Come si è formata la lingua piemontese, dai testi medievali alla realtà contemporanea

Da Alessandro Maldera
Agosto 04, 2026

La storia della lingua piemontese non coincide con quella di un semplice dialetto locale nato dall’italiano. Il piemontese deriva infatti dall’evoluzione del latino parlato nell’Italia nord-occidentale e possiede una propria grammatica, una tradizione letteraria e numerose varietà territoriali.
Nel corso dei secoli si è sviluppato a contatto con francese, occitano, francoprovenzale, lombardo e altre parlate dell’arco alpino. Inoltre, dalla fine del Medioevo, ha prodotto testi religiosi, documenti, opere teatrali, grammatiche e grandi dizionari.
Oggi il piemontese continua a essere studiato, scritto e utilizzato nella cultura. Tuttavia, la diminuzione della trasmissione familiare ne mette seriamente in discussione la continuità tra le generazioni.
Focus sulla lingua piemontese
– Appartiene tradizionalmente al gruppo dei dialetti gallo-italici
– Possiede numerose varietà locali e una koinè letteraria basata soprattutto sul torinese
– Ha una tradizione scritta documentata almeno dal Medioevo
– Non è compresa tra le minoranze linguistiche riconosciute dalla legge statale 482/1999
– Il principale rischio attuale è la riduzione della trasmissione familiare
Che cos’è la lingua piemontese
Il piemontese è un sistema linguistico romanzo diffuso storicamente in gran parte del Piemonte. Non presenta però una forma identica in tutto il territorio.
Accanto alla varietà torinese, diventata progressivamente il principale modello letterario e grafico, esistono il canavesano, il biellese, il monferrino, il langarolo, l’alessandrino e diverse parlate orientali vicine al lombardo.
Anche le aree alpine presentano situazioni particolari. Qui il piemontese entra in contatto con occitano, francoprovenzale e, in alcune valli settentrionali, con varietà germaniche walser.
Per questo motivo è più corretto parlare di un insieme di varietà collegate tra loro. La loro continuità è evidente, ma non elimina le differenze nella pronuncia, nel lessico e nella grammatica.
Il piemontese possiede una propria storia, regole grammaticali, lessico e tradizione letteraria. Per questo viene riconosciuto come lingua regionale appartenente al gruppo galloitalico. Scopri perché il piemontese è considerato una lingua
Il piemontese è una lingua o un dialetto?
La risposta dipende dal significato attribuito alla parola “dialetto”.
Nella tradizione dialettologica italiana il piemontese rientra nei dialetti gallo-italici, insieme a lombardo, ligure ed emiliano-romagnolo. In questo contesto, però, “dialetto” non indica un italiano scorretto o semplificato.
Il piemontese, come il toscano, si è formato direttamente dal latino. L’italiano standard deriva successivamente dalla diffusione nazionale del toscano letterario, mentre il piemontese ha continuato a svilupparsi come sistema autonomo.
Nella linguistica internazionale viene quindi definito spesso “lingua piemontese”, “lingua romanza occidentale” oppure “varietà italo-romanza nord-occidentale”.
Le diverse definizioni non si escludono necessariamente. Una classificazione può basarsi sulla genealogia linguistica, un’altra sui tratti grammaticali e un’altra ancora sul riconoscimento politico e istituzionale.
Lingua e riconoscimento giuridico non sono la stessa cosa
Storia della lingua piemontese: dal latino ai volgari medievali
Come tutte le lingue romanze, il piemontese nacque attraverso una trasformazione lenta. Non esiste quindi una data precisa nella quale il latino smise improvvisamente di essere parlato e comparve la nuova lingua.
Tra la tarda antichità e l’alto Medioevo, il latino utilizzato dalla popolazione dell’Italia nord-occidentale iniziò a cambiare. Si modificarono i suoni, le terminazioni delle parole, i pronomi e la costruzione delle frasi.
Per molto tempo, tuttavia, la scrittura formale continuò a essere affidata al latino. In seguito furono utilizzati anche il francese e il toscano-italiano, soprattutto negli ambienti amministrativi e culturali.
La scarsità di documenti in piemontese antico non significa quindi che la lingua non fosse parlata. Indica, piuttosto, che il volgare era impiegato soprattutto nella comunicazione quotidiana e raramente nei documenti ufficiali.
