Ritorno del gipeto nelle Alpi piemontesi: la rinascita del grande avvoltoio delle montagne

Da Alessandro Maldera
Giugno 10, 2026

Il ritorno del gipeto nelle Alpi piemontesi è una delle storie più significative della natura alpina degli ultimi decenni.
Questo grande avvoltoio, un tempo perseguitato fino alla scomparsa dall’arco alpino, è tornato lentamente a occupare le montagne da cui era stato cancellato.
Oggi la sua presenza tra Valli di Lanzo, Alpi Marittime e Gran Paradiso rappresenta un segnale importante per la biodiversità del Piemonte.
Inoltre, la sua storia dimostra quanto la tutela della fauna possa correggere, almeno in parte, gli errori del passato.
Il gipeto, simbolo delle Alpi
Un animale perseguitato fino alla scomparsa
Per molto tempo il gipeto è stato vittima di paura, ignoranza e false credenze. Veniva considerato un predatore pericoloso per il bestiame e, in alcuni casi, perfino per l’uomo.
In realtà, questa immagine era completamente sbagliata. Il gipeto non caccia pecore, capre o animali domestici. È invece un animale necrofago, cioè si nutre soprattutto di carcasse di animali già morti.
La sua dieta è ancora più particolare rispetto a quella di altri avvoltoi. Infatti, il gipeto consuma soprattutto ossa e midollo osseo. Per questo motivo svolge una funzione preziosa: ripulisce l’ambiente montano e completa il lavoro naturale di decomposizione.
Nonostante questo ruolo utile, la specie fu perseguitata per decenni. Così, all’inizio del Novecento, il gipeto scomparve dalle Alpi. L’ultimo esemplare delle Alpi occidentali venne abbattuto nel 1913 in Val di Rhêmes, nel territorio del Gran Paradiso.
Il progetto che ha riportato il gipeto sulle Alpi
Il ritorno del gipeto non è avvenuto spontaneamente. È stato il risultato di un lungo progetto internazionale di reintroduzione, avviato negli anni Ottanta del Novecento.
I primi rilasci di giovani gipeti allevati in cattività risalgono al 1986, in Austria. Da quel momento, anno dopo anno, diversi esemplari sono stati liberati in varie aree dell’arco alpino.
Il percorso è stato lento, perché il gipeto ha tempi biologici lunghi. Vive in coppia, raggiunge la maturità sessuale dopo diversi anni e in genere alleva un solo piccolo per stagione.
Tuttavia, il progetto ha dato risultati importanti. Oggi la popolazione alpina è tornata a crescere e anche in Italia sono presenti diverse coppie nidificanti. Il numero resta contenuto, ma rappresenta comunque una conquista enorme rispetto alla completa estinzione del secolo scorso.
Perché il gipeto è così importante per la montagna
Il gipeto è uno degli uccelli più imponenti delle Alpi. La sua apertura alare può arrivare quasi a tre metri, rendendolo una presenza spettacolare nei cieli di alta quota.
Eppure, il suo valore non è soltanto scenografico. Questo avvoltoio ha un ruolo ecologico molto preciso. Nutrendosi di resti animali e ossa, contribuisce a eliminare carcasse che altrimenti resterebbero più a lungo nell’ambiente.
Inoltre, la presenza del gipeto indica un ecosistema montano ancora ricco e funzionale. Dove riesce a vivere, riprodursi e allevare i piccoli, esistono condizioni ambientali adatte e un buon livello di tutela.
Per questo motivo, il suo ritorno non riguarda solo una singola specie. Riguarda l’intero equilibrio delle montagne piemontesi.
Il ritorno del gipeto in Piemonte
In Piemonte il ritorno del gipeto ha avuto tappe particolarmente significative. La prima nidificazione riuscita nella regione risale al 2019, nelle Valli di Lanzo.
È stato un passaggio importante, perché ha confermato che la specie non stava soltanto attraversando il territorio, ma iniziava di nuovo a stabilirsi e riprodursi sulle montagne piemontesi.
Successivamente, il gipeto è tornato protagonista anche nelle Alpi cuneesi. Dal 2023 una coppia si è riprodotta con successo nell’area del Parco Naturale delle Alpi Marittime, rafforzando ulteriormente la presenza della specie nel Piemonte meridionale.
Questi risultati dimostrano che il lavoro di monitoraggio, protezione e sensibilizzazione sta producendo effetti concreti. Tuttavia, il gipeto resta una specie fragile, da seguire con attenzione e rispetto.
Le coppie in Valle Orco nel Parco del Gran Paradiso
Un altro segnale molto importante arriva dalla Valle Orco, all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Dal 2025 sono due le coppie che hanno trovato casa in quest’area del versante piemontese.
La presenza di coppie riproduttive nel Parco è un dato di grande valore. Il Gran Paradiso, infatti, è uno dei luoghi simbolo della conservazione della fauna alpina e ha avuto un ruolo fondamentale nella storia del gipeto.
La Valle Orco diventa così uno dei punti più importanti per raccontare il ritorno della specie in Piemonte. Non solo per la presenza degli esemplari adulti, ma anche per la possibilità di nuove nidificazioni e nuovi giovani involati.
Inoltre, il dato conferma che le aree protette possono diventare vere zone di rinascita per specie un tempo scomparse.
Una specie affascinante ma ancora vulnerabile
Il ritorno del gipeto non deve far pensare che la specie sia ormai fuori pericolo. Al contrario, la sua presenza va protetta con grande attenzione.
Tra i rischi principali ci sono il disturbo nei pressi dei nidi, l’uso improprio dei droni, l’avvicinamento eccessivo per fotografie, le collisioni con cavi e infrastrutture, gli avvelenamenti e il piombo presente in alcune carcasse.
Inoltre, la riproduzione del gipeto è lenta. Una coppia può impiegare anni prima di stabilizzarsi e ogni stagione riproduttiva può essere compromessa da disturbi o condizioni sfavorevoli.
Per questo motivo, osservare un gipeto in volo è un privilegio. Ma deve restare un’esperienza rispettosa, fatta a distanza e senza interferire con il comportamento dell’animale.
Dalla paura alla conoscenza
La storia del gipeto racconta anche un cambiamento culturale. Un tempo questo animale veniva temuto e ucciso. Oggi, invece, viene studiato, protetto e ammirato.
Questo passaggio non è secondario. Infatti, molte estinzioni locali sono nate proprio da credenze sbagliate e da una scarsa conoscenza della fauna selvatica.
Il gipeto dimostra che conoscere meglio un animale può cambiare il modo in cui lo guardiamo. Da presunto nemico delle montagne è diventato un simbolo di equilibrio naturale.
In questo senso, il suo ritorno nelle Alpi piemontesi è anche una vittoria della divulgazione, della ricerca e della pazienza.
Il gipeto come simbolo delle Alpi piemontesi
Oggi il gipeto rappresenta una delle immagini più potenti della biodiversità alpina. Il suo volo sopra le valli piemontesi racconta una storia di perdita, ma anche di recupero.
Le Valli di Lanzo, le Alpi Marittime e il Gran Paradiso sono diventati luoghi chiave di questa rinascita. Qui il grande avvoltoio barbuto è tornato a nidificare, a crescere i piccoli e a occupare spazi che sembravano perduti per sempre.
La sua presenza non cancella gli errori commessi in passato. Tuttavia, dimostra che una parte del danno può essere riparata quando scienza, istituzioni e territorio lavorano nella stessa direzione.
Il ritorno del gipeto nelle Alpi piemontesi è quindi molto più di una buona notizia naturalistica. È il segno concreto di una montagna che, con fatica e protezione, può tornare a essere più viva.
FAQ – Il grande avvoltoio delle Alpi: risposte rapide
No. Il gipeto non è pericoloso per l’uomo. È un animale necrofago e si nutre soprattutto di carcasse e ossa di animali già morti.
No. Le vecchie credenze che lo descrivevano come una minaccia per il bestiame erano infondate. Il gipeto non caccia animali domestici sani, ma svolge un ruolo naturale di pulizia dell’ambiente.
Il gipeto si è estinto dalle Alpi all’inizio del Novecento. L’ultimo esemplare delle Alpi occidentali venne abbattuto nel 1913 in Val di Rhêmes.
Il progetto moderno di reintroduzione è iniziato negli anni Ottanta. I primi rilasci di giovani gipeti allevati in cattività risalgono al 1986, in Austria.
In Piemonte il gipeto è tornato a nidificare nelle Valli di Lanzo, nelle Alpi Marittime e in Valle Orco, nel Parco Nazionale del Gran Paradiso.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



