Nuto Revelli: la vita, i libri e la memoria di un piemontese tra Cuneo e Torino

Da Alessandro Maldera
Gennaio 21, 2026

Nuto Revelli (Benvenuto Revelli) è uno di quei nomi che in Piemonte tornano sempre. Infatti unisce tre vite in una: ufficiale degli Alpini in Russia, comandante partigiano, poi scrittore e ricercatore “autodidatta” delle voci dal basso. E Torino, con l’Università, Einaudi e i riconoscimenti, è uno snodo continuo della sua storia. Anche nell’area torinese la sua eredità si incrocia con scuola, memoria pubblica e cultura civile.
Chi era Nuto Revelli: origini e formazione
Nuto Revelli nasce a Cuneo il 21 luglio 1919, ultimo di quattro figli. La famiglia è di media borghesia: il padre Ermete lavora come funzionario alla Cassa di risparmio di Cuneo, la madre è Maria Girardi.
Si diploma geometra all’istituto tecnico F.A. Bonelli di Cuneo. Poi, nel 1939, entra nella Regia Accademia Militare di Modena. Quindi parte la vita “in divisa”, anche se più tardi lui dirà che quella divisa, dopo la guerra, la avrebbe odiata.
La guerra di Russia: Don, ferite e ritirata
Nel luglio 1942, da sottotenente (poi tenente), viene inviato sul fronte russo con la Divisione alpina Tridentina, 5° reggimento alpini, battaglione Tirano. Inoltre, nel racconto più dettagliato della sua carriera, risulta volontario con la 2ª Divisione alpina Tridentina.
Il 19 settembre 1942 viene ferito al braccio. Per il comportamento in combattimento ottiene una medaglia d’argento al valor militare e la promozione a tenente per merito di guerra. Tuttavia insiste per tornare in linea, e rientra sul Don, a Belogor’, vivendo poi la tragedia della ritirata.
Tra il 16 gennaio 1943 e il 4 febbraio 1943 attraversa in prima persona le fasi più dure della ritirata di Russia, partecipando anche alla battaglia di Nikolaevka. È qui che, infatti, vede morire o scomparire la maggior parte degli uomini che erano con lui.
Rientra in Italia il 17 marzo 1943. Ha postumi di congelamento e una grave pleurite, quindi viene ricoverato e resta in convalescenza fino all’Armistizio dell’8 settembre 1943.
Dopo l’8 settembre: Resistenza, bande e ferite
Dopo l’armistizio, Revelli ha ormai un’ostilità netta verso il regime e uno sguardo critico sull’esercito. Quindi entra nella Resistenza.
All’inizio organizza una formazione spontanea chiamata Compagnia rivendicazione caduti (in un’altra ricostruzione: 1ª Compagnia rivendicazione caduti). Poi, però, si collega sempre di più alle formazioni di Giustizia e Libertà e alla Banda Italia Libera del Cuneese.
- Il 7 febbraio 1944, dopo il convegno di Valloriate, entra nella Banda Italia Libera
- A fine mese, dalle bande con base a Paraloup, nasce la IV Banda sotto il suo comando
- La IV Banda opera nel Vallone dell’Arma sopra Demonte, poi si sposta in Val Vermenagna
- Sotto il suo comando, inoltre, supera senza perdite la durissima offensiva tedesca Aktion Tübingen (20–29 aprile 1944)
In quel periodo compone anche un canto partigiano: Pietà l’è morta (nato come Bandiera nera). E, durante una sosta, gli uomini della IV Banda creano La Badoglieide.
Ai primi di agosto 1944 Revelli viene nominato comandante della Brigata Valle Stura “Carlo Rosselli”. Quindi contrasta la spinta tedesca verso il Colle della Maddalena e, a fine mese, sconfina in Francia collaborando con le forze alleate. In quei passaggi cadono anche Giuseppe Scagliosi e Arrigo Guerci.
Il 24 settembre 1944 subisce gravissime lesioni al volto durante un’azione di collegamento. Da lì iniziano molte operazioni chirurgiche, prima a Nizza e poi a Parigi. Quelle ferite gli cambiano la fisionomia per sempre, con una forte asimmetria del volto.
Il 26 aprile 1945 rientra in Italia attraverso la Valle Maira e partecipa alla liberazione di Cuneo.
Il dopoguerra: famiglia, congedo e lavoro “da civile”
Nel maggio 1945 sposa Anna Delfino, compagna di tutta la vita e figura di riferimento. Nel 1947 nasce il figlio Marco (diventerà storico e sociologo).
Revelli ottiene diverse decorazioni e, oltre alle due medaglie d’argento legate alla guerra, risulta anche una terza medaglia d’argento per l’attività partigiana (con motivazione riferita al periodo settembre 1943 – settembre 1944). Inoltre riceve due promozioni per merito di guerra.
Dopo il conflitto ottiene di essere collocato nella riserva e poi in congedo definitivo dal luglio 1949, con motivazione ufficiale “grave stato di salute”. Però lui chiarisce che la vera ragione è un’altra: l’esperienza lo ha portato a “odiare la divisa”, giurando a sé stesso di non indossarla più.
Scrive ad Aldo Garosci nel maggio 1948 che il partigianato gli ha cambiato non solo il volto, ma anche la testa, e che parlare di divise e onor militare gli fa “venir freddo”.
A quel punto deve reinventarsi: prova prima come geometra. Poi, invece, avvia una ditta di compravendita di ferro: Nuto Revelli – Ricuperi metallici, attività che porterà avanti fino al 1978, ampliandola nel tempo.
Il “culto della memoria”: perché comincia a scrivere
Parallelamente al lavoro, cresce in lui una necessità: testimoniare per non dimenticare. E lo dice in modo netto: ha “il culto della memoria”, e in uno dei momenti più drammatici della guerra giura a sé stesso di non dimenticare, promettendo di mantenere quella promessa.
Da qui nascono due filoni, strettamente intrecciati:
- la guerra (Russia e Resistenza)
- le “voci dal basso” del mondo contadino povero, i “sordomuti” della storia, come li chiamerà più volte
I libri sulla guerra: diari, testimonianze, lettere
I primi lavori ricostruiscono la guerra in prima persona e tramite gli altri. Inoltre saranno pubblicati e riediti con Einaudi, che diventa il suo editore di riferimento.
- Mai tardi. Diario di un alpino in Russia: pubblicato nel 1946 a Cuneo (Panfili), poi riedito a Torino da Einaudi nel 1967
- La guerra dei poveri (1962): unisce esperienza del fronte russo e vicenda partigiana
- La strada del davai (1966): raccoglie, stenografandole, testimonianze di reduci della prigionia in Russia; verrà anche ripubblicato con introduzione di Marco Balzano (edizione Einaudi 2020)
- L’ultimo fronte (1971): epistolari e ultime lettere alle famiglie di caduti e dispersi, soprattutto dal fronte russo
- La ritirata italiana in Russia (saggio in Trent’anni di storia italiana, 1915–1945, Einaudi 1961)
- La campagna di Russia: racconti, testimonianze, ricordi (Mondadori, 1975)
Qui, infatti, Revelli insiste su una cosa: far parlare chi non è stato ascoltato, senza trasformare la tragedia in retorica.
Le “voci dal basso”: Il mondo dei vinti e L’anello forte
Entrando nelle case della campagna povera del Cuneese, sulle tracce dei suoi alpini, matura un’altra urgenza: raccontare la vita contadina che sta sparendo. Quindi registra, ascolta e raccoglie testimonianze per anni.
Nascono così due libri decisivi (entrambi a Torino):
- Il mondo dei vinti (Torino 1977): una selezione che, nel complesso, supera le cinquecento storie di vita contadina, organizzate per aree (pianura, collina, montagna, Langhe)
- L’anello forte (Torino 1985): affondo sulle figure femminili e, in particolare, sulle “calabrotte”, spose dal Sud arrivate tramite matrimoni combinati
Le testimonianze, questa volta, vengono registrate su magnetofono. Ed è proprio questo metodo che lo rende un riferimento per le fonti orali anche fuori dall’Italia.
Revelli, però, tiene a precisare una cosa: non si definisce storico, sociologo o antropologo. Anzi dice chiaramente di essere un autodidatta della ricerca, una persona che vuole capire la società in cui vive.
Gli ultimi libri: indagini, biografie morali e lezioni a Torino
Negli anni successivi escono lavori che allargano lo sguardo e, allo stesso tempo, lo rendono più riflessivo.
- Il disperso di Marburg (Torino 1994): indagine meticolosa su un soldato tedesco ricordato come “buono”; qui Revelli affronta anche il proprio pregiudizio antitedesco, radicato nell’esperienza giovanile
- Il prete giusto (Torino 1998): lunga storia di vita di un curato di campagna dal percorso “ribelle”
- Le due guerre (Torino 2003, a cura di Michele Calandri): nasce da un ciclo di lezioni su fascismo, guerra e Resistenza tenute nel 1986 all’Università di Torino su invito di Giorgio Rochat
In un’altra ricostruzione, inoltre, Revelli tiene un ciclo di lezioni all’Università di Torino nell’anno accademico 1984–1985. E quando gli chiedono come vuole essere definito, risponde spiazzando tutti: “Geometra, io sono un geometra”.
Impegno civile: Cuneo, Piemonte e la denuncia dei “disastri annunciati”
Revelli non è solo scrittura. Infatti, fin dalla Liberazione diventa un punto di riferimento negli ambienti laico-democratici di Cuneo, anche perché dopo il 1953 muore accidentalmente Dante Livio Bianco, suo “maestro” nella guerra partigiana.
Non si lega davvero a un partito, soprattutto dopo lo scioglimento del Partito d’Azione. Però resta un catalizzatore di idee e progetti politici e culturali. Per esempio:
- nel 1956 contribuisce alla ripresa della testata La Sentinella delle Alpi
- nel 1958 partecipa al comitato antifascista Cuneo brucia ancora, nato contro un tentativo di comizio del MSI
- nel 1964, con l’amministrazione provinciale, contribuisce alla fondazione dell’Istituto storico della Resistenza di Cuneo, a cui resterà legato
Inoltre si batte a lungo per provvedimenti a favore dei reduci, perché l’abbandono lo indignava. E porta spesso la sua voce nelle scuole, senza smettere fino agli ultimi anni.
Nel 1994 scrive anche un intervento forte sul dissesto: “tre giorni di pioggia torrenziale e avviene il disastro”, accusando l’errore di aver trasformato migliaia di montanari, esperti nella manutenzione del territorio, in operai generici.
Torino come snodo: premi, laurea honoris causa e “Sull’ignoranza”
Negli anni Ottanta e Novanta riceve premi e riconoscimenti. E Torino torna centrale:
- Premio Grinzane Cavour – Premio Speciale (1986) per L’anello forte
- partecipazione nel 1987 alla Commissione ministeriale Leopoli sul presunto eccidio di soldati italiani nel settembre 1943 da parte tedesca, conclusa con una sua polemica relazione di minoranza
- 29 ottobre 1999: laurea honoris causa dall’Università di Torino in Scienze dell’Educazione
Il discorso tenuto in quell’occasione, Sull’ignoranza, viene presentato come una sorta di testamento morale. E il messaggio è semplice e duro: voleva che i giovani sapessero e capissero, e temeva una crescita nell’ignoranza come quella della sua “generazione del Littorio”.
La Fondazione Nuto Revelli e l’archivio
Revelli muore a Cuneo il 5 febbraio 2004, dopo una lunga malattia. È tumulato nel cimitero di Spinetta, frazione di Cuneo, accanto alla moglie.
Dopo la sua scomparsa nasce la Fondazione Nuto Revelli, con sede nella casa di Cuneo dove ha vissuto e dove viene conservato l’archivio. Inoltre, nel 2006, eredi e amici danno vita alla Fondazione in forma onlus.
L’attività della Fondazione interpreta il suo lascito come ponte tra memoria e presente. Per esempio:
- il progetto audiovisivo Il popolo che manca, che “riveste” le voci contadine con immagini contemporanee dei luoghi
- il recupero delle baite di Paraloup (borgata di Rittana, Valle Stura), sede tra settembre 1943 e primavera 1944 della banda Italia Libera di Giustizia e Libertà; dal 2010 diventa centro di incontri e manifestazioni
Le sue opere, infine, vengono ristampate più volte, spesso anche in edizione scolastica, e tradotte in francese, inglese, tedesco e giapponese.
Cultura di massa: canzoni e reinterpretazioni
L’eredità di Revelli entra anche nella musica:
- il rocker Massimo Priviero scrive due canzoni dedicate a lui: La strada del davai e Pane, giustizia e libertà (ripresa anche dai Gang in La rossa primavera)
- Pietà l’è morta viene interpretata, tra gli altri, dai Modena City Ramblers (in Appunti partigiani) e dai Gang (in La rossa primavera)
Onorificenze (in sintesi)
Tra i riconoscimenti risultano:
- Medaglie d’argento al valor militare con motivazioni riferite al fronte del Don (25 settembre 1942), alla Russia (17–26 gennaio 1943) e all’attività partigiana (settembre 1943 – settembre 1944)
- Croce al merito di guerra
- Medaglie commemorative della guerra 1940–1943 e della Liberazione 1943–1945
- Distintivo d’onore per i patrioti “Volontari della libertà”
- Promozione per merito di guerra due volte
FAQ – Nuto Revelli e sulla sua eredità civile
È nato a Cuneo il 21 luglio 1919, in una famiglia di media borghesia cittadina
Fu ufficiale degli Alpini con la Tridentina sul fronte russo nel 1942; visse la ritirata dal Don nel gennaio 1943 e partecipò anche alla battaglia di Nikolaevka
Dopo l’8 settembre 1943 entra nella Resistenza, prima con una sua formazione e poi nelle formazioni di Giustizia e Libertà e nella Banda Italia Libera nel Cuneese
Soprattutto Il mondo dei vinti (1977) e L’anello forte (1985), costruiti su testimonianze raccolte e registrate in Piemonte
Torino è un passaggio costante: molte opere escono a Torino (Einaudi), inoltre tiene lezioni all’Università di Torino e riceve la laurea honoris causa nel 1999

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



