Storia di Prarostino: tra abbazie, catasti e guerra, una cronaca del Pinerolesestoria di Prarostino

Da Alessandro Maldera
Febbraio 24, 2026

La storia di Prarostino non parte da una “leggenda”, ma da atti scritti: documenti medievali che registrano il paese con grafie diverse e lo legano all’area di Pinerolo. Poi, però, entrano in gioco confini, fede e amministrazione: San Secondo, Roccapiatta, “Patenti di Pinerolo” e catasti. Infine, il Novecento lascia segni duri, come l’eccidio del Bric del 1944. Qui trovi un racconto ordinato e leggibile, senza fronzoli.
Date e svolte del territorio
Le prime citazioni: XI e XII secolo tra Abbazia e toponimi “instabili”
La prima attestazione considerata sicura arriva l’8 settembre 1064, in un documento della contessa Adelaide legato alla costituzione dell’Abbazia di Santa Maria di Pinerolo. In quell’elenco di beni e territori, infatti, compare anche il nostro luogo, ma con una grafia lontana dall’uso moderno. Ed è normale: nel Medioevo si scriveva “come si poteva”, e le copie successive potevano cambiare lettere e suoni.
Pochi anni dopo, il 17 dicembre 1079, un altro atto torna sul territorio: due fratelli (Littone e Ottone) e la moglie di Littone (Berta) si impegnano a non disturbare il monastero nel possesso di luoghi tra cui compaiono Miradolo e Prarostino, ancora una volta con una forma del nome diversa. Quindi, già qui si vede un dato utile: il posto è riconoscibile, mentre la scrittura del toponimo “balla”.
Bisogna poi arrivare al 18 aprile 1122 (o 1123) per ritrovare il nome in una bolla del vescovo di Torino Bosone: si tratta di una donazione e conferma di chiese legate al sistema pinerolese. E nel 1139 interviene anche papa Innocenzo II, che conferma privilegi e possedimenti dell’abbazia: tra le varie località e chiese citate, la presenza di Prarostino è di nuovo esplicita. In altre parole: nel giro di pochi decenni, il luogo entra stabilmente nella “mappa scritta” del territorio.
Un nome che cambia: perché trovi “Villaris…” e poi “Prarustin…”
Se confronti le redazioni medievali, la cosa più evidente è la varietà delle grafie. Inoltre, quando si collazionano più copie dello stesso documento, compaiono versioni diverse dello stesso nome, come Vilare/Villari/Villaris con ulteriori varianti del secondo elemento. Questo non significa “confusione moderna”: significa che la trasmissione manuale era fragile, e i copisti adattavano.
Ancora nel XII secolo, atti coevi continuano a registrare forme differenti: ad esempio una conferma papale del 1140 mantiene una grafia, mentre altre conferme vescovili (con date diverse) ne riportano altre. Dunque il dato storico non è “una sola forma”, ma una continuità di presenza documentaria.
Solo molto più tardi, il 3 aprile 1513, appare una grafia che suona più vicina all’attuale (come Podio Rustino). Tuttavia anche dopo, per parecchio tempo, continuano oscillazioni: Prarustin, Pra-rustin, Prérustin, Praustin, Prarusting, Péroustin e altre ancora. Quindi il nome “si assesta” lentamente, non in un colpo solo.
San Secondo, ricetto e territori “in comune” fino al Settecento
Per capire Prarostino, devi guardare anche San Secondo. Infatti, crescendo nella castellania di Miradolo (che dal 1198 viene staccata dall’abbazia e passa sotto Casa Savoia), San Secondo nasce come ricetto verso la metà del Trecento.
I ricetti erano spazi fortificati pensati per difendere i prodotti agricoli, e all’occorrenza persone e animali: mura e fossati, ponte levatoio, saracinesche, e spesso una torre di guardia per segnalazioni diurne e notturne. Nel caso locale, il termine sembra riferirsi al sistema di fortificazioni che collegava il “Castel del lupo” all’abitato vero e proprio.
In questo quadro, Prarostino e Roccapiatta restano legati al territorio di San Secondo fino alla metà del XVIII secolo. E, nel frattempo, le richieste e i pesi fiscali emergono anche nei documenti: è significativo, ad esempio, un atto del 22 febbraio 1627, dove la comunità di San Secondo presenta una supplica al duca Carlo Emanuele per essere alleggerita da gravami dopo spese di guerra e danni subiti. Tuttavia, la risposta “concede” solo in parte e spesso rimanda: insomma, la fatica resta sulle spalle della comunità.
“Patenti di Pinerolo” e nascita dei Comuni: la frattura che diventa confine
Le “Patenti di Pinerolo” del 1655 portano a una separazione sostanziale di zone d’influenza: San Secondo cattolico e Prarostino valdese con capoluogo San Bartolomeo. Diventano operative dal 1658, mentre gli atti di costituzione ufficiale dei Comuni di Prarostino e Roccapiatta sono del 1661. Inoltre, la distinzione non nasce dal nulla: decisioni ducali tra 1596, 1603, 1609 e 1628 mostrano che il tema era già aperto.
Nel frattempo, sul versante feudale, le vendite di metà feudo di San Secondo evolvono e nel 1679 si arriva a una cessione a favore del conte Carlo Bianco, barone di Saint Marcel. Poi, nel 1682, Vittorio Amedeo II riconosce il Comune di San Secondo sui territori rimasti fuori dal nuovo Comune di Prarostino.
E qui scatta il problema “sporco”: beni valdesi su territorio di San Secondo e, al contrario, beni cattolici su territorio di Prarostino. Una divisione piena di inconvenienti che dura fino al 1907, quando il nuovo catasto risolve fissando il torrente Chiamogna come confine tra i due comuni. Quindi il paesaggio, a un certo punto, diventa anche linea amministrativa.
Prarostino “costiera” e i numeri della popolazione tra Settecento e Novecento
Dopo il 1658 Prarostino viene indicato anche come “costiera di San Secondo” e, insieme a Roccapiatta, rientra nelle “terres moyennes”, tra Pellice e Chisone. Oltre a San Bartolomeo, tra le località più citate compaiono Ruata, Rocco, Gay, Collaretto, Cardonat.
I numeri demografici, inoltre, mostrano una storia non lineare:
- nel 1759 gli abitanti sono 1636 (con 36 cattolici)
- nel 1790 scendono a 1050 (con 50 cattolici)
- nel 1839 risultano 1675 (con 150 cattolici)
- nel 1844 vengono indicati 2500 (con 63 cattolici)
- nel 1847 tornano a 1600
- nel 1881 1566
- nel 1901 1415 (con 130 cattolici)
- nel 1928 i valdesi risulterebbero scesi a meno di 1000
Per Roccapiatta (separata da Prarostino dal Turinella) i dati sono altrettanto eloquenti: comunità piccola, con nuclei come Rostagni, Cardons e Gaudins, e una popolazione che nel tempo si riduce fino a numeri molto bassi nel Novecento.
Un passaggio pratico ma importante: dal 1 gennaio 1866 i pastori valdesi cessano di essere ufficiali di Stato Civile. Di conseguenza i registri, prima tenuti dalla chiesa, passano al Municipio. È uno di quei dettagli che cambiano davvero la vita amministrativa.
Dal 1928 al 1959: accorpamenti e ritorno alla divisione attuale
Per vedere un cambiamento territoriale netto bisogna arrivare al Regio Decreto del 15 aprile 1928, con cui i comuni di Prarostino e Roccapiatta vengono aggregati al comune di San Secondo di Pinerolo. Tuttavia l’assetto attuale torna con un decreto del Presidente della Repubblica del 16 aprile 1959, che ripristina la suddivisione (San Secondo e Prarostino, con Roccapiatta).
Nel frattempo, le guerre incidono in modo concreto: nella Grande Guerra (1915–1918) non tornano 36 figli di Prarostino e 10 di Roccapiatta. Nel conflitto 1940–1945 si contano 13 caduti militari e civili. Numeri piccoli sulla carta, ma enormi per comunità così.
L’eccidio del Bric: 17 novembre 1944, la storia che resta sul sentiero
Il 17 novembre 1944 Prarostino vive una pagina tragica: l’eccidio del Bric, con nove civili uccisi dai nazisti. Il contesto è quello dei rastrellamenti e delle rappresaglie nelle valli, dove la Resistenza aveva creato bande attive.
Il 16 novembre, all’alba, una squadra nazista arriva senza essere notata e si piazza alla casa del Bric, isolata ma abitata. Sveglia Olivia e Alessio Porcero e intima loro di continuare la vita di sempre. In mattinata arrivano Ernesto Paschetto (per aiutare nella raccolta delle mele), poi Giuseppe Barotto e Cesare Simondetto (amici di Ernesto) e Michele Magnano (proveniente da Cavour, probabilmente per comprare mele). Da lì, però, non usciranno più.
Ostaggi e nazisti passano insieme giorno e notte chiusi in casa. Probabilmente i nazisti aspettano l’arrivo di partigiani. Il mattino successivo partono dalla borgata Badoni Remo Paschetto (figlio di Ernesto) e un amico, Arnaud Costantino, per capire perché Ernesto non sia rientrato. Arrivano anche Margherita di Fournla e poi Dina Paschetto, sorella di Remo.
A metà pomeriggio i tedeschi fanno uscire Alessio Porcero e le tre donne (Olivia, Margherita, Dina), che riescono così a raccontare l’accaduto. Subito dopo, però, i nazisti uccidono con un colpo alla testa tutti gli ostaggi rimasti.
E non finisce lì. Scendendo verso valle, in borgata Ramate, incrociano tre uomini impegnati nella raccolta delle mele e li uccidono: Aldo Nadasio, Cesare Paget (ricordato dalla tradizione “con ancora una mela in mano”) e Alberto Coisson. Infine danno fuoco al fienile della famiglia Paschetto.
La tradizione locale aggiunge una decima vittima collegata a quel clima: Stefano Peraldo, contadino ucciso dai partigiani il 12 dicembre 1944 perché quel giorno indossava una giacca militare, probabilmente solo per ripararsi dal freddo. Una di quelle tragedie da guerra civile “strisciante”, dove basta un dettaglio a rovinarti.
Vicino alla casa del Bric c’è una lapide che ricorda le vittime. E anche il percorso per raggiungerla è diventato parte della memoria: si parte a piedi dal cimitero di San Bartolomeo, si prende la salita verso Piani deviando subito alla prima rotonda verso la Massera, poi al primo bivio si gira a destra verso borgata Molere; da lì si prende ancora a destra su una strada che sale nel bosco e diventa sterrata, e all’altezza di una casa diroccata sulla sinistra si trova la stele.
Valdesi tra Cinquecento e Seicento: spedizioni, persecuzioni, paci ed esili
Un filo portante della storia locale è la vicenda valdese. Uno dei primi episodi citati riguarda la spedizione armata del 1535 guidata da Pantaleone Bersour, indicato come “gentilhomme de Rocheplatte”. Sullo sfondo, ci sono processi e pressioni esterne: nel 1534 in Provenza si tengono procedimenti contro valdesi emigrati dal Piemonte dopo la crociata del 1487, e questi elementi vengono usati per spingere il duca Carlo III di Savoia a intervenire.
Bersour mette insieme circa 500 soldati e, nel settembre 1535, tenta di attaccare le sentinelle che proteggevano il sinodo di Chanforan, passando da Roccapiatta e dalla Sea di Angrogna. Ci sono scontri duri per alcuni giorni, che coinvolgono anche le popolazioni locali. Tuttavia, tra mediazioni (è citato l’intervento di Bianca di Luserna) e necessità politiche del duca, la spedizione si spegne entro fine anno.
Poi, tra 1536 e 1599, le persecuzioni sono descritte come sporadiche, mentre la dottrina evangelica riesce comunque a diffondersi anche grazie a protezioni esterne. Tuttavia con il rientro del duca tra 1599 e 1600, la pressione torna a salire. In quegli anni si collocano anche episodi di guerra più ampia nelle valli (come quella del Conte della Trinità in Val Pellice), e la memoria locale ricorda anche ripari naturali, come la Rocca Ghiesa presso la Sea di Angrogna.
Un punto di svolta è la pace di Cavour del 5 giugno 1561, che assicura amnistia e libertà di culto. Eppure la situazione resta fragile: editti come quello del 1565 invitano chi non vuole vivere secondo la fede romana ad abbandonare gli Stati entro tempi stretti.
Seicento la crisi religiosa
E’ il periodo delle Pasque Piemontesi. Nel 1655 un editto impone ai valdesi scelte drastiche (abiura o ritiro in montagna). Nel mese di maggio si registrano azioni armate, tra cui due attacchi a San Secondo (il 15 e il 28), con un secondo scontro descritto come particolarmente cruento. Si parla perfino di numeri enormi di morti, e il paese vive incendi e rappresaglie. In seguito, una pace (citata come pace di Pinerolo del 18 agosto 1655) rinnova privilegi ma non chiude davvero la ferita, perché gli scontri e le tensioni continuano.
Dopo una “patente di grazia” del 14 febbraio 1664, arrivano anni relativamente più calmi, ma nel 1686 un nuovo editto — sotto pressioni internazionali — sopprime il culto, ordina distruzioni e impone l’esilio. Le assemblee locali decidono resistenza armata, ma la pressione militare porta all’occupazione delle valli e a una marcia d’esilio in pieno inverno verso la Svizzera. In seguito, guerre europee e alleanze cambiano ancora il quadro: i valdesi combattono con i Savoia contro la Francia, mentre sinodi e decreti ridefiniscono status e riconoscimenti delle comunità.
Infine, tra fine Seicento e Settecento, si alternano incendi, evacuazioni, ritorni e nuovi esili. Nel 1699 è citato un editto speciale che autorizza il culto protestante nella comunità di Prarostino: un segnale di “tregua regolata”, più che di libertà piena.
Dall’età napoleonica al 1848: quando cambia lo statuto civile
Con la rivoluzione francese e l’annessione del Piemonte alla Francia (fino al 1814), Napoleone organizza la chiesa valdese in tre concistori (tra cui è citato quello di Prarustin). Poi, dopo l’11 aprile 1814, con la Restaurazione, si segnalano ancora episodi di intolleranza. E il testo richiama come punto fondamentale il documento di Carlo Alberto del 1848, legato all’emancipazione: qui il dato importante è che, da metà Ottocento, lo statuto civile dei valdesi cambia in modo strutturale e non solo “tollerato”.
Delucidazioni rapide sulla soria
La citazione certa viene indicata nell’8 settembre 1064, in un documento della contessa Adelaide collegato alla fondazione e ai beni dell’Abbazia di Santa Maria di Pinerolo.
Perché la trasmissione era manuale: copie diverse dello stesso atto potevano registrare forme differenti. Quindi la grafia del toponimo resta “instabile” per secoli prima di avvicinarsi all’uso moderno
Sono un provvedimento del 1655 (operativo dal 1658) che porta a una divisione di zone d’influenza, con San Secondo cattolico e Prarostino valdese con capoluogo San Bartolomeo, preparando la costituzione ufficiale dei Comuni (1661)
La divisione “mista” dei beni dura a lungo e si chiude nel 1907, quando il nuovo catasto fissa come confine tra i due comuni il torrente Chiamogna
È un eccidio del 17 novembre 1944: nove civili vengono uccisi dai nazisti, con ulteriori omicidi in borgata Ramate e l’incendio del fienile; vicino alla casa del Bric c’è una lapide/stele raggiungibile a piedi partendo dal cimitero di San Bartolomeo seguendo il percorso indicato nella memoria locale

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



