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Mulino Varesio di Bussoleno: dal mulino medievale del borgo chiuso al museo dell’acqua e delle macchine

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Da Alessandro Maldera

Febbraio 21, 2026

Il Mulino Varesio di Bussoleno, detto anche mulino del Piano, è una tappa che si capisce in fretta e si ricorda a lungo. Sta nel centro, lungo la via pedonale che ricalca un tratto dell’antica Via Francigena. Eppure, dietro quella facciata “di paese”, c’è una storia enorme: acqua, potere, lavoro e perfino l’inizio dell’elettricità a Bussoleno. Oggi, inoltre, il mulino è diventato museo.

Il mulino del Piano: info essenziali

Nome: Mulino del Piano / Mulino Varesio
Dove: centro di Bussoleno, lungo il percorso pedonale dell’antica Via Francigena
Origini: impianto di radice tardomedievale, precedente alla cinta muraria (seconda metà XIV secolo)
Svolta storica: nel 1797 passa al Comune con i diritti sulle acque, poi gestito tramite affitti
1890: centralina per l’illuminazione pubblica (Ajnardi e Garrone)
Famiglia Varesio: tre generazioni, chiusura definitiva 11 maggio 1988
Oggi: museo con saletta dell’acqua, ruota e turbina in funzione, tre piani di macchine originali

Dove si trova e perché è una tappa del “Bussoleno storico”

Il fabbricato si affaccia sulla strada pedonale del centro di Bussoleno. Di conseguenza, non è un luogo “fuori mano”: lo incroci mentre attraversi il paese. Questa via, inoltre, coincide con un tratto dell’antica strata Francigena, quindi il mulino si inserisce in un paesaggio di passaggi e soste.

In più, il Mulino Varesio si lega a un piccolo “triangolo” monumentale. Infatti, insieme a Casa Amprimo (dove aveva sede la locanda quattrocentesca della Croce Bianca) e alla vicina Casa Aschieri, forma un complesso di grande valore storico.

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Un complesso studiato da D’Andrade e “portato” al Borgo Medievale del Valentino

Qui c’è un dettaglio che cambia la percezione del posto. Il complesso Mulino–Casa Amprimo–Casa Aschieri, infatti, fu oggetto di studio di Alfredo D’Andrade. Quindi, alcuni elementi di Casa Amprimo e Casa Aschieri furono usati come modello per il Borgo medievale del Valentino, realizzato a Torino per l’Esposizione generale del 1884.

Non è solo una curiosità. In altre parole, Bussoleno entra nella “Torino che ricostruisce il Medioevo” grazie a queste architetture.

Origini tardomedievali: un mulino più antico della cinta muraria

La data di impianto è sconosciuta. Tuttavia la tradizione storica lo colloca con sicurezza prima della costruzione della cinta muraria del borgo, datata alla seconda metà del XIV secolo. Questo significa una cosa semplice: il mulino era già necessario quando Bussoleno stava ancora definendo la sua forma urbana fortificata.

E qui si apre lo scenario europeo. Tra XII e XIII secolo, lo sviluppo di impianti protoindustriali ad energia idraulica (mulini, gualchiere, folloni, seghe) trasformò l’Europa. Perciò, avere un mulino “forte” significava avere produzione, rendita e controllo.

Il mulino come potere: obblighi, diritti di molitura e controllo delle comunità rurali

Nel mondo rurale medievale, il mulino da grano non era neutro. Infatti, aristocrazia militare ed enti ecclesiastici cercavano di controllarlo per condizionare i contadini: chi lavorava la terra spesso doveva macinare lì, con multe o perdita della farina se si sottraeva.

Il mugnaio, inoltre, non era “libero”: veniva nominato dal signore, spesso tramite appalto. E riscuoteva i diritti di molitura. La manutenzione, invece, era a carico del signore ed era continua e costosa.

Bussoleno fa eccezione: acqua del Gillardo e mulino “non sabaudo”

Il mulino del borgo chiuso risulta di esclusiva proprietà del consortile aristocratico bussolenese. Di conseguenza, non risulta una compartecipazione diretta del conte di Savoia. È un dato interessante, soprattutto se consideri che già dal 1296 il conte controllava nel villaggio il forno da pane.

Per questo è stata avanzata un’ipotesi: mulini e derivazioni dal torrente Gillardo potrebbero essere stati un patrimonio (ripaticum) dei Borello-San Giorio o dei de Secusia fin dall’XI–XII secolo. Il conte, quindi, non riuscì mai a entrarne in possesso e il consortile non cedette né condivise.

L’ingegneria dell’acqua: perché non derivare dalla Dora

Bussoleno, inoltre, va “controcorrente” rispetto ad altre comunità valligiane. Non deriva gore e canalizzazioni dalla Dora in età medievale per azionare i mulini. Piuttosto sfrutta corsi torrentizi affluenti con una gestione “sapiente” dell’acqua, utile sia alla molitura sia all’approvvigionamento dei coltivi e del borgo.

Una derivazione diretta dalla Dora, infatti, avrebbe aumentato i rischi d’esercizio. In particolare, la portata del fiume è più instabile e tumultuosa e il rischio di piene avrebbe potuto distruggere manufatti e imporre ricostruzioni onerose.

Quanti mulini c’erano e cosa diventavano: grano, canapa, panni e olio di noce

Nel tardo medioevo, in sponda destra, a Bussoleno risultavano quattro mulini. Due stavano nel querceto (ravoyra) che arretrava per i dissodamenti. Gli altri due erano nel borgo chiuso. Tutti, però, sfruttavano l’acqua del Gillardo.

Nel Quattrocento, inoltre, uno dei mulini della ravoyra fu trasformato in follone per panni di lana e in pista per la canapa. Nel borgo, invece, un mulino da grano (l’inferiore) fu trasformato in pista per l’olio di noce, dopo aver funzionato brevemente a fine Trecento come macina per la senape (molendinum sinapisinum).

La gora del Pissaglio e l’acqua “di servizio” del borgo fortificato

C’è poi un passaggio tecnico che racconta la città. La gora derivata dal Pissaglio entrava nel borgo chiuso dalla contrada di Barge, attraverso un bocchettone protetto da inferriata. Attraversava il settore occidentale del villaggio fortificato e scaricava in Dora oltre la cortina e il fossato settentrionali.

Questo canale, inoltre, garantiva acqua al borgo. Non tanto per bere (si preferivano i pozzi), quanto per nettezza urbana e servizio antincendio. E qui arriva un primato: l’impianto bussolenese è l’unico in Val di Susa che risulti collocato all’interno di una cinta muraria medievale.

Dal feudalesimo al Comune: il passaggio del 1797 e l’uso “a affitto”

Il mulino rimase ai signori feudali fino al 1797. In quell’anno l’ultimo marchese di Bussoleno lo cedette al Comune, insieme ai diritti sulle acque che lo alimentavano. Il Comune, tuttavia, non lo gestì direttamente: lo diede in affitto.

È una scelta pragmatica. In pratica, l’ente controllava bene e acque, mentre la gestione quotidiana restava ai mugnai.

1890: la prima elettricità a Bussoleno nasce nel mulino

Qui il mulino cambia ruolo. Nel 1890, la ditta Ajnardi e Garrone installò nei locali una centralina elettrica per l’illuminazione pubblica del centro del paese. Quindi, l’“era dell’elettricità” a Bussoleno parte da un luogo medievale che si reinventa.

La famiglia Varesio: tre generazioni e una lunga modernizzazione

Tra fine Ottocento e inizio Novecento entra in scena Michele Varesio (1859–1929). Prima affittò il mulino di Bruzolo. Poi, nel 1905, prese in affitto quello di Bussoleno e lo condusse fino al 1911, quando si spostò a Condove.

Nel 1913 torna a Bussoleno il figlio Secondo, che affitta il mulino e lo gestisce fino alla morte nel 1949. E qui arrivano innovazioni concrete: sostituisce le vecchie macine con macine francesi La Fertè. Inoltre fa costruire un’unica grande ruota idraulica in ferro a cassette (diametro 4 metri), al posto di tre ruote precedenti. Apre anche una falegnameria nei locali attigui.

All’inizio degli anni ’20, inoltre, Secondo inizia a progettare e costruire macchine per mulini. Nel 1930 compra dal Comune il mulino, i locali artigianali e l’abitazione di servizio. Di conseguenza, il passaggio da affitto a proprietà chiude un ciclo iniziato nel 1797.

Dal mulino ligneo ai laminatoi: Giuseppe e l’impianto “pneumatico” moderno

Alla morte di Secondo (1949), la gestione passa al figlio Giuseppe. Per qualche anno, però, era stata affidata al cugino Camillo. Giuseppe poi progetta e realizza un nuovo mulino pneumatico a cilindri (laminatoi): un impianto industriale moderno, efficiente e al passo con i tempi.

Negli anni ’70 arriva l’ultima grande ristrutturazione. Poiché la canalizzazione soffriva di cronica carenza d’acqua, la forza motrice venne integrata con un potente motore diesel.

11 maggio 1988: la chiusura e la fine di un’epoca

L’attività del Mulino Varesio cessa definitivamente l’11 maggio 1988. Aveva alle spalle oltre ottant’anni di gestione familiare e tre generazioni di mugnai: Michele, Secondo e Giuseppe. Giuseppe, inoltre, morirà improvvisamente il 17 giugno 1988, poche settimane dopo la chiusura.

Oggi: il Mulino Varesio come museo (acqua, ruota e tre piani di macchine)

Oggi il Mulino Varesio è diventato un museo. Il percorso parte da una porzione che fu officina dai primi decenni del ’900. Poi si entra nella saletta dedicata all’acqua, dove si osservano la ruota in movimento e la turbina funzionante, che dà moto alla cinghia principale e a parte del mulino.

Successivamente si arriva al cuore storico: tre piani dove si vedono le componenti originali del mulino ligneo, con macchine e meccanismi. Inoltre, alcune sale ai piani superiori sono pensate per attività culturali e laboratori, con spazi anche per piccole consultazioni e incontri. Completa il tutto un terrazzo utilizzabile per iniziative esterne.

FAQ – pratiche per vedere il Mulino Varesio

Perché il Mulino Varesio è importante nella storia di Bussoleno?

Perché unisce due piani: da un lato le origini tardomedievali legate al borgo chiuso e all’acqua, dall’altro la modernizzazione novecentesca fino al mulino a cilindri e alla chiusura del 1988

Che legame ha con la Via Francigena?

Il fabbricato si affaccia sulla via pedonale del centro che corrisponde a un tratto dell’antica Via Francigena, quindi sta sul percorso storico di transito e ospitalità

Cosa introdusse Secondo Varesio nel mulino?

Sostituì le vecchie macine con macine francesi La Fertè e costruì una grande ruota idraulica in ferro a cassette da 4 metri, oltre ad avviare una falegnameria nei locali attigui

Quando arriva l’elettricità a Bussoleno e che c’entra il mulino?

Nel 1890 una ditta installò nel mulino una centralina per l’illuminazione pubblica del centro del paese, quindi il mulino diventa anche “motore” tecnologico della comunità

Cosa si vede oggi nel museo?

Una saletta dedicata all’acqua da cui osservare ruota e turbina funzionanti e, soprattutto, tre piani con le componenti originali del mulino ligneo e i sistemi di lavorazione storici

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Alessandro Maldera

Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende