Mole24 Logo Mole24
Mole24 » Curiosità » Come si classifica il piemontese e quali sono le sue caratteristiche linguistiche

Come si classifica il piemontese e quali sono le sue caratteristiche linguistiche

Alessandro Maldera Avatar

Da Alessandro Maldera

Agosto 07, 2026

La classificazione e le caratteristiche del dialetto piemontese mostrano che questa parlata non è una semplice variante locale dell’italiano. Il piemontese deriva direttamente dal latino e possiede suoni, regole grammaticali e strutture sintattiche proprie.

Nella tradizione italiana viene inserito tra i dialetti gallo-italici. A livello internazionale, invece, viene spesso descritto come una lingua romanza occidentale o come un sistema italo-romanzo nord-occidentale.

La sua fisionomia è riconoscibile nella pronuncia delle vocali, nella caduta di molte terminazioni, nell’uso dei pronomi clitici e nella negazione postverbale con nen. Tuttavia, le caratteristiche cambiano anche tra torinese, piemontese orientale, varietà alpine e parlate locali.

– Appartiene tradizionalmente al gruppo gallo-italico
– Deriva direttamente dal latino, non dall’italiano
– Possiede le vocali caratteristiche ë, u ed eu
– Perde molte vocali finali non accentate
– Usa spesso pronomi clitici davanti al verbo
– Può indicare il plurale soprattutto attraverso l’articolo
– Colloca normalmente la negazione nen dopo il verbo
– Comprende numerose varietà territoriali

Classificazione e caratteristiche del dialetto piemontese

Nel modello tradizionale della linguistica italiana, il piemontese appartiene al gruppo dei dialetti gallo-italici.

Nello stesso insieme vengono normalmente collocati anche lombardo, ligure ed emiliano-romagnolo. Le diverse varietà condividono alcuni fenomeni fonetici e grammaticali sviluppati nell’Italia settentrionale.

La parola “dialetto” può però generare confusione. In questo contesto non indica una deformazione dell’italiano oppure una sua versione meno corretta.

Il piemontese è una varietà romanza primaria, nata direttamente dall’evoluzione del latino parlato. Si sviluppò quindi parallelamente al toscano, dal quale sarebbe derivato l’italiano standard.

In altre parole, il piemontese non discende dall’italiano. Entrambi derivano dal latino, ma hanno seguito percorsi differenti.

Perché viene chiamato anche lingua piemontese

Nella letteratura linguistica internazionale è frequente l’espressione lingua piemontese.

Il sistema viene inoltre descritto come lingua romanza occidentale oppure come varietà italo-romanza nord-occidentale.

Queste definizioni non sono necessariamente in contrasto con la classificazione gallo-italica. Ogni modello può infatti mettere in evidenza un elemento diverso.

La categoria gallo-italica sottolinea i rapporti con le parlate dell’Italia settentrionale. La classificazione romanza occidentale considera invece alcuni fenomeni condivisi con il francese, l’occitano e altre lingue sviluppate nella parte occidentale dell’area romanza.

Alcuni modelli basati sul confronto informatico delle lingue avvicinano in modo particolare piemontese e lombardo. In determinate ricostruzioni compare quindi un sottogruppo piemontese-lombardo.

Questi sistemi sono utili, ma non sostituiscono la geografia dialettale tradizionale. I confini linguistici non funzionano infatti come quelli politici o amministrativi.

I confini linguistici del Piemonte

Non esiste una linea precisa oltre la quale una parlata smette improvvisamente di essere piemontese e diventa lombarda, ligure oppure occitana.

Le differenze linguistiche si distribuiscono attraverso fasci di isoglosse. Un’isoglossa è una linea ideale che indica il territorio nel quale compare una determinata caratteristica.

Un fenomeno può quindi estendersi più a est di un altro. Inoltre, una parlata locale può condividere alcune caratteristiche con il piemontese centrale e altre con una lingua confinante.

Nel Piemonte orientale, per esempio, esistono varietà vicine al lombardo occidentale. Nelle valli alpine si incontrano invece zone di contatto con occitano e francoprovenzale.

Le parlate del Piemonte meridionale possono inoltre presentare elementi comuni con il ligure e con altre varietà dell’area padana.

Per questo motivo il piemontese deve essere considerato come un sistema composto da più varietà, non come una lingua perfettamente identica in tutta la regione.

La koinè torinese

La varietà torinese ha acquisito nel tempo il ruolo di koinè, cioè di forma sovralocale utilizzata nella letteratura, nel teatro, nei dizionari e nella produzione editoriale.

La koinè permette a parlanti provenienti da territori differenti di utilizzare un modello scritto relativamente comune.

Non coincide però con tutte le parlate locali. Il piemontese orientale, le varietà alpine, il monferrino, il canavesano e le parlate delle Langhe possono presentare differenze significative.

Gli esempi grammaticali e fonetici utilizzati nelle descrizioni generali si riferiscono quindi soprattutto alla koinè torinese. Non devono essere applicati automaticamente a ogni territorio piemontese.

Gli studi moderni sulla grammatica piemontese

La descrizione contemporanea più completa della lingua è contenuta in una grammatica internazionale pubblicata nel 2023.

L’opera analizza la fonologia, la morfologia dei nomi e dei verbi, i pronomi clitici, la negazione, la subordinazione e l’ordine delle parole.

Prende inoltre in considerazione la pragmatica, cioè il modo nel quale le frasi vengono utilizzate nei diversi contesti comunicativi.

La descrizione deve essere affiancata dagli studi dedicati alla standardizzazione, al contatto linguistico e alle differenze tra le varietà territoriali.

Il piemontese non è infatti un sistema immobile. Accanto alle forme tradizionali esistono cambiamenti provocati dal contatto con l’italiano e dalle nuove abitudini dei parlanti.

I suoni caratteristici del piemontese

Il piemontese possiede un inventario vocalico più ampio rispetto all’italiano standard.

Tre suoni sono particolarmente riconoscibili:

/y/, normalmente scritto u, come in mur, “muro”
/ø/, normalmente scritto eu, come in feu, “fuoco”
/ə/, normalmente scritto ë, come in fëtta, “fetta”

L’italiano standard non possiede questi tre fonemi nel proprio sistema vocalico originario.

Una descrizione moderna della koinè individua sei vocali periferiche, alle quali si aggiungono /y/, /ø/ e /ə/.

La pronuncia reale può comunque cambiare da un territorio all’altro. Anche per questo gli esempi devono essere considerati rappresentativi soprattutto della varietà comune torinese.

Come si pronuncia la u piemontese

La lettera u non corrisponde normalmente alla vocale italiana presente in parole come “luna”.

Nella koinè rappresenta il suono /y/, prodotto mantenendo la lingua in una posizione simile a quella della “i”, ma arrotondando le labbra.

Un esempio è mur, che significa “muro”.

Il suono è presente anche in diverse lingue dell’Europa occidentale. La sua presenza in piemontese non dimostra però che sia stato semplicemente copiato dal francese.

Può infatti essere collegato a evoluzioni fonetiche sviluppate all’interno dell’area romanza occidentale e settentrionale.

Il suono eu

Il gruppo grafico eu indica normalmente la vocale /ø/.

Si trova, per esempio, nella parola feu, corrispondente all’italiano “fuoco”.

Anche questo suono non appartiene all’inventario vocalico originario dell’italiano standard.

La sua realizzazione può cambiare leggermente secondo il territorio e il parlante. Rimane comunque uno degli elementi più riconoscibili della koinè piemontese.

Che cos’è la ë piemontese

La lettera ë indica generalmente lo schwa, rappresentato nell’alfabeto fonetico con il simbolo /ə/.

Viene talvolta descritto come una “e muta”, ma questa definizione è incompleta.

Lo schwa può avere una funzione fonologica e contribuire a distinguere forme differenti. Inoltre, può svolgere un ruolo nella struttura grammaticale delle parole.

In alcune sequenze viene inserito per rendere più facile la pronuncia di gruppi consonantici. In altri casi una vocale può invece scomparire quando la parola successiva inizia per vocale.

La presenza o l’assenza dello schwa non è quindi soltanto una questione grafica.

I tre suoni tipici della koinè piemontese

u: rappresenta normalmente /y/, come in mur
eu: rappresenta normalmente /ø/, come in feu
ë: rappresenta normalmente /ə/, come in fëtta

Gli esempi si riferiscono soprattutto alla varietà comune torinese. La pronuncia può cambiare nelle parlate locali

La caduta delle vocali finali

Una delle caratteristiche più evidenti del piemontese è la perdita di numerose vocali finali non accentate.

In italiano parole come “gatto”, “mercato” e “fiore” terminano normalmente con una vocale. In piemontese sono invece frequenti forme tronche oppure concluse da una consonante.

Questo fenomeno viene chiamato apocope.

La perdita delle terminazioni vocaliche ha modificato profondamente la struttura delle parole. Inoltre, ha reso possibili gruppi consonantici meno frequenti nell’italiano standard.

Il fenomeno avvicina il piemontese alle altre varietà gallo-italiche e a diversi sistemi galloromanzi.

Non deve però essere interpretato automaticamente come il risultato di un’influenza francese. Si tratta soprattutto di uno sviluppo interno del latino parlato nell’Italia settentrionale.

Consonanti doppie, palatalizzazioni e consonanti finali

Il piemontese tende a ridurre molte delle consonanti doppie presenti in latino e in italiano.

L’italiano distingue chiaramente tra consonanti semplici e geminate. In piemontese questa opposizione è generalmente meno estesa.

Sono inoltre presenti diversi fenomeni di palatalizzazione, attraverso i quali alcuni suoni latini si sono spostati verso la zona anteriore del palato.

La caduta delle vocali finali ha infine favorito la presenza di consonanti alla fine delle parole.

Di conseguenza, la struttura delle sillabe risulta spesso più complessa rispetto a quella italiana. Sotto questo aspetto il piemontese si avvicina a numerose varietà gallo-italiche e galloromanze.

Anche queste caratteristiche devono però essere verificate territorio per territorio. La koinè torinese, le parlate alpine e quelle orientali non presentano sempre gli stessi sviluppi.

Come si forma il plurale in piemontese

Il piemontese distingue genere e numero, ma non forma sempre il plurale cambiando la vocale finale come accade in italiano.

Molti nomi maschili possono rimanere invariati. In questi casi è soprattutto l’articolo a indicare se il nome è singolare oppure plurale.

Nella koinè si può avere:

ël gat: il gatto
ij gat: i gatti

Il nome gat non cambia. La differenza viene espressa dagli articoli ël e ij.

Nei femminili è più frequente un cambiamento della terminazione:

la gata: la gatta
le gate: le gatte

Gli articoli possiedono quindi una funzione particolarmente importante nella morfologia piemontese.

In alcune varietà il numero può essere espresso anche attraverso alternanze interne della parola oppure attraverso terminazioni specifiche.

Il genere dei nomi

Come l’italiano e molte altre lingue romanze, il piemontese distingue normalmente tra genere maschile e femminile.

Il genere viene segnalato dagli articoli, dagli aggettivi e, in alcuni casi, dalla terminazione del nome.

La caduta delle vocali finali ha però ridotto molti degli indizi presenti in italiano.

Per questo motivo l’articolo e il contesto diventano spesso essenziali per riconoscere il genere e il numero di una parola.

Il sistema non è identico in tutte le varietà. Alcune parlate conservano terminazioni scomparse altrove oppure utilizzano forme differenti degli articoli.

I verbi piemontesi

Il sistema verbale conserva le principali coniugazioni di origine romanza, ma presenta terminazioni spesso più brevi rispetto all’italiano.

La riduzione delle desinenze ha favorito l’impiego dei pronomi clitici soggetto.

Nella koinè si possono incontrare forme come:

i parlo: io parlo
it parle: tu parli

Gli elementi i e it accompagnano il verbo e contribuiscono a indicare la persona grammaticale.

I clitici non funzionano però sempre nello stesso modo. La loro distribuzione cambia secondo la persona, il numero e la varietà territoriale.

Non è quindi corretto descrivere il piemontese come una copia del sistema francese. Allo stesso tempo, non coincide completamente con l’italiano, nel quale il soggetto può normalmente essere omesso senza un clitico obbligatorio.

Che cosa sono i pronomi clitici

I clitici sono elementi brevi che non possiedono piena autonomia fonetica e si appoggiano al verbo.

Possono indicare il soggetto, l’oggetto, il luogo oppure una quantità.

Il piemontese dispone quindi di un sistema particolarmente ricco di particelle pronominali.

In alcune frasi il clitico può accompagnare anche un soggetto espresso chiaramente. Questa costruzione è presente, con modalità differenti, anche in diverse varietà dell’Italia settentrionale.

La presenza dei clitici è una delle ragioni per cui una frase tradotta parola per parola dall’italiano può risultare comprensibile, ma poco naturale in piemontese.

La negazione con nen

Uno dei tratti più conosciuti del piemontese è la negazione posta normalmente dopo il verbo.

L’esempio più semplice è:

I parlo nen

La frase corrisponde all’italiano “Non parlo”.

In una fase più antica il piemontese utilizzava anche una negazione collocata prima del verbo. Successivamente, la particella postverbale acquistò sempre maggiore importanza.

Il processo attraversò probabilmente una fase nella quale erano presenti sia il marcatore precedente al verbo sia quello successivo. In seguito, nen divenne sufficiente a esprimere la negazione.

Un cambiamento simile è avvenuto anche in altre lingue romanze. Tuttavia, il piemontese nen non deve essere considerato una semplice copia del francese pas.

Le due lingue hanno sviluppato sistemi paragonabili, ma non necessariamente attraverso un prestito diretto.

L’ordine delle parole

L’ordine più comune della frase piemontese è soggetto-verbo-oggetto.

Una costruzione di base segue quindi uno schema simile a quello italiano.

La presenza dei clitici e la necessità di mettere in evidenza alcune informazioni permettono però numerose dislocazioni e tematizzazioni.

Un elemento può essere spostato all’inizio oppure alla fine della frase e ripreso attraverso un pronome.

Queste strutture sono naturali nel parlato e contribuiscono a organizzare le informazioni in base a ciò che è già noto e a ciò che viene presentato come nuovo.

Per questo motivo l’ordine delle parole non può essere ricavato sostituendo semplicemente ogni termine italiano con il corrispondente piemontese.

Costruzioni esistenziali e partitive

Il piemontese utilizza particelle clitiche anche nelle costruzioni corrispondenti all’italiano “c’è” e “ci sono”.

Un esempio è:

A j’è robe che venta nen fé

Il significato è “Ci sono cose che non bisogna fare”.

In alcune varianti può comparire anche un elemento corrispondente alla preposizione “di”:

A j’è di robe che venta nen fé

La costruzione mostra l’impiego contemporaneo di particelle esistenziali, elementi partitivi e negazione postverbale.

Il piemontese possiede inoltre pronomi oggetto collocati prima del verbo, clitici locativi e particelle con valore partitivo o genitivo.

Queste strutture rendono la sintassi più complessa di quanto possa apparire attraverso una traduzione letterale.

Da dove proviene il lessico piemontese

La parte fondamentale del lessico piemontese deriva dal latino parlato.

Le parole latine si sono però trasformate attraverso le evoluzioni fonetiche locali. Per questo possono essere molto diverse dalle corrispondenti forme italiane.

Il vocabolario comprende inoltre:

– prestiti provenienti dalle lingue galloromanze
– germanismi antichi
– italianismi moderni
– parole condivise con lombardo, ligure e altre varietà confinanti
– termini sviluppati all’interno delle singole parlate locali

Per comprendere correttamente l’origine di una parola è necessario distinguere tra eredità, prestito e somiglianza genealogica.

Parole ereditate, prestiti e cognati

Una parola ereditata discende direttamente dal latino parlato localmente.

Un prestito entra invece nel piemontese dopo essere stato preso da una lingua già distinta, come il francese oppure l’italiano.

I cognati sono parole simili perché derivano dalla stessa base antica, ma si sono sviluppate separatamente in lingue differenti.

La somiglianza tra il piemontese feu e il francese feu, entrambi con il significato di “fuoco”, non basta quindi a dimostrare un prestito diretto.

Le due forme possono essere state favorite da evoluzioni parallele all’interno dello spazio romanzo occidentale.

Per ricostruire l’origine di una parola servono confronti storici, documenti antichi e regolarità fonetiche. Una semplice somiglianza visiva non è sufficiente.

Il piemontese non è un misto di italiano e francese

La posizione del Piemonte ha favorito per secoli il contatto tra lingue differenti.

Nella regione hanno convissuto latino, volgari gallo-italici, occitano, francoprovenzale, francese, varietà lombarde, parlate liguri e comunità di lingua germanica.

Il piemontese si è quindi sviluppato all’interno di un territorio plurilingue.

Questo non significa però che sia nato mescolando italiano e francese.

La sua struttura di base è il risultato autonomo dell’evoluzione locale del latino. I contatti successivi hanno arricchito il lessico e influenzato alcuni usi, senza sostituire l’impianto grammaticale originario.

L’origine latina del piemontese

Il latino rappresenta l’antenato genealogico del piemontese.

Da esso derivano il sistema dei generi, le coniugazioni verbali, i pronomi, gli articoli e la parte fondamentale del vocabolario.

Gli articoli romanzi, per esempio, si formarono a partire da antichi dimostrativi latini.

Anche i clitici, le strutture verbali e gran parte della morfologia affondano le proprie radici nel latino parlato.

La caduta delle vocali finali, l’arrotondamento di alcune vocali e la ristrutturazione dei tempi verbali sono invece innovazioni sviluppate successivamente.

Il latino non può quindi essere collocato sullo stesso piano del francese. Il primo è la lingua dalla quale il piemontese deriva, mentre il secondo è una lingua sorella che ha esercitato un’influenza storica.

Quanto francese c’è nel piemontese

I rapporti con il francese furono favoriti dalla storia politica, amministrativa e culturale del Piemonte.

Per lunghi periodi il francese occupò una posizione prestigiosa negli ambienti sabaudi. Il piemontese rimase invece soprattutto la lingua della comunicazione orale e della produzione letteraria locale.

L’influenza francese è particolarmente evidente nel lessico. Sono presenti però anche effetti sulla fraseologia, sulla morfologia e su alcuni usi pragmatici.

Tra i prestiti documentati compaiono parole legate a mestieri, strumenti, abbigliamento, artigianato e vita materiale.

Alcune parole piemontesi di origine francese
PiemonteseSignificatoModello francese
boetaScatoletta o vasettoboîte
brichètFiammifero o accendinobriquet
arsortMollaressort
garsonGarzone o aiutantegarçon
gravuraIncisione o stampagravure
boclaFibbiaboucle
foètFrustafouet
arponArpioneharpon

Una ricerca condotta su circa ottomila parole comprese nella prima metà di un dizionario storico ha stimato i francesismi in una quota non superiore al 3%.

L’influenza è quindi significativa in alcuni settori, ma molto inferiore a quella suggerita dalle parole più riconoscibili.

Il piemontese non può essere considerato un derivato del francese.

Gli pseudofrancesismi

Il prestigio del francese ha favorito anche la nascita di parole costruite o reinterpretate in Piemonte secondo modelli percepiti come francesi.

Questi termini vengono definiti pseudofrancesismi.

Un caso noto è dehors, utilizzato per indicare lo spazio esterno attrezzato di un bar o di un ristorante.

La parola ha assunto in Piemonte un significato commerciale specializzato e avrebbe successivamente contribuito alla diffusione dello stesso uso nell’italiano.

Il rapporto tra piemontese e occitano

L’occitano è storicamente parlato nelle valli alpine occidentali del Piemonte.

Nelle aree di contatto si sono sviluppati repertori plurilingui e varietà di transizione. Un parlante poteva quindi utilizzare idiomi differenti secondo l’interlocutore e la situazione.

Le influenze riguardano il lessico, la fonetica e alcune costruzioni grammaticali locali.

Non è però sempre possibile stabilire in quale direzione sia avvenuto il passaggio di una parola o di una struttura.

La forma aiga, “acqua”, diffusa nelle valli occitaniche, può funzionare come indicatore dell’area linguistica. Non deve però essere considerata automaticamente una parola della koinè piemontese.

Occitano e piemontese condividono inoltre alcuni fenomeni romanzi occidentali, come la riduzione delle vocali finali e determinati sviluppi consonantici.

Queste somiglianze possono derivare dal contatto, ma anche da evoluzioni parallele o dalla continuità geografica.

Il rapporto tra piemontese e lombardo

Nel Piemonte orientale le parlate locali si avvicinano spesso al lombardo occidentale.

Il contatto è particolarmente evidente nelle aree del Vercellese, del Novarese e in parte dell’Alessandrino.

Storicamente queste zone hanno ricevuto innovazioni provenienti sia dall’area milanese sia dalla koinè torinese.

Alcune caratteristiche si sono quindi diffuse da est verso ovest, mentre altre hanno seguito il percorso opposto.

Tra i fenomeni condivisi figurano:

– l’impiego dei clitici soggetto
– la perdita di numerose vocali finali
– la presenza di negazioni postverbali
– alcune strutture morfologiche e sintattiche

Il piemontese centrale utilizza normalmente nen. Diverse varietà lombarde ricorrono invece a forme come minga, mia oppure miga.

Nelle aree intermedie possono comparire soluzioni di transizione. Queste forme rappresentano isoglosse di contatto e non dimostrano necessariamente un prestito recente in una sola direzione.

Le parole di origine germanica

Il piemontese contiene anche parole appartenenti a un antico strato germanico.

Molti di questi termini entrarono però nel latino tardo o nei volgari medievali e sono condivisi da numerose lingue romanze.

Le famiglie di parole collegate a “guerra”, “bianco” e “guardare” derivano da contatti avvenuti con popolazioni germaniche durante l’antichità e l’alto Medioevo.

Forme piemontesi come guèra, bianch e quelle legate a vardé appartengono a questo livello storico.

Non testimoniano quindi un contatto moderno e diretto tra piemontese e tedesco.

Un rapporto diretto con parlate germaniche esiste invece in alcune comunità walser delle valli settentrionali. Si tratta però di fenomeni locali, che non caratterizzano uniformemente tutta la lingua piemontese.

L’influenza contemporanea dell’italiano

Oggi la pressione principale sul piemontese proviene dall’italiano.

Il contatto continuo produce cambiamenti nella pronuncia, nel vocabolario e nella costruzione delle frasi.

Tra i fenomeni più frequenti compaiono:

– sostituzione di parole tradizionali con italianismi
– pronuncia modellata sull’italiano
– calchi sintattici
– alternanza tra italiano e piemontese nella stessa conversazione
– grafie spontanee costruite sulle regole italiane
– riduzione delle differenze tra le varietà locali

Molti parlanti scrivono il piemontese seguendo la pronuncia personale e le convenzioni ortografiche italiane.

Di conseguenza, anche persone che possiedono una buona competenza orale possono non utilizzare la grafia piemontese moderna.

Questo fenomeno aumenta la variabilità della scrittura e rende più difficile la creazione di dizionari digitali, motori di ricerca e strumenti automatici.

Lingua piemontese e dialetto piemontese

Dal punto di vista strutturale, la definizione lingua piemontese è pienamente adeguata.

