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Edoardo Calosso, il pittore torinese che lasciò il segno tra Pinerolo e il Piemonte

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Da Alessandro Maldera

Marzo 13, 2026

Edoardo Calosso nacque a Torino nel 1856 e morì a Pinerolo nel 1923. La sua parabola artistica attraversa il Piemonte tra fine Ottocento e inizio Novecento, muovendosi con naturalezza tra pittura sacra, ritratti, decorazioni civili e immagini mitologiche. Inoltre il suo nome è legato soprattutto a Pinerolo e al suo territorio, dove lavorò a lungo e dove venne ricordato come una figura originale, colta, irregolare e profondamente bohémien.

Nel 1923, anno della sua scomparsa, Pinerolo perse anche un altro pittore fuori dagli schemi, Ettore Giovanni May, morto giovane e poi ricordato dalla città con una via. Tuttavia Calosso resta uno dei nomi più interessanti di quella stagione artistica piemontese che oggi meriterebbe molta più attenzione.

Tra sacro, mito e vita piemontese

– Nacque a Torino nel 1856 e morì a Pinerolo nel 1923
– Si formò all’Accademia Albertina di Torino, nella scuola d’Ornato
– Espose alla Promotrice di Torino tra il 1884 e il 1923
– Lavorò tra Pinerolo, Giaveno, San Secondo di Pinerolo, Cavour, Casalgrasso e Bubbio
– Fu apprezzato per ritratti, opere sacre, decorazioni civili e soggetti mitologici
– Venne ricordato come un artista bohémien, eclettico e profondamente legato al Piemonte

Torino, l’Accademia Albertina e la formazione di Calosso

Il punto di partenza è Torino, città in cui Calosso nacque e si formò. Studiò infatti all’Accademia Albertina di Belle Arti, nella scuola d’Ornato, inserendosi in un ambiente vivace e di alto livello. Tra i suoi compagni di corso figuravano Luigi Morgari, Giacomo Grosso e Davide Calandra, mentre tra i docenti presenti in quegli anni comparivano nomi di rilievo come Gastaldi, Gilli, Gilardi, Gamba, Tabacchi, Tamone, Desclos e Morgari.

Non si trattò quindi di una formazione marginale. Al contrario, Calosso uscì da uno dei centri più importanti dell’arte piemontese del tempo. Inoltre partecipò a lungo alla Società Promotrice delle Belle Arti di Torino, esponendo tra il 1884 e il 1923. Questo dato conta, perché dimostra che il suo legame con il capoluogo non fu soltanto biografico, ma anche professionale.

Un artista piemontese radicato soprattutto a Pinerolo

Se Torino fu la città della nascita e degli studi, Pinerolo diventò il luogo della maturità artistica e della memoria. È qui, infatti, che Calosso costruì gran parte della sua reputazione, lavorando in chiese, edifici civili, ville private e spazi oggi scomparsi o trasformati. Per questo motivo il suo nome è strettamente connesso al Pinerolese, anche se il raggio d’azione delle sue opere si allargò ad altre zone del Piemonte.

La sua fama, infatti, si diffuse abbastanza rapidamente. Di conseguenza gli vennero chiesti ritratti, affreschi, decorazioni e dipinti bucolici, segno di una versatilità che gli consentiva di passare da un registro all’altro senza perdere identità.

Le prime opere importanti tra Giaveno, Pinerolo e Cavour

I primi lavori di un certo peso arrivarono in ambito religioso. Calosso si fece notare con la decorazione della Collegiata di San Lorenzo a Giaveno, un incarico che rappresentò uno dei suoi primi passaggi importanti. In seguito lavorò al Duomo di Pinerolo nel 1901 e alla facciata della chiesa di San Rocco, sempre a Pinerolo, nel 1906.

Nel 1909 affrescò la lunetta della tomba Camarora a San Secondo di Pinerolo. Successivamente intervenne anche con altre pitture sacre nella Cappella del Bosco a Cavour. A questi lavori si aggiungono poi gli affreschi del Collegio dei Catecumeni di Pinerolo e la sua presenza nel Santuario della Madonna delle Grazie di Casalgrasso. Insomma, il suo percorso si muove con continuità dentro una geografia piemontese precisa, concreta e riconoscibile.

Il rapporto con la Cattedrale di San Donato e con il vescovo Rossi

Tra i cantieri più significativi della sua carriera ci fu anche il coinvolgimento nel restauro della Cattedrale di San Donato a Pinerolo. In questo contesto ebbe un ruolo importante la fiducia che gli venne concessa dal vescovo Giovan Battista Rossi, figura che Calosso avrebbe poi ritratto nel 1923. Questo legame conferma quanto fosse considerato affidabile anche in ambito ecclesiastico, oltre che capace di muoversi con efficacia nel campo della decorazione e del ritratto.

Un pittore capace di stare davvero tra sacro e profano

Uno dei modi più giusti per leggere Calosso è considerarlo un artista sospeso, con equilibrio raro, tra sacro e profano. Da una parte lavorò per chiese, cappelle, ex voto e figure di santi. Dall’altra, invece, si dedicò a decorazioni civili, immagini pubblicitarie, scene mitologiche, ritratti e ambientazioni più leggere o immaginifiche.

Questo tratto eclettico è decisivo. Infatti Calosso non si rinchiuse in un solo genere, ma costruì una produzione ampia, capace di tenere insieme devozione religiosa, gusto narrativo, attenzione al volto umano e inclinazione fantastica. Ed è proprio questa elasticità a renderlo ancora oggi interessante.

I ritratti: una delle sue qualità più riconosciute

Calosso fu anche un ritrattista apprezzato. Le fonti ricordano come particolarmente riusciti i ritratti del generale Levi, del vescovo Giovan Battista Rossi e della contessa Elda Quartero Gaspari. Presso la Collezione Civica d’Arte di Pinerolo si conserva il Ritratto del generale Levi del 1909, spesso indicato come una delle prove più convincenti della sua capacità di restituire il carattere del soggetto.

Anche altre testimonianze insistono su questo aspetto. Un ex voto offerto a San Chiaffredo da Giovanni Rossetti, ad esempio, è stato considerato una conferma delle sue doti di interprete del volto umano. In sostanza, Calosso non era soltanto un decoratore efficace: sapeva davvero cogliere la fisionomia, la postura e la presenza dei personaggi che dipingeva.

Le opere civili, il Nuovo Cinema e Villa Turati

Accanto alla pittura religiosa e ai ritratti, Calosso lasciò segni importanti anche in contesti civili. Nel 1913 dipinse le Muse e altri personaggi mitologici negli ambienti in cui sarebbe poi sorto il Cinema Nuovo di Pinerolo. Quei dipinti, però, risultano scomparsi da tempo, e questo rende ancora più difficile ricostruire per intero il suo lavoro.

Un altro intervento molto noto riguarda Villa Turati, dove nel 1922 realizzò una Nascita di Venere e i Tre Amorini per il soffitto. In più dipinse la celebre Figura di Esculapio per il laboratorio chimico della farmacia Rocchietta di Pinerolo. Sono opere che mostrano con chiarezza il lato più libero, decorativo e immaginativo del suo repertorio.

Il fascino della mitologia: ninfe, amorini, sileni e Arcadia

Se c’è un campo in cui Calosso riuscì a esprimere una cifra davvero personale, quello è probabilmente la pittura mitologica. Qui si muovono ninfe, amorini, sileni e altri personaggi del mondo classico, spesso immersi in atmosfere luminose e morbide, dove domina un senso di idillio e di sospensione.

Il riferimento più forte è quello dell’Arcadia, cioè un universo ideale di natura, armonia, desiderio e sogno pastorale. In queste opere i colori diventano più vivaci, i contorni si fanno più suggestivi e l’insieme sembra invitare a una specie di evasione a occhi aperti. Inoltre non manca un risvolto quasi meditativo, a tratti persino mistico, che rende queste immagini più dense di quanto possa sembrare a un primo sguardo.

Fiori, Madonne, paesaggi e soggetti molto diversi tra loro

La produzione di Calosso, però, non si esaurisce né nel sacro né nella mitologia. I suoi soggetti furono molto vari: composizioni floreali, ritratti, Madonne, santi, scene mitologiche, paesaggi collinari e dipinti bucolici. Questa pluralità non va letta come dispersione. Al contrario, dice parecchio sul tipo di artista che era: uno capace di adattarsi alle richieste, ma anche di tenere insieme mondi visivi differenti.

Tra le opere religiose più affascinanti vengono ricordate anche le figure dei santi Pietro, Marco e Paolo all’interno della chiesa parrocchiale di Bubbio, nella diocesi di Acqui Terme. Anche qui torna il suo modo di lavorare sul volto, sulla presenza e sul clima complessivo dell’immagine.

Il carattere bohémien e la vita nei caffè

La memoria di Calosso è rimasta legata anche al suo stile di vita. Chi lo conobbe lo descrisse come un artista bohémien nel senso più autentico del termine: un po’ trasandato, talvolta eccentrico, ma sempre dignitoso, brillante nella conversazione e sostanzialmente garbato nei modi. Non interpretava un personaggio. Piuttosto, viveva davvero da pittore irregolare, in un contesto che non facilitava affatto gli artisti.

Una testimonianza del secondo Novecento lo presenta quasi come un bohémien ottocentesco trapiantato a Pinerolo: allegro nella miseria, mai teatrale, concretamente esposto alle difficoltà economiche. E qui sta il punto: fare il pittore in una realtà provinciale dove la borghesia apprezzava spesso più un cavallo che un quadro non era esattamente una strada comoda.

Frequentava assiduamente caffè e taverne, e spesso pagava ciò che consumava con disegni o piccoli dipinti. I proprietari, a quanto si racconta, li esponevano poi con orgoglio. È un dettaglio che restituisce bene il personaggio: un artista immerso nella vita cittadina, non chiuso in studio come un sacerdote dell’arte.

L’ultima stagione, la Quadriennale e la morte nel 1923

Il 1923 fu per Calosso un anno doppiamente simbolico. Da un lato partecipò alla Quadriennale di Torino, quindi rimase attivo fino all’ultimo. Dall’altro fu proprio l’anno della sua morte, avvenuta a Pinerolo. Secondo le cronache, sarebbe morto nel pomeriggio di lunedì 24 settembre 1923 mentre stava dipingendo il ritratto del vescovo Angelo Lorenzo Bartolomasi, il cosiddetto vescovo delle trincee.

È una chiusura quasi romanzesca, ma anche molto coerente con la sua traiettoria: un pittore che resta al lavoro fino alla fine, sospeso ancora una volta tra committenza religiosa, pratica del ritratto e vita concreta.

La mostra di Palazzo Vittone e il bisogno di una nuova riscoperta

All’inizio degli anni Novanta la Collezione Civica d’Arte di Palazzo Vittone, a Pinerolo, gli dedicò una mostra dal titolo “Edoardo Calosso tra sacro e profano”. Già il titolo, in fondo, dice tutto. Perché Calosso sta proprio lì: al confine tra devozione e fantasia, tra mestiere e ispirazione, tra provincia e qualità artistica.

Oggi, a distanza di molti anni da quella mostra, ci sarebbero tutte le ragioni per tornare a valorizzarlo con un nuovo progetto espositivo importante. Non per nostalgia locale, ma perché il suo percorso racconta molto bene un pezzo di Torino e soprattutto di Piemonte che merita di uscire dalla penombra.

Il valore attuale di Edoardo Calosso

Edoardo Calosso conta ancora perché non è soltanto una figura curiosa o pittoresca. È un artista che aiuta a leggere il Piemonte tra Otto e Novecento da un punto di vista più vero, meno da manuale. Torino gli diede formazione e contesto; Pinerolo gli diede spazio, memoria e radicamento; il territorio piemontese gli offrì chiese, committenze, volti, paesaggi e miti.

Ed è proprio questa la sua forza: non essere stato soltanto torinese, né soltanto pinerolese, ma pienamente piemontese.

Per capire meglio la figura di Calosso

Chi era Edoardo Calosso?

Edoardo Calosso fu un pittore nato a Torino nel 1856 e morto a Pinerolo nel 1923, attivo tra pittura sacra, ritratti, decorazioni civili e soggetti mitologici.

Dove si formò Edoardo Calosso?

Si formò all’Accademia Albertina di Torino, nella scuola d’Ornato, insieme a compagni di corso poi diventati nomi importanti dell’arte piemontese.

Perché Edoardo Calosso è legato a Pinerolo?

Perché a Pinerolo realizzò molte opere importanti, lavorò in edifici religiosi e civili, lasciò ritratti e decorazioni notevoli e lì concluse anche la sua vita.

Quali soggetti dipingeva Edoardo Calosso?

Dipingeva ritratti, santi, Madonne, composizioni floreali, paesaggi collinari, scene bucoliche e soggetti mitologici come ninfe, amorini e figure dell’Arcadia.

Perché viene definito un pittore bohémien?

Perché chi lo conobbe lo ricordò come un artista autenticamente irregolare, povero ma dignitoso, spesso presente in caffè e taverne, dove talvolta pagava con disegni e dipinti.

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Alessandro Maldera

Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende