Castello del Conte Verde di Condove: rovine, scavi e memoria storica all’imbocco della Val di Susa

Da Alessandro Maldera
Febbraio 27, 2026

Il Castello del Conte Verde di Condove (detto anche Castellazzo) oggi è un rudere, però sta in un punto che non è casuale: un dosso roccioso strategico tra valle e pianura. Proprio per questo, anche con pochi muri in piedi, continua a “spiegare” la geografia militare della bassa Val di Susa. Inoltre, tra cappella interna, lapide del 773 e scavi del 2006, il sito tiene insieme storia documentata e memoria locale.
Da Castrum Capriarum a “Conte Verde”: scheda veloce
Dove si trova e perché la posizione conta
Il castello è su una piccola altura tra Caprie e Condove (amministrativamente nel territorio di Condove), davanti al sistema montuoso del Pirchiriano e con il Caprasio sullo sfondo. In altre parole: è uno di quei punti dove la valle “si legge” come corridoio obbligato.
Si trova a lato dell’area della SS 24, su uno sperone di roccia, e viene indicato con riferimento a Via Conte Verde, 52 – Condove (zona via Roma/campo sportivo nelle indicazioni locali).
Nomi e identità del sito: Conte Verde, Castellazzo, Castrum Capriarum
Qui conviene essere chiari: il nome più famoso è “Conte Verde”, ma nelle carte e nella tradizione compaiono più etichette.
- Castrum Capriarum / Castello di Caprie: denominazione che rimanda alle citazioni medievali
- Castellazzo: nome d’uso locale per il complesso fortificato
- Castello del Conte Verde: titolo tradizionale, molto diffuso, ma non sempre “garantito” dalla storia come la gente vorrebbe
E quindi sì: i nomi raccontano già la stratificazione, non solo le pietre.
Origini: tra leggenda delle Chiuse e prime attestazioni medievali
Secondo una lettura tradizionale, il promontorio sarebbe stato collegato alle fortificazioni delle Chiuse (lo sbarramento della valle ricordato in ambito altomedievale). Tuttavia, quando si passa dai racconti alle carte, le prime notizie “con nome e cognome” arrivano nel XIII secolo, in ambito notarile, con il castello citato come Castrum Capriarum e inserito tra i territori su cui i Savoia esercitavano diritti di baronia.
Quindi: il luogo può avere un’eco più antica, però la documentazione esplicita che abbiamo lo colloca con chiarezza nel Medioevo pieno.
A chi serviva davvero: castellania, tribunale e carcere
Un altro punto spesso frainteso: il castello non viene descritto come proprietà diretta dei Savoia. Al contrario, viene ricordato come sede della castellania di San Giusto di Susa, cioè legata all’Abbazia di San Giusto.
Di conseguenza, non era soltanto un “muro contro qualcuno”: era anche un presidio amministrativo, con tribunale e carcere, presidiato da un numero limitato di soldati.
Insomma: più macchina di controllo territoriale che roccaforte da film.
Il “Conte Verde”: attribuzione famosa, ma da trattare con misura
Qui bisogna tenere insieme due piani senza barare:
- da un lato, la denominazione che collega il sito ad Amedeo VI di Savoia (Conte Verde, 1334–1383) è radicata nella memoria locale e in alcune ricostruzioni che parlano di una “riattivazione” del complesso
- dall’altro lato, la stessa tradizione viene spesso considerata priva di riscontro storico definitivo per attribuirgli una proprietà o una fondazione “certificata”
Quindi la via onesta è questa: il nome “Conte Verde” è diventato etichetta identitaria, però non va spacciato come prova archivistica.
Com’era il complesso: un impianto fortificato vero, non una torricella
Le ricostruzioni descrivono un complesso importante: due edifici principali, presenza di torri, spazi di servizio (anche stalle) e una cinta che seguiva il margine dello strapiombo.
Oggi, invece, restano soprattutto rovine degli spessi muri perimetrali, in parte oggetto di interventi di sistemazione, costruiti con ciottoli e pochi laterizi.
Cosa si vede oggi: mura, cappella e il masso “del 773”
All’interno dell’area fortificata si trova la Cappella della Madonna del Castello, attribuita a una fase tra XVII e XVIII secolo. È un elemento che cambia la lettura del luogo: non solo difesa, ma anche devozione “di sito”.
Di fronte, su un masso erratico, è stata collocata una lapide che collega questo dosso alla tradizione del 773 d.C., quando Carlo Magno avrebbe sostato qui dopo lo scontro alle Chiuse contro i Longobardi.
È una memoria forte, però va capita per quello che è: un segno pubblico che racconta l’identità locale, non un verbale militare.
Gli scavi del 2006: cosa è emerso nel perimetro
Gli scavi del 2006 hanno aggiunto dettagli concreti alla mappa del rudere. In particolare:
- nell’angolo nord-ovest sono comparsi un locale quadrangolare e un secondo ambiente addossato ma non comunicante, oltre a tracce di una struttura più ampia e allungata (con possibile sequenza di pilastri)
- sul lato sud è emerso un muro interno che potrebbe riferirsi al “maschio”
- nell’area centrale del lato sud, in una porzione più elevata, è stato individuato il perimetro di una cappella ad aula unica, con tratti di pavimento in cocciopesto e lacerti di intonaco fine e chiaro: costruzione in pietre e malta, abside orientata, ingresso a ovest, con rialzo del presbiterio e traccia dell’altare
Quindi, anche se il sito è un rudere, sotto la superficie “parla” ancora parecchio.
FAQ – Dubbi frequenti sul baluardo tra Caprie e Condove
È su una altura tra i due comuni, però le rovine risultano nel territorio comunale di Condove
È un nome tradizionale molto diffuso; tuttavia l’attribuzione va raccontata con prudenza perché non è sempre sostenuta da riscontri storici definitivi
La posizione strategica, le funzioni medievali (castellania, tribunale, carcere) e le tracce emerse negli scavi del 2006
È una memoria collocata su un masso erratico che collega il luogo al passaggio di Carlo Magno dopo la battaglia alle Chiuse contro i Longobardi
Sì: la Cappella della Madonna del Castello, attribuita a una fase tra XVII e XVIII secolo
Ambientazioni murarie (locali e strutture) e, in particolare, il perimetro di una piccola cappella con pavimento in cocciopesto e tracce di intonaco, oltre a muri interni attribuiti a parti del complesso fortificato

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