Il piemontese possiede infatti:

– una grammatica completa
– un lessico autonomo
– una tradizione scritta antica
– una produzione letteraria
– numerose varietà territoriali
– strumenti grammaticali e lessicografici

La definizione “dialetto piemontese” rimane comunque legittima nella tradizione linguistica italiana.

In questo caso il termine “dialetto” indica un sistema romanzo primario sviluppato direttamente dal latino, non una forma derivata dall’italiano.

Il piano linguistico deve inoltre essere distinto da quello giuridico.

Definire il piemontese una lingua non significa automaticamente considerarlo una minoranza linguistica riconosciuta dallo Stato.

Il piemontese non è infatti compreso tra le lingue tutelate dalla legge nazionale 482 del 1999.

Una lingua può quindi essere autonoma dal punto di vista grammaticale e storico senza ricevere uno specifico riconoscimento giuridico nazionale.

Le principali caratteristiche del piemontese rispetto all’italiano

CaratteristicaPiemonteseItaliano standard
OrigineEvoluzione autonoma del latino nord-occidentaleBasato storicamente sul toscano
Vocali /y/, /ø/ e /ə/Presenti nella koinèAssenti come fonemi nativi
Vocali finaliSpesso cadonoGeneralmente conservate
Consonanti doppieRidotteDistinzione frequente
Plurale maschileSpesso espresso dall’articoloSpesso espresso dalla terminazione
Clitici soggettoMolto frequentiNon obbligatori
NegazioneNormalmente postverbale con nenPreverbale con non
Parole finali in consonanteFrequentiMeno frequenti
Influenza moderna dominanteItalianoLingue internazionali e linguaggi specialistici

La tabella indica tendenze generali. Le varietà piemontesi non presentano tutte le stesse forme e la koinè torinese non rappresenta ogni parlata locale.

Perché una traduzione letterale dall’italiano non basta

Tradurre una frase sostituendo ogni parola italiana con una parola piemontese non produce necessariamente un risultato naturale.

Il piemontese possiede infatti un proprio ordine dei clitici, un sistema specifico della negazione e modalità diverse per indicare soggetto, numero e informazione principale.

Una traduzione troppo letterale può inoltre introdurre costruzioni sintattiche italiane estranee alla lingua tradizionale.

Lo stesso problema riguarda la pronuncia. Leggere una parola piemontese applicando automaticamente i suoni italiani può modificare vocali e consonanti.

Per scrivere e parlare in modo naturale è quindi necessario conoscere non soltanto il vocabolario, ma anche la grammatica e la struttura della frase.

FAQ – Cosa sapere sulle caratteristiche del piemontese

A quale gruppo linguistico appartiene il piemontese?

Il piemontese viene tradizionalmente inserito tra i dialetti gallo-italici, insieme a lombardo, ligure ed emiliano-romagnolo. Alcune classificazioni internazionali lo collocano anche nell’area romanza occidentale.

Il piemontese deriva dall’italiano?

No. Piemontese e italiano derivano entrambi dal latino, ma si sono sviluppati attraverso percorsi differenti. L’italiano standard si basa storicamente sul toscano.

Quali sono i suoni più caratteristici del piemontese?

Tra i più riconoscibili figurano la u pronunciata /y/, il gruppo eu pronunciato /ø/ e la lettera ë, che rappresenta normalmente lo schwa /ə/.

Come si forma il plurale in piemontese?

Molti nomi maschili restano invariati e il numero viene indicato soprattutto dall’articolo. Per esempio, ël gat significa “il gatto”, mentre ij gat significa “i gatti”.

Perché la negazione piemontese viene dopo il verbo?

La particella nen deriva da un processo storico durante il quale il rafforzativo postverbale acquistò progressivamente la funzione principale della negazione. Per esempio, I parlo nen significa “Non parlo”.

Continua a leggere le notizie di Mole24, segui la nostra pagina Facebook e iscriviti al nostro canale WhatsApp
Alessandro Maldera Avatar

Alessandro Maldera

Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende