di Torino e, dal 1846, del consiglio d’amministrazione del Debito pubblico.
Per le benemerenze e per un atteggiamento considerato liberaleggiante, fu nominato senatore il 18 dicembre 1849. Nei voti parlamentari, pur con qualche esitazione, si schierò in sostanza a favore del ministero d’Azeglio (votando, per esempio, a favore delle leggi Siccardi) e poi del ministero Cavour.
I suoi interventi oratori furono rari e quasi sempre tecnici: si concentrò soprattutto su sviluppo della rete ferroviaria e nuove tassazioni. Quindi, anche qui, non cercava la scena: cercava l’applicazione.
Vita privata e fine: matrimonio, figli, titolo comitale e morte a Torino
Si sposò a Torino l’8 maggio 1820 con Polissena Pasero di Comegliano. Ebbero cinque figli (due maschi e tre femmine); tuttavia il primo maschio morì in fasce e il secondo morì a 23 anni.
Il 16 settembre 1837 gli fu concesso il titolo di conte. Morì a Torino il 16 dicembre 1853.
Cosa chiarire su Benevello tra arte e politica
Fu un conte piemontese (1788–1853), laureato a Torino, attivo come scrittore, pittore, incisore e promotore culturale, oltre che sperimentatore in ambito agricolo.
Perché ideò e guidò la Società Promotrice delle Belle Arti di Torino, contribuendo a creare un sistema stabile di esposizioni e sostegno agli artisti. Inoltre fu consigliere comunale e poi senatore.
Tra i titoli più noti ci sono Il teatro. Poema lapponico (1820), Azioni coreografiche (1841) e le raccolte narrative Sette novelle (1836) e Nuove novelle (1838), dove difende l’autonomia dell’arte dalla morale.
Sperimentò nei propri possedimenti ed è ricordato come pioniere dei pozzi artesiani in Piemonte. Pubblicò nel 1833 la Diceria sulle sorgenti artesiane e presentò memorie su colture e trasformazioni all’Accademia agraria torinese.
Fu legato da amicizia a Massimo d’Azeglio, che lo frequentò a Torino e nelle residenze piemontesi e ne lasciò un ritratto vivace, sottolineandone ricchezza e stile di vita sorprendentemente semplice.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



