Tutta colpa di Giuda: perché il film di Ferrario è un unicum nel cinema italiano

Da Alessandro Maldera
Gennaio 15, 2026

Il film “Tutta colpa di Giuda” (2009), diretto da Davide Ferrario, è uno dei progetti più originali del cinema italiano degli anni Duemila. Girato quasi interamente nel carcere delle Vallette di Torino, mescola commedia, musica, riflessione religiosa e documentario, coinvolgendo veri detenuti e utilizzando la città come sfondo di conflitti interiori e piccole rivoluzioni personali.
Attraverso una storia insolita e a tratti surreale, il film indaga la possibilità di trasformare un luogo di chiusura in uno spazio creativo, anche solo per la durata di uno spettacolo.
Le location più riconoscibili
• Passerella olimpica del Lingotto
• Via Accademia delle Scienze
• Piazza Emanuele Filiberto
• Via Maria Vittoria
• Via delle Orfane
La trama: una Passione teatrale che cambia tutte le regole (SPOILER)
La protagonista è Irena, regista teatrale chiamata dal cappellano don Iridio a mettere in scena una Passione di Cristo all’interno del carcere delle Vallette. Inizialmente pensa a un’esperienza professionale come tante, ma il progetto si trasforma presto in un laboratorio umano che modifica profondamente lei e chi la circonda.
Irena deve conquistare la fiducia dei detenuti, affrontando diffidenze, ironie e paure. Nello stesso tempo tenta di chiudere definitivamente la relazione logora con il compagno attore Cristiano, mentre cresce un’intesa imprevista con il direttore del carcere, Libero Tarsitano.
Il problema più grande emerge però quando bisogna distribuire i ruoli:
nessuno vuole interpretare Giuda, perché tradimento e infamia hanno un peso enorme nel linguaggio del carcere. Ne nasce un blocco creativo che sembra insormontabile, aggravato dalla presenza inflessibile – e irresistibilmente comica – di suor Bonaria.
La svolta arriva quando Irena decide di riscrivere la storia, immaginando una Passione senza tradimento e senza morte, una versione “che finisce bene”. I detenuti accolgono l’idea con entusiasmo, trasformando lo spettacolo in un modo per reagire alla propria condizione, anche se il progetto si interrompe bruscamente con l’arrivo dell’indulto.
Temi centrali: fede, creatività e identità oltre le sbarre
Il film esplora temi universali utilizzando il linguaggio del musical e della commedia:
- incomunicabilità tra mondi diversi
- identità sospese tra colpa e desiderio di riscatto
- religione come spazio simbolico, più che dogmatico
- arte come possibilità di confronto, anche se non risolve i conflitti
- carcere come microcosmo dove si negoziano ogni giorno regole, rispetto e sopravvivenza
Ferrario non giudica: osserva, ascolta e mostra come la creatività possa scardinare, anche solo temporaneamente, la rigidità dello spazio carcerario.
La Torino del film: tra Vallette e centro storico
Torino non è uno sfondo neutro: è una città che accoglie e respinge allo stesso tempo, una metropoli dove si incontrano istituzioni rigide e luoghi di passaggio, perfetti per la storia.
Tra i principali set utilizzati per le riprese compaiono:
- Carcere delle Vallette – cuore narrativo e simbolico del film
- Passerella olimpica del Lingotto – spazio sospeso, usato per transizioni e movimenti di Irena
- Via Accademia delle Scienze
- Piazza Emanuele Filiberto
- Via Maria Vittoria
- Via delle Orfane
Torino appare invernale, geometrica, trattenuta: un contesto che amplifica la tensione tra creatività e costrizione, fede e dubbio, regole e libertà immaginata.
Ritmo, stile e linguaggio cinematografico
Il film è il primo in Italia girato con la telecamera ad alta definizione Genesis, scelta che dà alle immagini una lucentezza particolare, mescolando registri diversi:
- video digitali “sporchi” stile documentario
- sequenze musicali
- riprese narrative pulite e luminose
Ferrario dirige attori professionisti insieme a venti detenuti reali, lasciando spazio all’improvvisazione e costruendo una struttura corale che procede più per intuizioni che per sceneggiatura rigida.
La colonna sonora: un musical fuori dagli schemi
La musica è fondamentale: i brani di Marlene Kuntz, Fabio Barovero, Gianni Maroccolo e altri autori torinesi creano un tessuto sonoro che accompagna la trasformazione dei personaggi.
Il brano più noto è Canzone in prigione, scritto appositamente dai Marlene Kuntz, autentico manifesto emotivo dell’intero film.
Il significato del titolo
Qui, “Giuda” è il simbolo di una colpa che nessuno vuole portare, ma anche di un sistema che tende a semplificare, etichettare e condannare.
Il film propone invece un atto di immaginazione: riscrivere la storia per provare, almeno una volta, a non condannare nessuno.
FAQ – Dubbi, domande e dettagli sul set nelle Vallette
Principalmente nel carcere delle Vallette di Torino, con alcune scene nel centro città e al Lingotto.
Sì: è una commedia con musica che unisce teatro, canzoni e momenti surreali.
Sì, Ferrario ha coinvolto veri detenuti e agenti del carcere, che compaiono come sé stessi.
La città riflette il conflitto tra rigidità e creatività: è la cornice ideale per una narrazione che parla di identità e possibilità.
Il film invita a immaginare un modo diverso di raccontare la colpa e il perdono, mettendo al centro la dignità delle persone.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



