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Leggenda degli Appiotti di Torre Pellice: l’accetta d’oro che avrebbe dato nome alla borgata

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Da Alessandro Maldera

Febbraio 18, 2026

La Leggenda degli Appiotti di Torre Pellice non è una “storia da museo”: è un racconto di confine, legato a un ponte, a una roccia e a un nome dialettale. Oggi la borgata è parte di Torre Pellice, tuttavia nell’Ottocento le case potevano “cambiare comune” in base alla confessione religiosa degli abitanti. E proprio qui, all’imbocco del paese sul torrente Angrogna, la tradizione mette in scena una misteriosa accetta d’oro che appare e scompare.

Coordinate rapide per trovare gli Appiotti

– Punto di riferimento: ponte sul torrente Angrogna (imbocco di Torre Pellice)
– Area della borgata: tra via Appiotti e piazza Pietro Micca
– Strada utile: SP 161 (passaggio naturale da Luserna San Giovanni a Torre Pellice)
– Nome chiave: Apiot = “accetta” in dialetto piemontese

Dove siamo: borgata Appiotti, ponte sull’Angrogna e un vecchio confine “religioso”

La borgata chiamata Appiotti (spesso collegata al nome dialettale Apiot) si trova vicino al ponte sul torrente Angrogna, all’ingresso di Torre Pellice. Oggi è tutto Torre Pellice; però, secondo la memoria locale, nell’Ottocento la competenza comunale poteva dipendere dalla religione: valdesi associati al comune di San Giovanni, cattolici a quello di Luserna.
Di conseguenza questo tratto di valle non è solo geografia: è anche storia minuta, fatta di appartenenze e confini quotidiani.

La versione più famosa: il pastore, la roccia e i sei uomini che lavorano l’oro

La leggenda inizia in modo semplice: un tempo qui ci sarebbe stato un solo casolare, di proprietà di due giovani sposi. Un giorno un pastore segue la sua capra, che si arrampica sul letto in secca dell’Angrogna. Poi arriva un temporale improvviso e, quindi, l’uomo è costretto a ripararsi sotto una roccia.

Mentre aspetta, però, sente rumori strani: come martello sull’incudine, ma provenienti dalla roccia stessa. Infatti scopre una porta, la attraversa e cammina al buio fino a una seconda porta. Oltre, improvvisamente, si apre una grande sala illuminata: sei uomini sono intenti a lavorare l’oro.

Qui il racconto fa il salto: l’uomo resta così incantato che rimane laggiù un anno intero, senza mangiare né bere. Infine trova il coraggio di chiedere un dono e riceve una piccola accetta. Tuttavia gli viene imposto un patto netto: se rivelerà il luogo, morirà all’istante.

Il ritorno e lo “scarto di tempo”: la capra era tornata un anno prima

Quando il protagonista torna a casa, chiede della capra. E qui arriva il colpo: la capra aveva già ritrovato la strada un anno prima. Lui, invece, credeva fosse passato solo un attimo.
Di conseguenza, mentre lui pensa di essersi assentato pochissimo, gli altri lo avevano già creduto morto.

In molti insistono per sapere dove fosse stato e da dove arrivasse quella bellissima accetta. Però lui tace, e quindi resiste finché può. Infine, stremato dalla curiosità altrui, racconta tutto: a quel punto cade morto all’improvviso e l’accetta scompare nel nulla, lasciando la vedova sola.

Perché “Apiot”: l’accetta che diventa toponimo

Dopo la morte del protagonista, secondo la tradizione il casolare avrebbe preso il nome di Apiot, cioè “accetta” in piemontese. Poi, con il tempo, quel nome sarebbe rimasto attaccato al luogo fino a identificare la borgata.
È un meccanismo tipico delle leggende di valle: prima un oggetto, poi un soprannome, infine un nome che resta.

Le altre versioni: fantine, grotta stretta e dono a chi rispetta

La stessa storia circola anche in varianti, e quindi cambia protagonista ma non cambia il cuore del mito: una grotta, un temporale, un dono e un Apiot che spiega il nome.

Variante 1: il ragazzo “muto e idiota” e il pasto delle fantine

In una versione, a cercare riparo è un giovane descritto come muto e “idiota”. Nella grotta vivono le fantine (fate della valle) che, stupite dalla sua sottomissione, gli preparano un pasto e gli regalano un’accetta d’oro.
Poi il padre la rivende e, con il ricavato, costruisce una casetta a Torre Pellice chiamandola Apiot per riconoscenza: così, di conseguenza, la borgata eredita il nome.

Variante 2: le fate si ritirano in Val d’Angrogna e poi se ne vanno

Un’altra versione racconta che le fate, prima di partire definitivamente, si ritirano in una grotta stretta della Val d’Angrogna. Qui usano una piccola ascia d’oro per creare opere straordinarie da donare agli uomini. Tuttavia gli uomini le prendono in giro e invadono i loro spazi, finché le fate decidono di andarsene per sempre.

Prima di sparire, però, regalano l’accetta a un montanaro che aveva mostrato rispetto. Lui, inizialmente, non osa neppure toccarla. Poi, invece, la rivende per comprare una fattoria in un luogo meno impervio e acquista una cascina sulle rive dell’Angrogna, all’imbocco di Torre Pellice. Infine la chiama Apiot in memoria della piccola ascia: ed è così che il nome resterebbe sul territorio.

Un dettaglio che fa pensare: l’ascia “magica” e la memoria di oggetti preistorici

Non c’è un modo unico per dire quale versione sia “vera”: è una leggenda, quindi vive di tradizione orale. Però il simbolo dell’accetta non è casuale. Infatti le asce furono tra i primi manufatti della preistoria e, con l’avvento dell’agricoltura, divennero strumenti indispensabili per abbattere alberi, aprire spazi coltivabili e lavorare il legno.

Inoltre, accanto alle asce da lavoro, sono state ritrovate asce lunghe e levigate non adatte all’uso quotidiano: oggetti cerimoniali e, spesso, di scambio tra gruppi. E qui entra il contesto alpino: queste zone sono ricche di rocce verdi usate anticamente per realizzare asce pregiate. Secondo la tradizione riportata, asce in pietra verde legate ai versanti del Monviso avrebbero circolato in una rete di scambi vastissima, dalla Danimarca alla Sicilia e dall’Irlanda al Mar Nero.

Perciò non sorprende che il ricordo di oggetti “preziosi” sia sopravvissuto, ma trasformato in mito: le fantine, la grotta e la pietra che diventa oro sono il linguaggio tipico delle fiabe per parlare di valore e potere.

Come arrivare agli Appiotti: indicazioni semplici (senza giri strani)

Per raggiungere la borgata, segui la Strada Provinciale 161: passando da Luserna San Giovanni entrerai naturalmente nel territorio di Torre Pellice. La zona degli Appiotti è compresa tra via Appiotti e piazza Pietro Micca, che si trova subito prima del ponte sul torrente Angrogna.
In pratica: ponte e torrente sono il riferimento più immediato, quindi non devi “cercare a caso”.

FAQ – Domande frequenti: Appiotti, Apiot e l’accetta d’oro

Dove si trovano gli Appiotti a Torre Pellice?

La borgata è nella zona tra via Appiotti e piazza Pietro Micca, vicino al ponte sul torrente Angrogna, all’ingresso di Torre Pellice

Perché si parla di “Apiot” e cosa significa?

Apiot significa “accetta” in dialetto piemontese e, secondo la leggenda, sarebbe il nome dato al casolare (e poi alla borgata) dopo l’episodio dell’accetta d’oro

Qual è la trama della versione principale della leggenda?

Un pastore si ripara sotto una roccia durante un temporale, entra in una grotta e vede sei uomini lavorare l’oro. Resta lì un anno senza accorgersene, riceve un’accetta e viene avvisato di non rivelare il luogo; quando lo racconta, muore e l’accetta scompare

Chi sono le “fantine” nelle altre versioni?

Sono fate della valle: in una variante nutrono un giovane e gli donano un’accetta d’oro; in un’altra vivono in una grotta della Val d’Angrogna e lasciano l’ascia a un montanaro rispettoso prima di sparire

La leggenda ha un collegamento con la storia più antica delle Alpi?

Sì, almeno come interpretazione: l’accetta potrebbe richiamare la memoria di antiche asce in pietra verde e di oggetti cerimoniali e di scambio, che nel racconto popolare diventano “d’oro” e legati al soprannaturale

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Alessandro Maldera

Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende