Dalle origini latine ai primi documenti: la nascita del piemontese scritto

Da Alessandro Maldera
Agosto 05, 2026

Le origini e i primi testi della lingua piemontese raccontano una trasformazione durata secoli. Il piemontese non comparve improvvisamente, ma si formò attraverso l’evoluzione locale del latino parlato nell’Italia nord-occidentale.
Le prime testimonianze scritte sono poche e, in alcuni casi, difficili da classificare. Nei documenti medievali convivono infatti elementi piemontesi, latini, francesi e occitanici, mentre una grafia condivisa sarebbe comparsa soltanto molto più tardi.
Dai Sermoni Subalpini al documento di Chieri del 1321, fino all’Opera Jocunda e alle prime grammatiche, è comunque possibile ricostruire il lungo passaggio dal volgare parlato a una vera tradizione letteraria piemontese.
Le prime tappe del piemontese scritto
– 1321: ordinamenti della Compagnia di San Giorgio di Chieri
– 1410: componimento sulla resa di Pancalieri
– 1446: Sentenza di Rivalta
– 1521: pubblicazione dell’Opera Jocunda
– Fine XVII secolo: composizione di Ël Cont Piolet
– 1783: prima grammatica organica del piemontese
– 1815: primo dizionario di Casimiro Zalli
– 1859: Gran dizionario piemontese-italiano
Origini e primi testi della lingua piemontese: dal latino al Medioevo
Il piemontese deriva dalla trasformazione del latino parlato nell’Italia nord-occidentale. Come avvenne per tutte le lingue romanze, il cambiamento fu graduale e non può essere collegato a una singola data.
Tra la tarda antichità e l’alto Medioevo, il latino utilizzato quotidianamente dalla popolazione iniziò a differenziarsi da quello scritto. Cambiarono progressivamente la pronuncia, le terminazioni delle parole, la morfologia e la costruzione delle frasi.
Queste innovazioni non erano uguali in tutti i territori. Inoltre, la posizione geografica del Piemonte favoriva i contatti con le parlate della pianura padana, dell’arco alpino e dell’area galloromanza.
Per questo motivo il piemontese antico si sviluppò all’interno di un continuum linguistico, nel quale i confini tra una varietà e l’altra erano meno netti rispetto a quelli stabiliti successivamente dagli studiosi.
Perché sono rimasti pochi documenti antichi
La scarsità di testi medievali non significa che il piemontese non fosse già parlato.
Per molti secoli il latino rimase la lingua principale della scrittura religiosa, amministrativa e giuridica. Successivamente furono utilizzati anche il francese e il toscano-italiano, soprattutto negli ambienti più colti e nelle attività ufficiali.
Il piemontese rimase invece legato soprattutto alla comunicazione orale. Era impiegato nella vita quotidiana e, più tardi, nella letteratura e nel teatro, ma non divenne normalmente la lingua amministrativa dello Stato sabaudo.
Di conseguenza, gran parte delle sue fasi più antiche deve essere ricostruita attraverso un numero limitato di documenti. Alcuni sono conservati in manoscritti originali, mentre altri sono conosciuti soltanto grazie a trascrizioni o edizioni pubblicate nei secoli successivi.
I Sermoni Subalpini e il problema del primo testo piemontese
I Sermoni Subalpini sono la più antica testimonianza normalmente associata all’area linguistica piemontese.
Si tratta di ventidue prediche religiose anonime conservate nel manoscritto D.VI.10 della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino.
La datazione non è però definitiva. Alcuni repertori collocano il testo nel XII secolo, altri tra la fine del XII e il XIII secolo, mentre altre ricostruzioni preferiscono indicare genericamente il Duecento.
Anche il luogo di composizione rimane incerto. Tra le ipotesi avanzate figurano il Piemonte occidentale e l’alta Val di Susa, ma non esistono elementi sufficienti per attribuire con sicurezza l’opera a una località precisa.
Una lingua composta da elementi differenti
La lingua dei Sermoni Subalpini presenta caratteristiche riconducibili al piemontese, ma anche numerosi elementi francesi, occitanici e mediolatini.
Questa mescolanza può essere spiegata in modi diversi. Potrebbe dipendere dalla provenienza dell’autore, dal territorio nel quale il manoscritto fu composto, dalle convenzioni utilizzate dagli scriventi oppure dal contatto tra varietà romanze ancora poco differenziate.
Per questo motivo non è del tutto preciso definire i Sermoni semplicemente come “il primo testo in piemontese”.
Il documento non testimonia ancora una koinè piemontese stabilizzata. Rappresenta, piuttosto, una fase di frontiera nella quale diversi sistemi linguistici condividevano parole, forme grammaticali e abitudini di scrittura.
Il valore dell’opera rimane comunque enorme. I Sermoni mostrano che, tra il XII e il XIII secolo, il volgare dell’area subalpina poteva già essere utilizzato per costruire testi religiosi articolati.
Dove si possono consultare
Una trascrizione completa dei Sermoni Subalpini è disponibile online. Esistono inoltre descrizioni catalografiche ed edizioni moderne dedicate al manoscritto.
Non risulta invece facilmente disponibile un facsimile digitale integrale e liberamente consultabile dell’intero documento originale.
Questa distinzione è importante. Una trascrizione riproduce le parole interpretate dagli studiosi, mentre il facsimile permette di osservare direttamente la grafia, le abbreviazioni, gli interventi e le caratteristiche materiali del manoscritto.
Sono la più antica testimonianza normalmente collegata all’area piemontese, ma la loro lingua contiene anche elementi francesi, occitanici e latini. Il primo documento piemontese datato con sicurezza risale invece al 1321
Il documento piemontese di Chieri del 1321
La prima attestazione piemontese provvista di una data sicura è il giuramento con gli ordinamenti della Compagnia di San Giorgio di Chieri, redatto nel 1321.
Il testo appartiene alla documentazione dell’archivio comunale di Chieri. Contiene regole destinate agli appartenenti alla compagnia e disciplina forme di aiuto reciproco e mutuo soccorso.
Rispetto ai Sermoni Subalpini, il documento mostra più chiaramente la presenza di un sistema locale piemontese. Rimangono comunque evidenti le oscillazioni grafiche tipiche della scrittura medievale.
Non esisteva infatti un’ortografia condivisa. Gli scriventi adattavano i suoni del volgare alle abitudini del latino, del francese, dell’occitano o della propria area di provenienza.
Il testo è consultabile attraverso una trascrizione normalizzata e una traduzione moderna. Questi strumenti ne facilitano la lettura, ma non devono essere confusi con una riproduzione fotografica dell’originale.
Il componimento sulla resa di Pancalieri del 1410
Un’altra testimonianza fondamentale risale al 1410 ed è dedicata alla resa di Pancalieri.
Il componimento è contenuto negli Ordinati della città di Torino e rappresenta uno dei più antichi testi piemontesi di argomento storico e politico.
La fonte permette di osservare il lessico e alcune strutture grammaticali utilizzate all’inizio del Quattrocento. Inoltre, mostra come il volgare locale potesse essere impiegato per raccontare avvenimenti legati alla vita pubblica del territorio.
Il testo è conosciuto anche attraverso un’edizione ottocentesca digitalizzata integralmente. Le immagini disponibili riproducono però le pagine dell’edizione a stampa, non il documento manoscritto quattrocentesco.
Anche in questo caso è quindi necessario distinguere tra la fonte originale e la sua pubblicazione successiva.
La Sentenza di Rivalta del 1446
La cosiddetta Sentenza di Rivalta risale al 1446 e proviene dall’area torinese.
Si tratta di un testo di carattere giuridico e narrativo, particolarmente importante per ricostruire il piemontese tardomedievale.
La fonte contiene elementi utili per studiare l’evoluzione della negazione, l’impiego dei pronomi clitici e il lessico del Quattrocento.
Il documento è conosciuto attraverso edizioni storiche e trascrizioni. Non risulta invece facilmente accessibile un facsimile digitale autonomo dell’originale.
La Sentenza conferma comunque che, durante il XV secolo, il piemontese veniva utilizzato in testi diversi da quelli esclusivamente religiosi. Il volgare iniziava quindi a trovare spazio anche nella narrazione di vicende civili e giudiziarie.
Come si scriveva il piemontese nel Medioevo
I primi testi piemontesi non utilizzano una grafia uniforme.
Uno stesso suono poteva essere rappresentato in modi diversi a seconda della formazione dello scrivente, della località e del modello linguistico seguito.
Le grafie potevano quindi riflettere abitudini latine, francesi, occitaniche o strettamente locali. Inoltre, non esisteva ancora un modello torinese capace di funzionare come riferimento comune.
Questa instabilità rende complessa la lettura dei documenti. Una differenza grafica non corrisponde necessariamente a una diversa pronuncia, mentre due grafie simili possono nascondere suoni differenti.
Per interpretare correttamente le fonti è quindi necessario confrontare più elementi: fonologia, morfologia, sintassi, lessico e distribuzione geografica.
Non basta individuare una parola apparentemente francese per classificare l’intero testo come francese oppure come opera fortemente influenzata da quella lingua.
I tratti del piemontese già visibili nei testi antichi
Nonostante la variabilità della scrittura, i documenti medievali permettono di riconoscere alcune trasformazioni che avrebbero caratterizzato il piemontese nei secoli successivi.
Tra queste compare la riduzione o la caduta delle vocali finali non accentate. Sono inoltre visibili la palatalizzazione di alcune consonanti latine e la semplificazione di consonanti doppie.
Le fonti mostrano anche l’impiego dei pronomi clitici e le prime fasi dell’evoluzione della negazione.
Questi fenomeni non appaiono tutti contemporaneamente e con la stessa intensità. Tuttavia, nel loro insieme indicano una progressiva distanza dal latino scritto e dal futuro italiano basato sul toscano.
La perdita delle vocali finali
L’italiano conserva normalmente parole terminanti in vocale, come “gatto”, “fiore” e “mercato”.
Il piemontese tende invece a produrre numerose forme tronche o concluse da consonante. Le vocali finali rimangono soltanto in determinate classi grammaticali o in specifiche varietà.
Questa trasformazione avvicina il piemontese agli altri sistemi gallo-italici e a diverse lingue galloromanze.
Non significa però che ogni caduta di vocale sia stata provocata dal francese. Il fenomeno rappresenta soprattutto uno sviluppo interno e areale del latino parlato nell’Italia settentrionale.
L’evoluzione della negazione
Nei testi medievali la negazione compare prevalentemente prima del verbo. Sono documentate forme come non, no e ne.
Nel piemontese moderno si è invece generalizzata la particella postverbale nen. Una frase come I parlo nen corrisponde quindi all’italiano “Non parlo”.
Il passaggio dalla negazione preverbale a quella postverbale si collega al cosiddetto ciclo di Jespersen.
Durante questo processo, una lingua può rafforzare la particella negativa con un secondo elemento. Quest’ultimo acquista progressivamente maggiore importanza e può infine sostituire la negazione originaria.
Il cambiamento ricorda alcuni sviluppi avvenuti in francese, ma non dimostra che il piemontese abbia semplicemente copiato la struttura francese.
Il rapporto con latino, francese e occitano
Il latino costituisce la matrice genealogica del piemontese. Non è quindi un’influenza esterna o un insieme di prestiti, ma la lingua dalla quale il sistema piemontese si è formato.
Francese e occitano ebbero invece un ruolo diverso. Furono lingue di contatto, cultura e prestigio e, in alcuni periodi, influenzarono la scrittura e il lessico piemontese.
Nei documenti medievali possono comparire anche elementi condivisi con le parlate lombarde e con il più ampio dominio padano.
Non sempre è possibile stabilire la direzione del contatto. Una parola comune a piemontese e occitano può essere stata trasmessa da una lingua all’altra, ma potrebbe anche derivare da un antenato romanzo condiviso.
In altri casi la somiglianza può dipendere dalla diffusione di un tratto all’interno di territori confinanti.
Per questo motivo l’analisi dei primi testi non può basarsi soltanto sulla presenza di singole parole. È necessario osservare un insieme più ampio di caratteristiche grammaticali e fonologiche.
L’Opera Jocunda e l’inizio della letteratura piemontese a stampa
Nel 1521 Giovan Giorgio Alione, originario di Asti, pubblicò l’Opera Jocunda.
L’opera rappresenta il primo grande libro letterario a stampa scritto in una varietà legata alla tradizione piemontese.
La lingua utilizzata presenta soprattutto caratteristiche astigiane e monferrine. Accanto a queste compaiono elementi sovralocali e forme influenzate dal francese.
L’Opera Jocunda dimostra che il piemontese non era soltanto uno strumento della conversazione quotidiana. All’inizio del Cinquecento poteva infatti essere impiegato all’interno di una produzione letteraria ampia e organizzata.
Sono disponibili edizioni critiche moderne dell’opera. Non risulta però facilmente reperibile un facsimile integrale, gratuito e stabile, della stampa originale del 1521.
L’accesso al testo avviene quindi soprattutto attraverso edizioni curate dagli studiosi, che possono modernizzare la punteggiatura, sciogliere abbreviazioni oppure proporre interpretazioni delle forme più difficili.
Ël Cont Piolet e l’affermazione della parlata torinese
Tra la fine del XVII secolo e l’inizio del Settecento si colloca Ël Cont Piolet, commedia di Giovanni Battista Tana.
L’autore visse tra il 1649 e il 1713, mentre la prima edizione a stampa dell’opera fu pubblicata a Torino nel 1784.
La commedia presenta una lingua più vicina alla parlata torinese moderna rispetto ai documenti medievali e all’opera di Alione.
Per questo rappresenta un passaggio importante verso la tradizione teatrale piemontese e verso la formazione di una koinè urbana torinese.
Il teatro contribuì infatti a diffondere forme linguistiche comprensibili a un pubblico più ampio, senza eliminare le differenze esistenti tra le varietà locali.
Edizioni digitalizzate e riproduzioni bibliografiche della stampa settecentesca sono reperibili attraverso cataloghi librari e biblioteche digitali.
Dalla letteratura alla prima grammatica piemontese
Nel 1783, un anno prima della stampa di Ël Cont Piolet, Maurizio Pipino pubblicò a Torino la Gramatica piemontese presso la Reale Stamperia.
Fu la prima descrizione organica della lingua. L’opera prendeva come riferimento soprattutto la varietà torinese utilizzata negli ambienti della corte sabauda.
La pubblicazione segnò una fase nuova. Il piemontese non veniva più soltanto impiegato nei testi letterari, ma iniziava a essere analizzato attraverso regole grammaticali esplicite.
La grammatica contribuì inoltre a rafforzare il prestigio della varietà torinese, destinata a diventare il principale riferimento della tradizione scritta.
Il facsimile completo dell’edizione è consultabile attraverso diverse biblioteche digitali.
I primi grandi dizionari piemontesi
Nel XIX secolo la documentazione della lingua proseguì attraverso importanti opere lessicografiche.
Nel 1815 Casimiro Zalli pubblicò la prima edizione del Disionari piemontèis, italian, latin e fransèis. Una nuova edizione ampliata apparve nel 1830.
L’opera metteva a confronto il piemontese con italiano, latino e francese. Per questo rappresenta una tappa fondamentale nello studio del lessico e nella costruzione di strumenti destinati alla traduzione.
La prima edizione è consultabile attraverso raccolte digitali internazionali, mentre quella del 1830 è disponibile in una riproduzione integrale online.
Nel 1859 Vittorio di Sant’Albino pubblicò a Torino il Gran dizionario piemontese-italiano.
Il volume raccoglie parole, modi di dire, significati, esempi e usi letterari. Rimane quindi una fonte essenziale per lo studio della storia lessicale e della fraseologia piemontese dell’Ottocento.
Anche quest’opera è disponibile in facsimile completo attraverso biblioteche digitali.
| Data | Testo | Importanza |
|---|---|---|
| Fine XII-XIII secolo | Sermoni Subalpini | Più antica testimonianza collegata all’area piemontese, con elementi piemontesi, francesi, occitanici e latini |
| 1321 | Ordinamenti della Compagnia di San Giorgio di Chieri | Primo testo piemontese datato con sicurezza |
| 1410 | Componimento sulla resa di Pancalieri | Tra i primi testi piemontesi di argomento storico e politico |
| 1446 | Sentenza di Rivalta | Fonte importante per negazione, clitici e lessico tardomedievale |
| 1521 | Opera Jocunda | Primo grande libro letterario a stampa in una varietà piemontese |
| Fine XVII secolo | Ël Cont Piolet | Passaggio verso il teatro piemontese e la koinè torinese |
| 1783 | Gramatica piemontese | Prima grammatica organica della lingua |
| 1815 e 1830 | Dizionario di Casimiro Zalli | Prima grande sistemazione lessicografica comparativa |
| 1859 | Dizionario di Vittorio di Sant’Albino | Grande repertorio ottocentesco del lessico piemontese |
Come consultare correttamente le fonti digitali
La digitalizzazione dei testi piemontesi antichi è molto disomogenea.
Le grammatiche e i dizionari del Settecento e dell’Ottocento sono spesso disponibili integralmente. I manoscritti medievali, invece, risultano più difficili da consultare.
Molte opere antiche sono conosciute soprattutto attraverso edizioni diplomatiche, edizioni critiche, trascrizioni normalizzate o traduzioni.
Questi strumenti sono preziosi, ma non sono equivalenti tra loro.
Un facsimile del manoscritto riproduce direttamente le pagine dell’originale. Permette quindi di osservare la grafia, le correzioni, le abbreviazioni e l’organizzazione materiale del testo.
Un facsimile di un’edizione antica mostra invece una pubblicazione a stampa realizzata successivamente. Non riproduce necessariamente il documento medievale dal quale il testo è stato ricavato.
La trascrizione diplomatica cerca di rispettare il più possibile grafia, abbreviazioni e caratteristiche dell’originale.
La trascrizione normalizzata rende il testo più leggibile, ma può uniformare grafie differenti, sciogliere abbreviazioni e introdurre segni moderni.
La traduzione moderna, infine, permette di comprenderne il significato, ma non può essere utilizzata da sola per analizzare la lingua originaria.
Un manoscritto originale, il facsimile di un’edizione a stampa, una trascrizione e una traduzione non sono la stessa cosa. Prima di utilizzare un testo antico è necessario verificare quale versione si sta realmente consultando
Perché i primi testi piemontesi sono ancora importanti
Le fonti medievali e moderne permettono di seguire la trasformazione del piemontese da lingua prevalentemente orale a sistema scritto e descritto.
I Sermoni Subalpini documentano un’area romanza di frontiera. Il testo di Chieri del 1321 mostra invece una varietà piemontese più chiaramente riconoscibile e datata.
I documenti di Pancalieri e Rivalta confermano poi l’impiego del volgare in ambiti storici, civili e giudiziari.
Con l’Opera Jocunda il piemontese entra nella letteratura a stampa. Successivamente, Ël Cont Piolet avvicina la lingua teatrale alla parlata torinese moderna.
La grammatica di Pipino e i dizionari ottocenteschi segnano infine il passaggio dalla semplice produzione di testi alla descrizione sistematica della lingua.
Questa successione non rappresenta una linea perfettamente regolare. Il piemontese continuò a essere caratterizzato da varietà locali e da grafie differenti.
Tuttavia, le fonti mostrano una tradizione scritta antica, molto precedente alla nascita dell’italiano come lingua nazionale di uso comune.
Domande e risposte sui primi testi piemontesi
I Sermoni Subalpini, composti probabilmente tra la fine del XII e il XIII secolo, sono la testimonianza più antica normalmente associata all’area piemontese. La loro lingua è però composita e contiene anche elementi francesi, occitanici e latini.
Il primo testo piemontese datato con sicurezza è il giuramento con gli ordinamenti della Compagnia di San Giorgio di Chieri del 1321.
Il manoscritto presenta caratteristiche appartenenti a più tradizioni linguistiche. Non è sempre possibile stabilire se derivino dal contatto tra lingue, dalla provenienza dell’autore o da un continuum romanzo ancora poco differenziato.
L’Opera Jocunda di Giovan Giorgio Alione, pubblicata nel 1521, è considerata il primo grande libro letterario a stampa legato alla tradizione piemontese.
Diversi testi sono accessibili attraverso trascrizioni, edizioni critiche e biblioteche digitali. I facsimili completi dei manoscritti medievali sono però meno disponibili rispetto alle grammatiche e ai dizionari sette-ottocenteschi.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