Dai primi documenti medievali alla formazione di una tradizione scritta, scopri come nacque la lingua piemontese e quali sono i suoi testi più antichi
I Sermoni Subalpini
I Sermoni Subalpini sono normalmente considerati la testimonianza più antica collegata all’area linguistica piemontese. Si tratta di ventidue prediche religiose anonime, conservate in un manoscritto della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino.
La loro datazione non è però certa. Secondo le diverse ricostruzioni, potrebbero essere stati composti tra la fine del XII e il XIII secolo.
Anche il luogo d’origine rimane discusso. Alcuni studiosi hanno proposto il Piemonte occidentale o l’alta Val di Susa, ma non esiste una localizzazione definitiva.
La lingua dei sermoni contiene elementi riconducibili al piemontese antico, all’occitano, al francese e al latino medievale. Per questo sarebbe eccessivo presentarli senza precisazioni come il primo testo scritto interamente in piemontese.
Il loro valore consiste proprio nel documentare un territorio di frontiera. Nel Medioevo, infatti, i confini tra le diverse parlate romanze alpine erano meno definiti rispetto a quelli ricostruiti successivamente dagli studiosi.
Il documento di Chieri del 1321
Il primo testo piemontese datato con sicurezza risale al 1321. È il giuramento accompagnato dagli ordinamenti della Compagnia di San Giorgio di Chieri.
Il documento regolava forme di assistenza e mutuo soccorso tra gli affiliati. Inoltre, mostra in maniera più chiara la presenza di una varietà locale piemontese utilizzata in un testo organizzato.
Nel corso del Quattrocento le testimonianze diventano più numerose. Nel 1410 fu composto un testo sulla resa di Pancalieri, conservato negli Ordinati della città di Torino.
Nel 1446 comparve invece la cosiddetta Sentenza di Rivalta, una fonte importante per osservare il lessico, i pronomi clitici e le prime trasformazioni del sistema della negazione.
Le grafie di questi documenti sono molto variabili. Non esisteva infatti una norma condivisa e gli scriventi potevano adottare soluzioni derivate dal latino, dal francese, dall’occitano o dalle abitudini locali.
Dalla letteratura alla koinè torinese
Una tappa decisiva arrivò nel 1521, quando Giovan Giorgio Alione pubblicò l’Opera Jocunda. Lo scrittore, originario di Asti, utilizzò soprattutto tratti astigiani e monferrini, insieme a elementi sovralocali e francesi.
L’opera rappresenta il primo grande libro letterario a stampa legato alla tradizione piemontese. Dimostra inoltre che, già nel Cinquecento, il volgare locale poteva essere utilizzato per una produzione culturale complessa.
Tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento Giovanni Battista Tana compose Ël Cont Piolet. La commedia, stampata per la prima volta nel 1784, si avvicina maggiormente alla parlata torinese moderna.
Il teatro ebbe un ruolo importante nella formazione di una lingua urbana riconoscibile. Attraverso i dialoghi e la rappresentazione della vita quotidiana, contribuì infatti a consolidare forme comprensibili oltre i singoli territori.
Le prime grammatiche e i grandi dizionari
Nel 1783 Maurizio Pipino pubblicò la Gramatica piemontese. Fu il primo tentativo organico di descrivere la lingua, prendendo come riferimento soprattutto la varietà torinese utilizzata negli ambienti della corte sabauda.
Nel 1815 Casimiro Zalli pubblicò la prima edizione del suo dizionario piemontese, italiano, latino e francese. L’opera fu successivamente ampliata e ristampata nel 1830.
Nel 1859 Vittorio di Sant’Albino diede alle stampe il Gran dizionario piemontese-italiano. Il volume rimane una fonte fondamentale per conoscere parole, modi di dire, significati e usi letterari dell’Ottocento.
Nello stesso secolo si sviluppò anche una produzione teatrale e narrativa rivolta a un pubblico urbano. Tra le opere più conosciute figura Le miserie ’d Monsù Travèt di Vittorio Bersezio, rappresentata per la prima volta nel 1863.
In questa fase il torinese acquistò progressivamente il ruolo di koinè, cioè di varietà comune utilizzata nella letteratura, nel teatro e nella produzione editoriale. Tuttavia, le altre parlate piemontesi continuarono a conservare caratteristiche proprie.
La grafia piemontese moderna
Tra il 1927 e gli anni Trenta, Pinin Pacòt e l’ambiente editoriale torinese contribuirono a definire la grafia normalmente chiamata Pacòt-Viglongo.
Questo sistema riprendeva la tradizione precedente, cercando allo stesso tempo di rendere più regolare la corrispondenza tra suoni e segni scritti.
Oggi la grafia Pacòt-Viglongo è utilizzata da una parte importante dell’editoria piemontese. Non esiste però un’autorità normativa unica paragonabile a un’accademia linguistica statale.
Inoltre, la grafia si adatta bene soprattutto alla koinè torinese. Quando viene applicata alle varietà periferiche può diventare più astratta oppure richiedere segni e soluzioni differenti.
Come si classifica il piemontese
Nel modello tradizionale della linguistica italiana, il piemontese appartiene al gruppo gallo-italico. Condivide infatti diversi fenomeni con lombardo, ligure ed emiliano-romagnolo.
I confini linguistici, tuttavia, non coincidono con quelli amministrativi. Le caratteristiche cambiano gradualmente e formano fasci di isoglosse, cioè linee che indicano la diffusione di determinati tratti.
Alcuni modelli internazionali avvicinano in modo particolare piemontese e lombardo. Altri collocano il piemontese nell’area romanza occidentale o in un gruppo italo-romanzo nord-occidentale.
Queste classificazioni evidenziano aspetti differenti. Nessuna, da sola, può rappresentare tutta la complessità delle parlate presenti tra la pianura padana e l’arco alpino.
Le vocali ë, u ed eu
La koinè piemontese possiede un sistema vocalico più ampio rispetto all’italiano standard.
Tra i suoni più riconoscibili compare la vocale ë, che rappresenta generalmente lo schwa /ə/. Non è soltanto una “e muta”, perché può distinguere parole e svolgere precise funzioni grammaticali.
La lettera u può invece indicare la vocale anteriore arrotondata /y/, simile al suono presente nella parola francese lune. Un esempio piemontese è mur, “muro”.
Il gruppo eu indica normalmente il suono /ø/, presente per esempio in feu, “fuoco”.
La pronuncia può comunque cambiare da una zona all’altra. Gli esempi normativi si riferiscono soprattutto alla varietà torinese e non devono essere estesi automaticamente a ogni parlata del Piemonte.
La caduta delle vocali finali
Un tratto molto evidente è la perdita di numerose vocali finali non accentate.
Mentre l’italiano conserva spesso parole terminanti in vocale, il piemontese presenta molte forme tronche o concluse da consonante. Questo fenomeno si sviluppò gradualmente dal latino settentrionale.
La caduta delle vocali finali avvicina il piemontese alle altre lingue gallo-italiche e a diverse varietà galloromanze. Tuttavia, non è corretto considerarla una semplice imitazione del francese.
Si tratta soprattutto di uno sviluppo interno, condiviso in parte con altri territori dell’Italia settentrionale e dell’Europa romanza occidentale.
Il plurale e gli articoli
In italiano il numero di un nome viene spesso indicato cambiando la vocale finale. In piemontese, invece, molti nomi maschili possono restare invariati.
Nella koinè, per esempio, si può distinguere tra ël gat, “il gatto”, e ij gat, “i gatti”. Il plurale viene quindi espresso soprattutto dall’articolo.
Nei nomi femminili è più frequente un cambiamento formale, come nella contrapposizione tra la gata e le gate.
Gli articoli svolgono dunque una funzione particolarmente importante. Anche per questo una traduzione costruita parola per parola sull’italiano può risultare poco naturale.
I pronomi clitici soggetto
Il piemontese utilizza frequentemente piccoli pronomi che accompagnano il verbo. Forme come i parlo, “io parlo”, e it parle, “tu parli”, mostrano la presenza dei cosiddetti clitici soggetto.
La loro distribuzione cambia in base alla persona, al numero e alla varietà territoriale. Il sistema non coincide quindi né con quello italiano né con quello francese.
Inoltre, un soggetto espresso con un nome o un pronome pieno può convivere con il clitico. Questa caratteristica è condivisa, con soluzioni differenti, anche da numerose varietà lombarde.
La negazione con nen
Un altro tratto caratteristico è la negazione collocata dopo il verbo:
I parlo nen, cioè “non parlo”.
Nei documenti medievali erano ancora frequenti forme negative precedenti al verbo, come non, no o ne. In seguito la particella postverbale acquistò progressivamente maggiore importanza.
Il cambiamento può essere ricondotto al cosiddetto ciclo di Jespersen, attraverso il quale una lingua rafforza la negazione e può successivamente abbandonare il marcatore originario.
Il processo ricorda in parte quello del francese ne… pas. Tuttavia, la particella piemontese nen non deve essere descritta come una copia diretta del francese pas.
Le influenze sulla lingua piemontese
Il Piemonte è sempre stato un territorio di collegamento tra pianura padana, arco alpino e regioni francesi. Per questo il piemontese si è sviluppato all’interno di un ambiente fortemente plurilingue.
La sua struttura fondamentale deriva però dal latino. Non è quindi un miscuglio di italiano e francese, come viene talvolta affermato in maniera semplicistica.
Il latino come origine
Il latino costituisce la base genealogica della lingua. Da esso derivano il lessico fondamentale, il sistema verbale, il genere maschile e femminile, gli articoli e gran parte della struttura grammaticale.
La caduta delle vocali finali, la trasformazione dei suoni e la riorganizzazione dei tempi verbali sono sviluppi successivi del latino parlato localmente.
Per questo motivo il latino non può essere considerato un’influenza esterna paragonabile al francese. È l’antenato dal quale il piemontese si è formato.
Il rapporto con il francese
Il francese esercitò un’influenza importante soprattutto per ragioni politiche, culturali e dinastiche. Per lunghi periodi occupò una posizione prestigiosa negli ambienti della corte e delle élite sabaude.
Gli effetti più visibili riguardano il lessico. Parole piemontesi come boeta, “scatoletta”, brichèt, “fiammifero o accendino”, arsort, “molla”, e garson, “garzone”, sono state collegate a modelli francesi.
Altri esempi comprendono gravura, bocla, foèt e arpon. Molti di questi termini appartengono ai mestieri, all’artigianato, agli strumenti e alla vita materiale.
Il numero complessivo dei francesismi rimane però limitato rispetto all’intero patrimonio lessicale. Il loro peso culturale è importante, ma non trasforma il piemontese in una lingua derivata dal francese.
Inoltre, parole simili nelle due lingue possono essere cognati. Possono cioè derivare separatamente dalla stessa base latina, senza che una sia stata necessariamente copiata dall’altra.
Occitano e francoprovenzale
L’occitano è storicamente presente nelle valli alpine occidentali del Piemonte. Nelle zone di confine si sono quindi creati repertori plurilingui e varietà di transizione.
Le influenze possono riguardare parole, pronuncia e costruzioni grammaticali. Tuttavia, non è sempre possibile stabilire in quale direzione sia avvenuto il passaggio.
Piemontese e occitano condividono anche caratteristiche sviluppate parallelamente all’interno dello spazio romanzo occidentale. La somiglianza non dimostra quindi automaticamente l’esistenza di un prestito.
Un discorso simile riguarda il francoprovenzale, presente in alcune valli torinesi e valdostane. Anche in questo caso i confini reali sono formati da zone di contatto, non da separazioni nette.
Il contatto con il lombardo
Nelle aree orientali del Piemonte, soprattutto tra Vercellese, Novarese e parte dell’Alessandrino, le parlate locali si avvicinano alle varietà lombarde occidentali.
Storicamente, il prestigio di Milano e la successiva diffusione della koinè torinese produssero spinte differenti. Alcune caratteristiche arrivarono da est, mentre altre si diffusero da Torino verso i territori periferici.
Piemontese e lombardo condividono fenomeni come i clitici soggetto, la caduta delle vocali finali e le negazioni postverbali.
Le forme cambiano però da territorio a territorio. Il piemontese centrale utilizza soprattutto nen, mentre diverse varietà lombarde ricorrono a forme come minga, mia o miga.
Gli elementi germanici
Il piemontese conserva anche parole di origine germanica. La maggior parte appartiene però a uno strato antico, entrato nel latino tardo o nei volgari medievali.
Termini appartenenti alle famiglie di “guerra”, “bianco” e “guardare” si diffusero in molte lingue romanze attraverso il contatto con goti, longobardi, franchi e altre popolazioni germaniche.
Le forme piemontesi guèra, bianch e quelle collegate a vardé appartengono a questa storia. Non testimoniano una germanizzazione moderna della lingua.
Il contatto diretto con parlate germaniche riguarda soprattutto alcune comunità walser delle valli settentrionali. Si tratta però di fenomeni locali e non di una componente uniforme del piemontese.
Il piemontese oggi
Il piemontese vive attualmente in una situazione di bilinguismo asimmetrico. Quasi tutti i parlanti conoscono anche l’italiano, mentre una parte crescente della popolazione regionale non possiede più una competenza attiva in piemontese.
L’italiano domina nella scuola, nella pubblica amministrazione, nei mezzi di comunicazione nazionali e nella maggior parte degli ambienti professionali.
Il piemontese rimane presente soprattutto nelle famiglie, nelle reti locali, nel teatro, nella musica, nella letteratura, nelle associazioni culturali e negli spazi digitali.
La produzione culturale continua quindi a essere significativa. Tuttavia, la vitalità di una lingua non dipende soltanto dal numero di libri, spettacoli o iniziative organizzate.
Il dato decisivo è la capacità di essere trasmessa spontaneamente ai bambini. Ed è proprio questa trasmissione quotidiana a essersi indebolita maggiormente.
Quante persone parlano piemontese
Le stime disponibili sono molto diverse. Alcune parlano di poche decine di migliaia di persone, mentre altre arrivano a un milione o più.
La differenza dipende soprattutto dal criterio utilizzato. Un’indagine può contare soltanto chi parla piemontese ogni giorno, mentre un’altra può includere chi lo comprende, lo usa occasionalmente o conosce una varietà locale.
Una valutazione prudente colloca il numero dei parlanti attivi nell’ordine di alcune centinaia di migliaia, spesso intorno alle 700.000 persone.
Conteggi più ampi, che comprendono competenze passive o usi saltuari, possono invece superare il milione.
Per questo motivo non è corretto presentare una cifra assoluta e incontestabile. Prima di confrontare due stime bisogna verificare cosa venga realmente considerato come “parlante”.
L’uso del dialetto nelle famiglie piemontesi
Le rilevazioni ISTAT non distinguono specificamente il piemontese dalle altre lingue e parlate presenti nella regione. Utilizzano infatti la categoria generale di “dialetto”.
Nel 2024 il 5,3% degli abitanti del Piemonte dichiarava di utilizzare in famiglia soltanto o prevalentemente il dialetto. Un ulteriore 18,6% alternava italiano e dialetto.
Complessivamente, quindi, il 23,9% dichiarava un uso almeno parziale del dialetto nell’ambiente familiare.
Nel 2000 la quota complessiva era del 38,7%, mentre nel 2015 raggiungeva il 32,2%. Pur con le necessarie cautele metodologiche, il confronto mostra una diminuzione evidente.
Nel 2024 l’uso risultava inoltre legato soprattutto ai rapporti di prossimità. Il dialetto era impiegato almeno in parte dal 23,9% delle persone in famiglia, dal 18,1% con gli amici e soltanto dal 5% con gli estranei.
I dati comprendono anche lombardo, occitano, francoprovenzale, ligure e altre parlate presenti in Piemonte. Non possono quindi essere trasformati direttamente in un censimento dei parlanti piemontesi.
Il riconoscimento giuridico della lingua piemontese
Il piemontese non è compreso tra le dodici minoranze linguistiche storiche tutelate dalla legge statale 482 del 1999.
La legge riconosce albanese, catalano, lingue germaniche, greco, sloveno, croato, francese, francoprovenzale, friulano, ladino, occitano e sardo.
Di conseguenza, il piemontese non dispone delle medesime garanzie nazionali in materia di scuola, amministrazione pubblica, toponomastica e servizio radiotelevisivo.
La sentenza numero 170 del 2010 della Corte costituzionale ha inoltre stabilito che una regione non può aggiungere autonomamente una lingua all’elenco statale, attribuendole gli stessi effetti giuridici.
Il Piemonte può però intervenire sul piano culturale. La legge regionale 11 del 2018, modificata nel 2022, considera il piemontese una componente del patrimonio linguistico e dialettale regionale.
Sono quindi previsti sostegni per corsi, attività culturali, teatro, musica, editoria, radio, televisione, siti internet, ricerca e progetti dedicati alla trasmissione tra generazioni.
Nel 2026 è stata inoltre riaperta la procedura per la composizione della Consulta regionale dedicata alla valorizzazione del patrimonio linguistico e dialettale.
Il riconoscimento culturale regionale rimane però diverso dalla tutela nazionale prevista per le minoranze comprese nella legge 482.
Scuola, università e nuove tecnologie
Il piemontese non è una materia curricolare ordinaria nelle scuole italiane. Nel tempo sono stati organizzati corsi e progetti locali, spesso grazie alla collaborazione tra Regione, associazioni e volontari.
Uno dei programmi più conosciuti fu il progetto ARBUT, che prevedeva attività in alcune scuole aderenti. Dopo la riduzione dei finanziamenti regionali, però, la continuità delle iniziative divenne più frammentaria.
La normativa regionale consente ancora di sostenere attività facoltative ed extracurriculari. Non esiste tuttavia un insegnamento sistematico esteso a tutte le scuole piemontesi.
All’Università di Torino la lingua è studiata nei corsi di linguistica, letteratura e dialettologia. Inoltre, diversi progetti si occupano di variazione, contatto linguistico, documentazione e comunità piemontesi all’estero.
Negli ultimi anni si è sviluppato anche il settore digitale. Sono comparsi dizionari online, archivi, corpus orali, contenuti audiovisivi, pagine social e progetti dedicati al trattamento automatico della lingua.
Nel 2026 è stato pubblicato anche un piccolo insieme di frasi parallele in italiano e piemontese, pensato per valutare modelli linguistici e difficoltà ortografiche.
Il campione era ancora molto ridotto, ma indica una nuova direzione. La tutela non riguarda più soltanto libri e documenti storici, ma anche traduzione automatica, strumenti di scrittura e tecnologie linguistiche.
Le principali tappe della storia della lingua piemontese
– Fine XII-XIII secolo: composizione dei Sermoni Subalpini
– 1321: ordinamenti della Compagnia di San Giorgio di Chieri
– 1410: componimento sulla resa di Pancalieri
– 1446: Sentenza di Rivalta
– 1521: pubblicazione dell’Opera Jocunda di Giovan Giorgio Alione
– Fine XVII secolo: composizione di Ël Cont Piolet
– 1783: pubblicazione della Gramatica piemontese di Maurizio Pipino
– 1784: prima edizione a stampa di Ël Cont Piolet
– 1815: prima edizione del dizionario di Casimiro Zalli
– 1859: pubblicazione del dizionario di Vittorio di Sant’Albino
– 1863: prima rappresentazione di Le miserie ’d Monsù Travèt
– 1927-anni Trenta: formazione della grafia Pacòt-Viglongo
– 1999: esclusione del piemontese dalla legge statale 482
– 2010: sentenza 170 della Corte costituzionale
– 2018: approvazione della legge regionale sul patrimonio culturale piemontese
– 2022: modifica della normativa regionale
– 2023: pubblicazione di A Grammar of Piedmontese
– 2025-2026: nuovi progetti di documentazione e sviluppo di risorse digitali
Perché la lingua piemontese rischia di scomparire
Il piemontese possiede testi medievali, grammatiche, dizionari, opere teatrali e una produzione letteraria ancora attiva. Il problema contemporaneo non è quindi la mancanza di documentazione.
La sua maggiore fragilità riguarda l’uso quotidiano. Quando una lingua smette di essere parlata spontaneamente in famiglia, la conoscenza passiva non basta a garantirne la continuità.
Corsi, spettacoli e pubblicazioni possono aumentare la visibilità. Tuttavia, per rendere più stabile la trasmissione servono occasioni reali di conversazione.
Tra gli strumenti più utili possono rientrare attività per famiglie, corsi continuativi, podcast, video sottotitolati, materiali per giovani adulti, raccolte di parlato e programmi di controllo ortografico.
Allo stesso tempo, la standardizzazione deve evitare di cancellare le differenze locali. Una grafia comune facilita la scuola, l’editoria e i motori di ricerca, ma una norma troppo legata al torinese può allontanare chi parla altre varietà.
La sfida consiste quindi nel trovare un equilibrio tra comprensibilità comune e rispetto della diversità territoriale.
FAQ – Dubbi e risposte sulla lingua piemontese
Il piemontese deriva direttamente dal latino parlato nell’Italia nord-occidentale. Non nasce dall’italiano e non è il risultato della fusione tra italiano e francese.
I Sermoni Subalpini, datati tra la fine del XII e il XIII secolo, sono la testimonianza più antica normalmente collegata all’area piemontese. La loro lingua è però composita. Il primo documento piemontese datato con sicurezza è quello della Compagnia di San Giorgio di Chieri del 1321.
Le due lingue condividono alcune evoluzioni del mondo romanzo occidentale e sono state a lungo in contatto. Il francese ha inoltre fornito diversi prestiti, soprattutto nel lessico, ma il piemontese non deriva dal francese.
La Regione Piemonte lo riconosce e lo sostiene come parte del proprio patrimonio linguistico. Tuttavia, non è compreso tra le minoranze storiche tutelate dalla legge statale 482 del 1999.
Non esiste un censimento definitivo. Le stime più prudenti parlano di alcune centinaia di migliaia di parlanti attivi, spesso intorno a 700.000. I conteggi che includono anche la comprensione passiva possono superare il milione.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



