Casa Aschieri di Bussoleno: la casa-bottega del tardo Trecento che spiega il borgo medievale sulla Francigena

Da Alessandro Maldera
Febbraio 19, 2026

Casa Aschieri di Bussoleno (Via Fontan 23) è una tappa perfetta se vuoi vedere, dal vivo, come funzionava una casa mercantile medievale. Infatti qui abitazione e lavoro coincidevano: il maestro viveva sopra e vendeva sotto, spesso insieme agli apprendisti. Inoltre l’edificio conserva l’impianto “ordinario” delle case borghesi del tardo Trecento nel borgo chiuso affacciato sulla Via Francigena. Quindi non è solo una facciata: è un manuale di urbanistica e vita quotidiana.
Identikit della casa mercantile sulla Francigena
• Facciata: intelaiatura lignea + muratura in mattoni; resto in pietra intonacata
• Impianto: casa borghese-mercantile del tardo Trecento nel borgo chiuso sulla Via Francigena
• Piano “pubblico”: terracia con colonne e banco; magazzino reçolium / negozio-magazzino apotecha
• Sottotetto: solerium con loggiato, usato come essiccatoio e deposito
Dove si trova e perché è un punto strategico del borgo
Casa Aschieri si colloca nel tessuto storico del borgo chiuso, lungo la direttrice della Via Francigena. Perciò la sua posizione non è casuale: qui passavano persone, merci e contratti. Inoltre l’edificio rappresenta una tipologia diffusa nel tardo Trecento, quindi utile per “leggere” Bussoleno senza romanticismi.
La facciata: legno e mattoni davanti, pietra intonacata dietro
A colpo d’occhio la facciata mostra un mix netto: intelaiatura in legno e muratura in mattoni. Il resto dell’abitazione, invece, è in pietra intonacata. Questa combinazione, inoltre, si ritrova spesso dove convivono tecniche locali e soluzioni più “importate”, soprattutto nei fronti che devono parlare alla strada.
La terracia: lo spazio di vendita “esposto” sulla strada
Il cuore commerciale era lo zoccolo rialzato, la terracia, delimitata sul fronte stradale da colonne circolari. Su queste poggiava la struttura a sporto dei piani superiori. Proprio per questo la terracia era pensata per l’esibizione e l’offerta al pubblico dei generi della bottega.
Le colonne, inoltre, erano parzialmente chiuse da un bancone ligneo: banchus cum scrineo conclavato. Al tramonto lo si chiudeva, e spesso i beni non deperibili restavano lì, senza essere riportati in magazzino.
Scorte e “arche” incatenate: quando rubare costava carissimo
Sul fronte interno della terracia stavano contenitori lignei capienti, di solito in abete (de bletono) o in castagno (arca castagneria). Erano fissati al muro con una catena e contenevano le scorte “di prima linea”, rinnovate giorno per giorno con la vendita al minuto.
I furti non erano rari. Tuttavia, se avvenivano di notte e con scasso sulla Via Francigena, scattavano aggravanti pesanti: la pena massima di franchigia era 60 soldi segusini. In caso di insolvenza, inoltre, erano previste amputazioni (orecchio e mano) e, se reiterati, si arrivava all’impiccagione.
Reçolium e apotecha: il magazzino che poteva diventare negozio
Dalla terracia si accedeva al reçolium, il magazzino vero e proprio. Qui si conservavano le scorte stagionali. Però lo spazio poteva anche funzionare come negozio-magazzino, cioè apotecha, frequentato dal pubblico.
Non a caso i notai distinguevano i contratti conclusi:
- sub porticu, sul fronte porticato verso strada
- oppure all’interno, in apotecha / in reçolio
Fogagna o “casa da fuoco”: non solo cucina, ma vita domestica
Dietro il magazzino si apriva la fogagna (o casa da fuoco). Non era una semplice coquina: era un ambiente più ampio, destinato alla vita domestica, con sfogo diretto sul cortile o sulla parte rustica.
In Val di Susa, inoltre, i camini domestici (calfatoria) sono attestati non prima del settimo decennio del Duecento. Perciò sostituirono progressivamente i focolai a sfogo libero che affumicavano gli ambienti rendendo l’aria spesso irrespirabile.
Peylum, braceri e inverno: il riscaldamento non era per tutti
Negli stessi secoli compare il peylum, una sorta di tinello-stufa ottenuto coibentando la parete del camino. Così si creava un ambiente riscaldato distinto dalla cucina vera e propria. Tuttavia era una soluzione lussuosa: a Bussoleno si affermò solo nel tardo Trecento e soprattutto nelle case dei maggiorenti.
I piani superiori, invece, non erano in genere riscaldati. Quindi si affrontava l’inverno con braceri e caldani, cioè calore “mobile”, non continuo.
Incendi e tetti: perché la paglia viene bandita nel borgo chiuso
Con la diffusione delle case da fuoco cresceva il rischio di incendi. Di conseguenza la normativa statutaria favorì la sostituzione delle coperture in paglia (mannelli) con soluzioni più sicure, soprattutto le lose. A Bussoleno, inoltre, esisteva una produzione apprezzabile di lose, controllata dalla comunità, che appaltava le cave affidandone la coltivazione a privati.
Persino il trasporto del fuoco era regolato: tra una casa e l’altra si poteva spostare solo con un apposito pentolino, il payroletum, per evitare dispersioni di fiamma e brace.
Il bando della paglia nel borgo chiuso, inoltre, portò alla denominazione Borgo della Paglia per la contrada d’Oltre Dora, sull’altra sponda, rimasta più rustica. Lì, infatti, la paglia restò permessa in età moderna per stalle e tettoie.
Sala, camera e recamera: socialità, armi e oggetti di valore
Al secondo piano si trovavano sala e camera, con una recamera aggiuntiva: un ripostiglio appartato, tramezzato, con porta a scomparsa.
La sala era un locale polivalente per socialità e ricreazione. Era arredata con una boiserie fissa lungo le pareti, tavoli mobili e piccole arche-cassapanche. Inoltre sfruttava la stessa canna fumaria della cucina, ma senza riscaldamento continuo. Nella sala, infine, stava anche una rastrelliera per armi: cervelleria, ganteleti, coyrace.
La camera raccoglieva letti, scrigni e arche per coperte, guanciali e vestiti, ma anche titoli giuridici, libri e codici. La recamera, invece, proteggeva ciò che aveva maggior valore: gioielli di famiglia, tazze d’argento (ciphi), brocche argentate e di stagno, piatti metallici, utensili in rame. Qui si trovava anche lo studium, cioè il banco da scrivere.
Solerium: il sottotetto che diventa essiccatoio
Nel sottotetto era ricavato il solerium, affacciato sulla strada con un loggiato o galleria. La funzione era pratica: sfruttare insolazione e aerazione della bella stagione. Perciò serviva principalmente come magazzino-essiccatoio per castagne e granaglie, anche se talvolta poteva trasformarsi in uno spazio residenziale occasionale (una camera tramezzata).
Cortile, stalle e cantina: la “macchina” rustica dietro la casa
Sul retro, lungo il cortiletto con pozzo o cisterna dell’acqua piovana, si sviluppavano stalle, fienili e piccoli magazzini complementari (tecta) per finimenti di cavalli e carri. C’erano anche celle-magazzino (penora) per ortaggi e prodotti caseari nella prima fase di lavorazione.
Sempre seminterrata era la cantina, il cellarium, con vasi vinari in castagno e rovere. E qui c’è un dato identitario: Bussoleno era considerata la più rinomata produttrice della valle per questi recipienti.
L’urbanistica del borgo chiuso: lotti modulari e quintane tagliafuoco
A fine Trecento l’impianto del borgo chiuso riplasmò quasi tutte le preesistenze immobiliari. Fecero eccezione solo la piazza occidentale della chiesa e la casa-torre dei cosignori. Poi furono definiti lotti modulari lungo la Via Francigena: larghi tra 6 e 7 metri e profondi anche 15 metri se sul retro era prevista una corte rustica importante con magazzini. La profondità standardizzata, però, poteva essere anche di 3 metri. Di conseguenza gli agglomerati più vasti a catasto risultavano spesso accorpamenti di più moduli.
Le case in facciata, inoltre, non formavano un fronte continuo come oggi. Erano separate da quintane tagliafuoco, su cui si aprivano servizi (latrine, cortesie) delle cellule confinanti. In questi spazi si scaricavano anche acque piovane e neve. Le quintane, infine, erano strettissime: in genere non superavano 40–50 cm.
Materiali e tecniche: alpino dentro, cotto “padano” davanti
L’esito edilizio di quella riplasmazione mescolava tecniche e materiali alpini con innovazioni di importazione padana. Perciò le murature perimetrali interne usavano spesso ciottoli irregolari annegati in malta chiara abbondante (marc, morterium), secondo tecniche locali. Solo raramente si trovava un apparecchio più modulare, come la spina di pesce, ma nel Trecento ormai arcaico.
Negli avancorpi porticati, invece, dominava il cotto, con modelli mediati dalla cultura padana. Nel caso bussolenese, inoltre, pesa la mediazione torinese-carignanese negli anni dei da Gorzano e dei Savi. I materiali risultavano quindi “misti”: locali quelli lapidei, lignei e del legante; esterni e specializzati parte dei laterizi.
Popolazione mista e scambi: perché passavano anche “saperi”
Queste scelte sono coerenti con un popolamento misto, soprattutto in età avignonese e poi per tutto il Quattrocento. Infatti la popolazione autoctona si integrava con immigrati transalpini della Maurienne e con pedemontani dell’area torinese lungo la Via Francigena tra Chambéry e Torino. E non è un dettaglio: proprio Chambéry e Torino erano anche estremi commerciali legati alla fiera di San Luca. Quindi su Bussoleno convergevano merci, persone e anche competenze sociali e materiali.
Perché si chiama “Casa Aschieri”: un nome ottocentesco (e un equivoco)
La denominazione Casa Aschieri nasce negli anni Ottanta dell’Ottocento. Fu adottata sulla base di un motivo araldico sui pilastri della terracia, però mal interpretato e attribuito agli Aschieri. Con quel nome l’edificio venne riprodotto nel Borgo Medievale del Valentino a Torino. Da allora, inoltre, “Casa Aschieri” è rimasta nella cultura diffusa.
Nel Trecento, però, questa era la casa del notaio Giovanni Vacio. Quindi il nome racconta più l’Ottocento che il Medioevo, e vale la pena ricordarlo.
FAQ –
È un tipico esempio di casa borghese e mercantile del tardo Trecento nel borgo chiuso, affacciata sulla Via Francigena, dove bottega e abitazione convivono
Perché era lo spazio rialzato destinato a mostrare e vendere le merci al pubblico, con colonne e un bancone ligneo richiudibile al tramonto
Il reçolium è il magazzino delle scorte stagionali. L’apotecha è il negozio-magazzino che poteva essere frequentato dal pubblico, tanto che i notai distinguevano contratti “sub porticu” e “in apotecha/in reçolio”
Aveva fogagna (casa da fuoco) per la vita domestica, sala polivalente con rastrelliera per armi, camera per letti e documenti, recamera per oggetti di pregio e studium, e solerium nel sottotetto come essiccatoio e deposito
Perché venne adottato negli anni 1880 da un motivo araldico sui pilastri, interpretato e attribuito agli Aschieri; nel Trecento era la casa del notaio Giovanni Vacio, e con il nome ottocentesco fu riprodotta al Borgo Medievale del Valentino a Torino

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



