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Negozi in calo a Torino e in Piemonte: uno su dieci è scomparso in cinque anni

Alessandro Maldera Avatar

Da Alessandro Maldera

Agosto 05, 2026

Il commercio di prossimità continua a perdere terreno in Piemonte. Tra il 2018 e il 2023, il numero delle attività al dettaglio è diminuito del 10,2%, con la scomparsa di circa un negozio ogni dieci.

I dati regionali, rilanciati da Ascom Torino e provincia, descrivono una trasformazione che riguarda anche il capoluogo. Meno serrande aperte significano infatti meno servizi nei quartieri, meno occasioni di lavoro e una rete commerciale sempre più concentrata.

Un negozio su dieci è scomparso in Piemonte

Nel periodo compreso tra il 2018 e il 2023, le unità locali del commercio al dettaglio piemontese hanno registrato una flessione del 10,2%.

L’andamento è simile a quello osservato in Veneto ed Emilia-Romagna. Inoltre, la tendenza sembra proseguire anche negli anni successivi, seguendo un fenomeno che interessa l’intero Paese.

A livello nazionale, infatti, tra il 2018 e il 2025 il numero dei punti vendita è diminuito del 14,4%.

Il commercio italiano sta quindi diventando meno diffuso sul territorio, anche se continua a produrre un fatturato complessivo elevato.

I numeri principali

– Calo dei negozi in Piemonte: 10,2% tra il 2018 e il 2023
– Densità commerciale: da 10,7 a 9,8 attività ogni mille abitanti
– Riduzione della densità: 8,4%
– Calo degli occupati piemontesi nel commercio: 5,2%
– Flessione nazionale dei punti vendita: 14,4% tra il 2018 e il 2025
– Fatturato nazionale del commercio al dettaglio: 410,7 miliardi di euro

I dati non riguardano soltanto Torino

Il rapporto non indica quante attività abbiano chiuso esclusivamente nella città di Torino.

La percentuale del 10,2% riguarda l’intero Piemonte. Tuttavia, il tema coinvolge direttamente anche il capoluogo e la sua area metropolitana, come evidenziato da Ascom Torino e provincia.

Gli effetti possono essere particolarmente visibili nei quartieri periferici e nelle zone con una presenza commerciale già ridotta.

In queste aree, la chiusura di un singolo negozio può privare i residenti di un servizio importante. Il problema diventa ancora più evidente per le persone anziane, per chi ha difficoltà negli spostamenti e per chi non utilizza abitualmente gli acquisti online.

Diminuisce la densità commerciale

La contrazione non riguarda soltanto il numero complessivo delle attività.

In cinque anni, la densità commerciale piemontese è passata da 10,7 a 9,8 negozi ogni mille abitanti. La riduzione è pari all’8,4%.

Il dato indica che la presenza dei negozi diminuisce anche rispetto al numero dei residenti.

Di conseguenza, aumentano le distanze da percorrere per raggiungere alcune attività e si riduce la varietà dei servizi disponibili nei quartieri e nei piccoli comuni.

La rete commerciale appare quindi più debole e meno capillare rispetto al passato.

Meno negozi significa meno servizi nei quartieri

La chiusura di un’attività non lascia soltanto un locale vuoto.

I negozi di prossimità svolgono spesso una funzione sociale. Sono punti di riferimento quotidiani, favoriscono le relazioni tra le persone e contribuiscono a mantenere vive le strade.

Una via con vetrine accese e attività aperte genera movimento durante la giornata. Al contrario, una successione di serrande abbassate può rendere un’area meno frequentata e aumentare la percezione di abbandono.

Per questo motivo, la riduzione dei negozi può avere conseguenze che vanno oltre l’economia.

Il commercio locale rappresenta anche un presidio del territorio, soprattutto nelle zone dove mancano altri servizi.

L’occupazione nel commercio cala del 5,2%

In Piemonte diminuisce anche il numero degli addetti impiegati nel settore.

Nel periodo considerato, l’occupazione commerciale è scesa del 5,2%. Si tratta di una contrazione più marcata rispetto alla media del Nord-Ovest, dove il calo si ferma all’1,3%.

Il confronto con il Mezzogiorno mostra una situazione ancora più distante. Nelle regioni meridionali, infatti, gli occupati nel commercio sono aumentati del 3,4%.

La perdita di attività in Piemonte si traduce quindi anche in minori opportunità lavorative.

A essere colpiti non sono soltanto i titolari dei negozi, ma anche commessi, magazzinieri, addetti alle vendite e altre figure collegate alla distribuzione.

Il settore resta importante per il lavoro giovanile

Nonostante il ridimensionamento, il commercio continua a rappresentare uno dei principali accessi al mondo del lavoro per i giovani.

Secondo i dati richiamati nel rapporto, il 22,5% degli occupati tra i 15 e i 29 anni lavora nel commercio.

La percentuale sale al 40% considerando anche ristorazione e ospitalità.

Per molti ragazzi questi settori rappresentano il primo impiego e permettono di acquisire competenze legate al rapporto con il pubblico, alla vendita, all’organizzazione e alla gestione delle attività.

La chiusura dei negozi può quindi ridurre anche le possibilità di ingresso nel mercato del lavoro, soprattutto nelle aree con meno imprese.

Il peso crescente dell’e-commerce

Tra i fattori che stanno modificando il commercio c’è la crescita degli acquisti online.

Le grandi piattaforme digitali possono offrire un numero elevato di prodotti, consegne rapide e prezzi competitivi. I negozi tradizionali devono invece affrontare affitti, utenze, personale e altri costi legati alla presenza fisica sul territorio.

Secondo Ascom, serve un maggiore equilibrio tra commercio online e attività tradizionali, anche dal punto di vista fiscale.

L’e-commerce, però, non è l’unica causa delle chiusure.

Sul settore incidono anche l’aumento dei costi, la diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie, il cambiamento delle abitudini e la crescente concentrazione del mercato.

Un timido ritorno agli acquisti sotto casa

Accanto ai dati negativi emerge anche un piccolo segnale di cambiamento.

Nell’ultimo anno, una parte dei consumatori avrebbe ricominciato a frequentare più spesso i negozi di vicinato.

Si tratta soprattutto di persone che preferiscono comprare quantità minori, ma con maggiore frequenza. Questa abitudine permette di controllare meglio le spese, ridurre gli sprechi e mantenere un rapporto diretto con il commerciante.

La tendenza è ancora troppo debole per invertire il calo generale.

Tuttavia, può indicare una rinnovata attenzione verso la qualità del servizio, la comodità e il valore sociale degli acquisti effettuati nel proprio quartiere.

Meno punti vendita, ma fatturato nazionale in crescita

Il quadro italiano presenta un’apparente contraddizione.

Tra il 2018 e il 2025, il numero dei punti vendita è diminuito del 14,4%. Nello stesso periodo, però, il fatturato complessivo del commercio al dettaglio è aumentato del 25,7%, raggiungendo i 410,7 miliardi di euro.

Anche il fatturato medio per addetto è cresciuto.

Il settore produce quindi più ricavi attraverso un numero inferiore di attività.

Questo significa che il commercio non sta semplicemente scomparendo. Sta cambiando struttura, diventando più concentrato e organizzato attorno a imprese di dimensioni maggiori.

Aumenta il peso delle società più strutturate

La trasformazione favorisce soprattutto le aziende con maggiori capacità di investimento.

Negli ultimi anni è cresciuto il peso delle società di capitali, mentre molte piccole attività indipendenti hanno incontrato difficoltà nel sostenere costi e concorrenza.

Le imprese più grandi possono contare su più punti vendita, una gestione centralizzata, maggiori risorse pubblicitarie e servizi digitali integrati.

I piccoli commercianti, invece, devono spesso gestire direttamente ogni aspetto dell’attività, dall’acquisto delle merci alla vendita, fino alla promozione online.

Il rischio è quello di una rete commerciale meno varia, nella quale aumenta il peso di poche formule distributive.

Discount ed e-commerce guadagnano quote di mercato

Tra le attività in crescita emergono i discount alimentari.

Tra il 2018 e il 2025 il loro numero è aumentato, mentre il fatturato è più che raddoppiato.

Il successo di questo modello è legato anche alla ricerca di prezzi più contenuti da parte delle famiglie, soprattutto durante i periodi di inflazione e incertezza economica.

Parallelamente, aumenta il peso delle vendite online.

Al contrario, incontrano maggiori difficoltà diversi negozi specializzati, le attività più piccole e parte del commercio ambulante.

Il risultato è un mercato nel quale i consumi rimangono elevati, ma si spostano verso un numero più limitato di operatori.

Le richieste per sostenere il commercio di prossimità

Ascom Torino chiede interventi capaci di rallentare la desertificazione commerciale.

Tra le priorità figurano una maggiore equità fiscale, procedure burocratiche più semplici e strumenti che aiutino i negozi a innovare.

Tuttavia, il sostegno economico da solo potrebbe non bastare.

La sopravvivenza delle attività dipende anche dalla qualità dello spazio urbano, dalla facilità con cui si raggiungono le vie commerciali, dalla sicurezza e dalla presenza di parcheggi o trasporti pubblici adeguati.

Servono inoltre politiche capaci di riportare persone nelle strade, attraverso eventi, servizi e interventi di riqualificazione.

La sfida per Torino e i suoi quartieri

I dati non consentono di stabilire con precisione quanti negozi abbia perso la sola città di Torino negli ultimi cinque anni.

Il quadro regionale mostra però una direzione evidente: meno attività, meno occupati e una presenza commerciale sempre più ridotta.

Per Torino, la questione riguarda soprattutto l’equilibrio tra centro e periferie.

Le zone centrali e turistiche possono mantenere una maggiore attrattività. Nei quartieri più esterni, invece, la chiusura dei negozi rischia di ridurre ulteriormente i servizi disponibili.

La sfida sarà accompagnare la trasformazione del commercio senza lasciare intere aree prive di attività di prossimità.

Un commercio più forte ma meno diffuso

Il settore commerciale italiano continua a generare ricavi, ma lo fa attraverso un numero inferiore di punti vendita.

Questo modello può produrre imprese più solide e organizzate. Allo stesso tempo, però, rischia di indebolire la presenza dei negozi nei territori.

Il problema non è soltanto capire quanti esercizi rimarranno aperti.

Occorre valutare dove saranno collocati, quali servizi offriranno e se continueranno a rappresentare una risorsa accessibile per residenti e quartieri.

La chiusura di un negozio non riguarda quindi soltanto chi gestisce l’attività. Cambia il volto di una strada e, nel tempo, anche quello della città.

FAQ – Delucidazioni sulla crisi degli ultimi anni

Quanti negozi hanno chiuso ultimi cinque anni?

In cinque anni è scomparso circa un negozio ogni dieci. La densità commerciale è scesa da 10,7 a 9,8 attività ogni mille abitanti.

È diminuita anche l’occupazione?

Sì. In Piemonte gli addetti del commercio sono diminuiti del 5,2%, contro una flessione media dell’1,3% nel Nord-Ovest.

Perché la chiusura dei negozi è un problema per i quartieri?

Le attività di prossimità offrono servizi, generano passaggio e rappresentano punti di riferimento sociali. La loro scomparsa può ridurre la vitalità e la sicurezza percepita delle strade.

Il commercio italiano sta perdendo fatturato?

No. Tra il 2018 e il 2025 il fatturato complessivo è cresciuto del 25,7%, nonostante il numero dei punti vendita sia diminuito del 14,4%.

Quali attività stanno crescendo?

I discount alimentari e le forme di commercio collegate all’e-commerce hanno registrato una crescita, mentre molti piccoli negozi, attività specializzate e ambulanti hanno perso terreno.

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Alessandro Maldera

Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende