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Chiesa dei Santi Pietro e Paolo: storia, architettura e opere a a San Pietro Val Lemina

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Da Alessandro Maldera

Febbraio 03, 2026

La Chiesa dei Santi Pietro e Paolo è una tappa sensata se stai esplorando la Val Lemina: è in pieno centro storico e, inoltre, racconta secoli di trasformazioni con dettagli ancora leggibili. Non è “solo una parrocchiale”: infatti parte da preesistenze medievali e arriva a un impianto barocco, sobrio fuori e più narrativo dentro. Qui sotto trovi la storia essenziale e cosa osservare, senza perdersi nei tecnicismi.

I dettagli che fanno capire la chiesa

– Nel centro storico di San Pietro Val Lemina, orientata est–ovest e libera su tre lati
– Origini documentate almeno dal 1123 e conferma del 1° marzo 1131
– Danni pesanti nell’assedio del 1693, riparazioni obbligate nel 1712
– Impostazione “barocco piemontese” tra 1703 e 1746; gratificazioni reali nel 1746 e nel 1761
– In facciata: San Pietro del Calosso; nel presbiterio: interventi pittorici di Michele Baretta (1958)
– Campanile a base quadrata con cuspide ottagonale: oggi intonaci molto degradati

Dove si trova e com’è “messa” nel paese

La chiesa è nel centro storico del comune di San Pietro Val Lemina. È orientata lungo l’asse est–ovest e, cosa interessante, risulta libera su tre lati; a sud confina con la casa parrocchiale, che però è distaccata dal volume della chiesa. Così l’edificio “respira” ancora nella trama del borgo, invece di restare schiacciato tra le case.

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Origini medievali: priorato benedettino e prime attestazioni (XII–XIV secolo)

Le radici sono antiche: nel XII secolo viene citata come sede di un Priorato Benedettino. Inoltre risulta esistente almeno dal 1123.
Il passaggio più chiaro è il 1° marzo 1131, quando la chiesa viene ricordata in una conferma di Amedeo di Savoia (con riserve) all’abbazia di Santa Maria di Pinerolo.
Poi, nel 1386, emerge una nota curiosa ma rivelatrice: non avrebbe mai pagato il “cattedratico” al vescovo di Torino, segno di un rapporto amministrativo particolare e, quindi, di una storia istituzionale non banale.

Cinquecento e Seicento: visite pastorali, altari e problemi al campanile

Nel 1591 compare un giudizio tecnico secco: il campanile era “mal costruito internamente nei solai”. E, nello stesso anno, una visita pastorale (30 giugno 1591) entra nei dettagli pratici della chiesa: viene ordinato di spostare vicino alla porta il battistero con catino di rame e di coprire la piramide con panno verde.
In quel momento, inoltre, risulta “di recente” la cappella del Sacramento (con una scala) e gli altari presenti vengono elencati in modo preciso: Sant’Antonio, Santi Innocenti e Sant’Agata, Croce, Beata Maria Maddalena, San Giovanni.
Più avanti, nel 1659, si attestano varie cappelle: Sant’Anna, San Antonio, Crocifisso, Rosario (e ancora Sant’Antonio), segno che l’assetto devozionale interno continuava a stratificarsi.

1693–1787: rovina, ripartenza e forma “moderna”

Nel 1693, durante l’assedio di Santa Brigida, chiesa, casa parrocchiale, campanile e cimitero vengono rovinati. Di conseguenza, nel 1712 la comunità di San Pietro Val Lemina e i “particolari” di Costagrande si obbligano a riparare gli edifici.
Da qui in poi, infatti, si va verso la chiesa attuale: intorno al 1712 l’antica chiesa di San Pietro viene sostituita dall’edificio che vediamo oggi, con impostazioni riconducibili al barocco piemontese tra 1703 e 1746. Nel 1746 è citata anche una gratificazione da parte del re, tuttavia la chiesa non rientra tra quelle di patronato regio.
Nel 1749 ricompare come parrocchiale dedicata ai Santi Pietro e Paolo, con memoria che risale almeno al 1131. E nel 1761 si ribadisce l’idea di una riedificazione “di moderna costruzione”, ancora con gratificazione reale.
Un dettaglio che “suona” come controllo e decoro: nel 1780 l’altare di San Giovanni Battista viene interdetto perché ritenuto indecente, e poi viene ristabilito nel 1782.
Sull’edificio, inoltre, compare una data chiara: 1787, riportata sul cornicione in corrispondenza del volume della sacrestia.

La facciata: sobrietà esterna, geometrie barocche

La facciata è l’unica parte finita ad arriccio tinteggiato (bianco avorio con campi crema). Il fronte è “a salienti”, su due ordini, e viene scandito da lesene e sfondati rettangolari; le due lesene centrali proseguono nella parte più alta. In basso corre una zoccolatura continua in lastre di pietra, e le lesene chiudono con capitelli lineari che richiamano l’ordine dorico.
Poi la trabeazione “si muove” in corrispondenza delle lesene e, sopra, il secondo registro si raccorda con volute impostate su pennacchi ornati da vasi in pietra scolpita.
L’ingresso è un portone ligneo a due battenti con grandi specchiature e ornamenti geometrici. In alto, in mezzeria, spicca San Pietro del Calosso, incorniciato in stucco e sormontato da un timpano triangolare sporgente.

I fianchi e le murature: finestre, intonaci e segni di usura

I fianchi mostrano due finestre per lato nei volumi più bassi e tre finestre nella parte soprastante. Le superfici degli altri fronti sono finite a rinzaffo rustico a base calce: in alcune zone è consumato e, sul lato nord, lascia intravedere la tessitura muraria e una parasta in laterizio.
E al centro della parete curva absidale, inoltre, campeggia un dipinto con Santi Pietro e Paolo, che diventa un punto di lettura immediato anche dall’esterno.

Dentro la chiesa: volte, cupola e ritmo delle navate

L’aula liturgica ha un impianto chiaro: sopra l’ambiente centrale ci sono tre volte a botte con ampie unghie per le finestre, mentre le navate laterali sono coperte da volte a crociera.
Il presbiterio è sormontato da una cupola ribassata; l’abside, invece, da una volta emiciclica. Nei pennacchi della cupola compaiono i quattro evangelisti, e questo dettaglio aiuta a capire lo sforzo decorativo interno.
I soffitti risultano lavorati con specchiature color crema bordate di rosso e motivi fitomorfi “a somiglianza degli stucchi”; inoltre gli archi sono ornati da lacunari stilizzati color verde salvia. E, lungo le pareti, una fascia dipinta con vegetali e angeli che annunciano le Lodi Lauretane crea continuità visiva.

Altari laterali, cantoria e organo

Nella navata laterale sinistra, accanto al presbiterio, si trova l’altare in marmo dedicato alla Madonna del Rosario. Sul lato opposto è collocato l’altare del Sacro Cuore di Dio, anch’esso in marmo, con dossale affrescato.
In controfacciata, invece, è addossata la bussola; sopra, la cantoria ospita un imponente organo a canne, che domina lo spazio e “chiude” la prospettiva interna.

Presbiterio e altare maggiore: finti marmi e pitture del Novecento

L’altare maggiore combina elementi sagomati e finiture a imitazione di marmi: verde Issorie, rosso marezzato e giallo Siena. Il tabernacolo centrale è sormontato dal crocifisso e da numerosi candelabri argentati.
Sulle pareti del presbiterio, inoltre, compaiono due scene bibliche realizzate da Michele Baretta con tecnica a idropittura nel 1958: una Madonna con Santi e una Coena Domini, entrambe indicate in buono stato di conservazione.
Sul fronte absidale, invece, spicca l’imponente dossale con la pala d’altare: Santi Pietro e Paolo ai piedi della Madonna con Bambino. E, per completare il quadro, sono citati anche dipinti interni del Calosso (1909) e del Baretta (1953), mentre sulla facciata torna il già citato Santo Protettore del Calosso.

Pavimenti: pietre locali e disegni geometrici

La pavimentazione dell’aula usa lastre rettangolari di pietra di Barge lungo il corridoio centrale. Ai lati, invece, compaiono lastre quadrate di pietra di Luserna posate in diagonale.
Il presbiterio è separato dal resto dell’aula da una balaustra a semicerchio e due gradini; qui il pavimento cambia in cementine esagonali prevalentemente beige, con inserti rosso e nero fumo che formano un disegno geometrico.

Struttura e coperture: pianta composta, catene e materiali

L’edificio ha pianta composta con abside emiciclica: un corpo centrale più alto (tetto a capanna) e due volumi laterali più bassi con spioventi propri. Le murature perimetrali sono in pietre miste a laterizi, legate con malta di calce.
Sono presenti tre catene di rinforzo in corrispondenza degli archi della navata centrale, e altre catene anche in corrispondenza degli ambulacri laterali: quindi la stabilità è stata affrontata con interventi “di contenimento” tipici degli edifici storici.
Quanto alle coperture: navata centrale e sacrestia in lose, mentre le navate laterali risultano in coppi.

Il campanile: quattro livelli e cuspide ottagonale

Il campanile, a base quadrata, si colloca sul lato nord. Le superfici intonacate a base calce oggi appaiono estremamente degradate e lacunose. La torre è articolata in quattro livelli, separati da cornici lineari in laterizio poco sporgenti.
Alla base si apre una piccola feritoia; sopra compare un oculo da cui è visibile l’orologio. Il livello superiore, ornato da lesene angolari, ospita le quattro monofore per le campane. In alto, una cornice aggettante sagomata in laterizio e pietra chiude la cella campanaria, mentre la cuspide è ottagonale, con i quadranti dell’orologio, coperta da una guglia rivestita in rame e culminante con croce e banderuola.

Perché si parla di “barocco piemontese” qui

Qui il barocco non è quello “carico” delle grandi città: spesso, infatti, nelle valli pinerolesi (Pellice, Chisone, Germanasca) si nota una scelta di esterni essenziali e un uso controllato dell’ornato, anche dentro. Questo stile si lega al contesto successivo alle guerre di religione: si costruisce e si ricostruisce per consolidare la presenza cattolica, ma con una misura che risente anche di cantieri di confine e di tecnici abituati alle fortificazioni.
Allo stesso tempo, nelle zone di pianura tra Pinerolo e Torino alcune chiese coeve assumono forme più ricche, perché “tirate” dall’onda dei cantieri della capitale. Qui, invece, la cifra resta più sobria fuori e più articolata nel sistema interno di volte, cornici e cicli pittorici.

Perché si parla di “barocco piemontese” qui

Qui il barocco non è quello “carico” delle grandi città: spesso, infatti, nelle valli pinerolesi (Pellice, Chisone, Germanasca) si nota una scelta di esterni essenziali e un uso controllato dell’ornato, anche dentro. Questo stile si lega al contesto successivo alle guerre di religione: si costruisce e si ricostruisce per consolidare la presenza cattolica, ma con una misura che risente anche di cantieri di confine e di tecnici abituati alle fortificazioni.
Allo stesso tempo, nelle zone di pianura tra Pinerolo e Torino alcune chiese coeve assumono forme più ricche, perché “tirate” dall’onda dei cantieri della capitale. Qui, invece, la cifra resta più sobria fuori e più articolata nel sistema interno di volte, cornici e cicli pittorici.

FAQ – Soluzioni utili su storia e interni della parrocchiale

È una chiesa medievale o barocca?

È entrambe, però in modo diverso: le origini sono medievali (attestazioni dal 1123 e dal 1131), mentre l’edificio che vedi oggi ha un’impostazione soprattutto settecentesca con caratteri del barocco piemontese.

Cosa vale la pena guardare subito sulla facciata?

Prima di tutto il portale ligneo e, sopra, la figura di San Pietro del Calosso. Poi osserva la facciata a due ordini: lesene, trabeazioni, volute e i vasi in pietra scolpita.

Quali sono gli elementi più riconoscibili all’interno?

Le volte (botte al centro e crociere laterali), la cupola ribassata del presbiterio con i quattro evangelisti e, inoltre, la cantoria con il grande organo a canne.

Perché si vede la data 1787 sul cornicione?

È riportata sul cornicione in corrispondenza del volume della sacrestia: quindi funziona come “marcatore” cronologico di una fase costruttiva o di completamento legata a quell’area.

Quando conviene provare a visitarla dentro?

Se vuoi vedere bene decorazioni e altari, conviene passare quando la chiesa è aperta per funzioni o attività parrocchiali; in alternativa, verifica tramite contatti locali perché l’apertura può variare.

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Alessandro Maldera

Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende