Anselmo I di Savoia: l’Aleramico che segna il Monferrato e sfiora Torino nei documenti

Da Alessandro Maldera
Aprile 30, 2026

Anselmo I di Savoia (morto nel 998) fu un nobile della dinastia franca degli Aleramici e succedette al padre Aleramo come marchese nell’area che, tra Liguria e Piemonte, avrebbe poi alimentato la grande storia del Monferrato. La sua figura interessa Torino non perché “governi” la città, ma perché alcuni atti monastici e scelte ecclesiastiche del suo ambiente toccano l’orbita dei vescovi piemontesi, compreso Torino. Inoltre è considerato il capostipite del ramo “anselmiano”, da cui derivano diverse linee marchionali.
Date chiave di Anselmo I e gli Aleramici
Prima del 983 – Anselmo, figlio di Aleramo, emerge come erede effettivo dopo la morte senza discendenza del fratello maggiore Guglielmo
983 – È attestata la sua presenza alla corte imperiale a Ravenna nel placito dell’anno, dove risulta indicato come marchese
Fine X secolo – Alla morte di Aleramo subentra come riferimento principale della Marca Aleramica, con titoli legati a Savona e all’area del Monferrato
Fine X secolo – Sposa Gisla di Milano, figlia del marchese Adalberto I, creando un legame dinastico con gli Obertenghi
4 maggio 991 – Nell’atto di fondazione del monastero di San Quintino di Spigno risulta cofondatore con Gisla e con i nipoti, in memoria del fratello Ottone già deceduto
Fine X secolo – Attorno agli atti monastici si sviluppa il dibattito storiografico su una possibile perdita o meno del favore ottoniano, legata ai rapporti con l’area di Acqui e a Visone
998 – Muore Anselmo I; la sua linea è considerata origine del ramo “anselmiano” degli Aleramici (Savona, Del Vasto, Del Bosco, Sezzadio)
Chi era Anselmo I di Savoia e che posto occupa negli Aleramici
Anselmo era figlio di Aleramo. Il fratello maggiore Guglielmo morì senza discendenza prima del padre; di conseguenza Anselmo divenne il maggiore tra i figli sopravvissuti e finì per ereditare il titolo marchionale. Le fonti lo descrivono come secondogenito, ma allo stesso tempo come erede effettivo proprio per la scomparsa del primogenito.
È importante perché apre una linea dinastica specifica: il ramo detto “anselmiano” degli Aleramici. Da questa linea, infatti, derivano i marchesi di Savona, del Vasto, del Bosco e di Sezzadio, con ulteriori ramificazioni.
Perché interessa Torino e il Piemonte
Qui il punto è semplice: l’azione politica e patrimoniale degli Aleramici si muove su un asse che include il Monferrato e varie aree oggi piemontesi. Inoltre, in un caso significativo, si ricorda che un monastero fondato dal padre di Anselmo (Grazzano) venne affidato alla cura pastorale del vescovo di Torino, scelta che mostra come il baricentro ecclesiastico e politico non fosse solo ligure, ma anche piemontese.
La sua storia è utile per leggere come, già nel X secolo, le grandi famiglie marchionali intrecciassero Liguria e Piemonte in modo strutturale.
I documenti in cui compare: Grazzano e San Quintino di Spigno
Anselmo compare insieme al padre Aleramo e alla matrigna Gerberga d’Ivrea in due atti importanti: una donazione al monastero di Grazzano e un atto relativo all’abbazia di San Quintino di Spigno, effettuato a Visone.
Questi riferimenti contano perché, nel Medioevo, gli atti monastici sono spesso “fotografie” di potere: dicono chi firma, chi garantisce, chi protegge. E, di conseguenza, aiutano a capire dove si stava spostando l’equilibrio territoriale tra Marca, contea e diocesi.
Il matrimonio con Gisla di Milano e il legame con gli Obertenghi
Anselmo sposò Gisla di Milano, figlia del marchese Adalberto I di Milano e Genova, a sua volta figlio di Oberto I, capostipite degli Obertenghi. Questo matrimonio non è un dettaglio ornamentale: infatti collega gli Aleramici a una delle tre grandi dinastie marchionali liguri dell’epoca, insieme agli Arduinici e agli stessi Aleramici.
In pratica, non è solo un’unione familiare: è un pezzo di geopolitica medievale, costruita con alleanze dinastiche.
Marchese di Savona e del Monferrato: il rapporto con l’Impero
Alla morte di Aleramo, Anselmo è indicato come marchese dell’intera Marca Aleramica. In un momento successivo anche il fratello Ottone compare con lo stesso titolo, ma Anselmo è quello che appare per primo come figura principale.
Un dato concreto è la sua presenza, attestata sulla base dei documenti del placito del 983, alla corte imperiale di Ravenna, dove viene indicato come marchese (forse già succeduto al padre o sul punto di farlo). Inoltre, dopo la morte dell’imperatore collegato a quel contesto, Anselmo rimase fedele all’assetto imperiale che faceva capo a Ottone III, allora minorenne. La reggenza era nelle mani dell’imperatrice Adelaide, la stessa che in precedenza aveva favorito l’investitura marchionale di Aleramo.
Quindi, almeno in questa fase, la famiglia sembra mantenere un profilo alto agli occhi dell’Impero.
La questione “spinosa”: perse o non perse il favore ottoniano?
Qui la storia non è lineare, e va raccontata senza barare.
Secondo alcuni studiosi, l’atto di fondazione del monastero di San Quintino di Spigno (datato 4 maggio 991) indicherebbe una possibile perdita di favore imperiale: in quel documento, infatti, Gisla risulta sotto la protezione del conte di Acqui, Gaidaldo, e l’atto è siglato nel castello di Visone, vicino ad Acqui. Poiché Acqui in precedenza rientrava nella sfera aleramica, questo elemento è stato interpretato come il segno di una sottrazione di territorio e quindi di prestigio.
Tuttavia altri studiosi leggono la scena in modo diverso: Gaidaldo sarebbe stato un conte investito dagli Aleramici e la scelta di Visone sarebbe stata un modo per sottrarre il nuovo monastero all’influenza del vescovo di Acqui, affidandolo invece alle cure del vescovo di Savona. E qui torna un parallelo interessante: già il monastero di Grazzano, fondato da Aleramo, sarebbe stato affidato al vescovo di Torino, sottraendolo a quello di Vercelli. Di conseguenza, in questa lettura, non si tratta di debolezza, ma di una strategia ecclesiastica e territoriale.
Risultato: le interpretazioni divergono, e il punto serio è tenerle entrambe sul tavolo.
Anselmo e la memoria dinastica: la fondazione di San Quintino di Spigno
Nell’atto di fondazione del monastero di San Quintino di Spigno, Anselmo risulta cofondatore insieme alla moglie Gisla e ai nipoti, in memoria del fratello minore Ottone, che a quella data risulterebbe già deceduto.
È un passaggio importante perché mostra come fondazione religiosa e memoria familiare viaggiassero insieme: non solo devozione, ma anche costruzione della legittimità dinastica.
Discendenza: i figli e i rami che toccano anche il Piemonte
Anselmo e Gisla ebbero più figli, e da loro si formarono linee che interessano direttamente anche il Piemonte.
- Anselmo II, marchese di Savona (morto prima del 1055), sposò la cugina Adelasia di Milano (figlia di Alberto Azzo I). Da questa coppia nacquero Anselmo III (marchese di Savona) e Ugo II, ricordato come primo marchese del Bosco.
- Ugo I è citato una sola volta, in un documento del 1014, definito “clerico”. Tuttavia non prese i voti: questa definizione gli venne attribuita perché aveva un’istruzione, cosa rara per l’epoca. Dopo la morte di Enrico II, andò in Francia per offrire la corona italica, a nome di vari maggiorenti italiani, prima a Roberto II (o ai suoi figli) e poi a Guglielmo V d’Aquitania (o ai suoi figli). L’ambasceria fallì e Corrado II cinse la corona. Non ebbe figli.
- Oberto I (morto circa nel 1030) fondò la breve linea marchionale di Sezzadio. Ebbe figli Guido I, Oberto II (che sposò una Beatrice) e Adalberto. Oberto II ebbe una figlia, Donella, che sposò Ottone, conte di Ventimiglia. Guido I ebbe una figlia Adelaide (sposata a un Brunone) e un figlio, Guido II (attivo attorno al 1106), che a sua volta ebbe tre figli: Oberto III, Adalberto (forse morti giovani) e Adalberto Alamanno, morto senza prole e ultimo della linea dei Sezzadio.
- Ermengarda sposò Amelgauso di Rozo.
In passato si ipotizzava anche un ulteriore figlio, padre di due vescovi, ma oggi questa informazione non è considerata credibile.
Perché Anselmo I conta per la storia del Piemonte
Anselmo I interessa perché si colloca all’origine di una rete marchionale che, nei secoli, avrebbe inciso su aree chiave del Piemonte (Monferrato e ramificazioni). Inoltre la sua vicenda mostra il metodo tipico dell’epoca: alleanze matrimoniali, fondazioni monastiche, gestione delle diocesi e rapporto con l’Impero.
E, soprattutto, mette in scena un fatto utile per chi racconta il territorio: già nel X secolo, tra Liguria e Piemonte, i confini erano più “politici” che geografici. Quindi sì, Anselmo non è “torinese”, però aiuta a capire perché Torino e il Piemonte finiranno per contare così tanto nelle grandi trame dinastiche del Nord-Ovest.
Anselmo I: risposte rapide e pulite
Il nome ricorre in varie forme, ma nei contenuti qui trattati Anselmo è presentato come membro degli Aleramici e marchese nell’area tra Savona e Monferrato. Quindi, più che l’etichetta, conta la sua collocazione dinastica: Aleramici.
Perché la sua linea dinastica e i suoi titoli toccano il Monferrato e perché alcune dinamiche monastiche e diocesane richiamano l’orbita ecclesiastica piemontese, compresa Torino.
Nel placito del 983 Anselmo risulta presente alla corte imperiale di Ravenna ed è indicato come marchese, segno di un riconoscimento alto nel contesto imperiale.
Non c’è una lettura unica: alcuni studiosi lo ipotizzano sulla base del documento del 991 legato a San Quintino di Spigno; altri interpretano gli stessi elementi come una scelta strategica, non come un declino.
Dal suo ramo derivano varie linee: tra le principali, quella dei marchesi di Savona e la linea di Sezzadio, oltre alle ramificazioni collegate al Bosco.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



