Mario Costa il partigiano Tempesta: chi era, dove combatté e perché la sua storia pesa ancora nella memoria della Resistenza

Da Alessandro Maldera
Aprile 18, 2026

La storia di Mario Costa il partigiano Tempesta appartiene a quella parte della Resistenza che colpisce più duro. Infatti, mette al centro un ragazzo molto giovane, la montagna, una scelta netta e una morte in combattimento
I punti fermi della vicenda
– Nel materiale disponibile compaiono però anche dati ufficiali riferiti a un Mario Costa nato nel 1928, con nome di battaglia Fulmine
– Le testimonianze orali, invece, ricordano un ragazzo nato nel 1925, studente a Lombriasco, molto legato alla montagna e alla scelta partigiana
– Il nucleo storico più forte e coerente riguarda il suo combattimento sul Génévris durante il grande rastrellamento nazifascista dell’estate 1944
– Proprio per questo la sua figura resta legata soprattutto alla memoria resistenziale della Val Chisone e dell’alta Val di Susa
Chi era Mario Costa
Dentro la memoria resistenziale dell’alta valle, Mario Costa appare come un ragazzo giovanissimo, energico e già immerso nella scelta partigiana nell’estate del 1944. Le testimonianze lo descrivono come un giovane molto vivace, amante dell’aria aperta, con una forte voglia di vivere. E con un carattere che lasciava il segno. Inoltre viene ricordato come legato a un gruppo di ragazzi dell’area cattolica torinese che salirono in montagna scegliendo la lotta armata.
In questo quadro familiare compaiono anche la sorella Celestina e il padre Nino Costa, figura vicina alla poesia piemontese. Proprio da questa rete di relazioni nasce anche una parte importante della memoria successiva. La morte di Mario, infatti, verrà raccontata non soltanto come un episodio militare, ma anche come una frattura privata violentissima.
Un ragazzo giovane, studente e già dentro la guerra
Nelle testimonianze raccolte, Mario Costa viene ricordato come un ragazzo che studiava a Lombriasco, in un istituto salesiano di agraria. Inoltre chi lo ricorda insiste su un punto molto umano: nonostante la giovane età, aveva intelligenza, vivacità e una presenza che restava impressa.
Allo stesso tempo, quel ragazzo non era fuori dalla guerra. Era già dentro una generazione schiacciata dalla leva, dalla scelta tra obbedienza e renitenza, e dal crollo violento dell’Italia fascista. Proprio per questo viene descritto come renitente, mentre altri coetanei, magari di pochi mesi più giovani, non erano ancora formalmente chiamati. Quindi la sua scelta partigiana non nasce in astratto, ma dentro una stretta concreta: età, guerra, montagna e impossibilità di restare neutrali.
Il contesto: la zona libera tra Val Chisone e alta Val di Susa
Per capire davvero la sua morte, bisogna prima guardare il contesto militare in cui si mosse. Dopo i rastrellamenti tedeschi del 9-20 maggio 1944 in Val Chisone e, nello stesso periodo, in Val Sangone, i nazifascisti si ritirarono dall’alta valle. Attestandosi a Perosa Argentina, con un presidio forte incaricato di controllare soprattutto l’area industriale di Villar Perosa. Un altro presidio importante si trovava a Cesana, per garantire il collegamento tra Sestrière e Monginevro.
Il comando partigiano della Val Chisone reagì cercando di ricostituire una zona libera che includesse Roreto, Pragelato, Fenestrelle e parte dell’alta Val Chisone. Ma anche territori dell’alta Val di Susa come Oulx, Salbertrand, Bardonecchia, Clavière e altri comuni. Inoltre nella primavera e nell’estate del 1944 diverse vallate alpine vennero occupate in modo continuativo dai partigiani e, almeno di fatto, liberate.
La crescita delle formazioni partigiane e il comando di Marcellin
Tra maggio e fine luglio 1944 le forze partigiane nella zona crebbero in modo impressionante. Si passò da circa trecento uomini ad almeno millecinquecento. Anche perché la scadenza del bando repubblichino del 25 maggio spinse molti sbandati e giovani renitenti a scelte più nette. In questo quadro emersero anche tensioni interne sul modo di comandare di Maggiorino Marcellin “Bluter”, accusato da alcuni di una direzione troppo isolata e paternalistica.
Il 24 giugno il CLN piemontese inviò in valle Antonio Guermani, che non accettò le dimissioni di Marcellin. Maa anzi rafforzò il comando con uomini di prestigio come Ettore Serafino, Giovanni Gonella e Tullio Giordana. Addirittura si organizzarono elezioni per scegliere i quadri, con una specie di democrazia militare molto particolare, proprio nella valle in cui le formazioni partigiane risultavano tra le più autonome del Piemonte rispetto ai partiti.
I battaglioni, la dorsale difensiva e il ruolo di Mario Costa
Con l’aumento degli uomini, la difesa della zona libera si riorganizzò. Nacquero due battaglioni: il Monte Albergian e il Monte Assietta. Il primo comprendeva le compagnie 228ª, 229ª e 230ª; il secondo le 231ª, 232ª e 233ª. A questi si aggiunsero poi una Compagnia Genio, due reparti mobili di guastatori e anche il supporto di due stazioni dei carabinieri passate con i partigiani, quelle di Oulx e Sestrières.
Dentro questo quadro, Mario Costa è collocato nella 230ª compagnia, con compiti sulla zona del Génévris. Le sei compagnie presidivano la zona libera con linee difensive elastiche, interruzioni stradali, postazioni di mitragliatrici lungo il displuvio tra Chisone e Susa e pattuglie di ricognizione continue sui colli. Di conseguenza il Génévris non era un punto secondario. Anzi, era uno dei nodi chiave per impedire ai fascisti e ai tedeschi di sfondare dalla Val di Susa verso il cuore della zona partigiana.
L’operazione Nachtigall e l’attacco al Génévris
Alla fine di luglio 1944 la zona libera fu investita dall’operazione “Nachtigall”, forse la più vasta azione di rastrellamento organizzata dai tedeschi nell’Italia occupata, in vista dello sbarco alleato in Provenza. Le forze nemiche ammassarono uomini e mezzi in tutta l’area: batterie su treno blindato in alta Val di Susa, reparti di SS italiane a Cesana Torinese, battaglioni fascisti e tedeschi a Susa, oltre a reparti di SS tedesche tra Pinerolo e la vicina Perosa Argentina.
Il 2 agosto, reparti della Leonessa salirono da Sauze d’Oulx verso il Génévris, occupando una delle cinque postazioni di mitragliatrici pesanti che difendevano le due cime del monte. Prima catturarono il giovane partigiano Pietro Ploto, di Abbadia Alpina, e lo usarono come scudo umano durante l’avanzata. Lui stesso invitò i compagni a sparare comunque, e per questo venne ucciso. Quello fu già un momento di altissimo eroismo e di brutalità guerraiola senza veli.
La morte di Mario Costa sul Génévris
Dopo la perdita della prima posizione sul Génévris, il reparto partigiano tentò di riconquistarla. Ed è qui che la memoria di Mario Costa si fissa in modo netto. Le testimonianze raccontano che il giovane, allora diciannovenne, raccolse i suoi uomini e, muovendo dal col Blégier, cercò di riprendere d’assalto la posizione appena caduta in mano ai repubblichini. Lo fece correndo verso il nemico, a distanza ravvicinata, nel pieno del fuoco avversario.
Una pallottola lo colpì alla fronte a pochi metri dall’obiettivo. Così morì sul Génévris, nel tentativo di riconquistare la posizione. Nel pomeriggio l’artiglieria e i mortai fascisti continuarono a martellare la zona dall’Istituto Bonafous di Sauze d’Oulx, per impedire ai partigiani del Triplex di intervenire in aiuto. Tuttavia, grazie alle manovre di Fausto Gavazzeni “Rossi” e poi di Ettore Serafino, i repubblichini vennero messi in difficoltà e alla fine dovettero abbandonare la posizione. Il controllo del Génévris fu quindi recuperato, ma Mario Costa era già caduto.
Il grande rastrellamento non distrusse la brigata
L’operazione Nachtigall, nonostante la pressione enorme di uomini, artiglieria e aviazione, non riuscì comunque ad annientare del tutto la Brigata Val Chisone. Dal 10 agosto gli uomini di Marcellin, pur respingendo un’intimazione di resa con la famosa risposta “Nos montagnes sont à nous”, dovettero avviare una manovra di sganciamento, già preparata, disperdendosi in piccoli gruppi per sfuggire all’accerchiamento.
I tedeschi e i fascisti riuscirono a mettere fine alla zona libera, ma non ottennero l’obiettivo totale di cancellare le forze partigiane della valle. Per questo la morte di Mario Costa si colloca in un momento tragico, sì, ma non dentro una sconfitta definitiva. Cade durante una difesa durissima di una linea strategica che, pur sotto pressione, continua ancora a reagire.
Come lo ricordavano gli amici e i compagni
Le interviste riportate nel materiale hanno un valore forte, perché tolgono Mario Costa dalla sola dimensione eroica e lo riportano dentro una vita concreta. Cesare Alvazzi, per esempio, ricorda l’estate del 1936 o 1937, quando la famiglia Costa affittò il primo piano di casa Prat a Oulx. Ricorda anche il fratello Nino, la sorella Celestina, le lettere che si scambiava con Mario e perfino una visita in bicicletta a Lombriasco negli anni di guerra, quando Mario si trovava bloccato nel collegio salesiano.
Lo stesso Alvazzi insiste su particolari molto vivi: i grandi occhi azzurri, l’attaccamento all’aria aperta, il fatto che agraria gli piacesse proprio per quel rapporto concreto con la natura. Inoltre racconta il momento in cui, già partigiano, salì al Génévris per chiarire un equivoco tra reparti e si trovò davanti proprio Mario Costa, diventato comandante di quella posizione. È un ricordo semplice, ma fortissimo: la guerra che trasforma un amico d’estate in un capo di reparto sulla cresta di una montagna.
La notizia alla famiglia e la poesia di Nino Costa
Dopo il combattimento, la notizia della morte di Mario arrivò alla famiglia come una mazzata devastante. Il padre di Alvazzi si recò a Torino, alla Cassa di Risparmio di via XX Settembre, dove lavorava Nino Costa, e gli comunicò la morte del figlio. Da quel trauma nacque anche la poesia “La notissia”, evocata nelle testimonianze come il tentativo di dare una forma a un dolore quasi impossibile da dire, soprattutto davanti alla madre.
Successivamente la memoria di Mario si legò anche ad altri testi poetici di Nino Costa, come “An ponta al Génévris”, poi pensata anche per una targa commemorativa. In questo modo la sua morte uscì dal solo registro militare ed entrò pienamente in una memoria familiare, civile e culturale.
La croce del Génévris e la memoria pubblica
Sul Génévris la memoria di Mario Costa resta legata anche alla croce commemorativa e alle cerimonie che continuano a ricordare i caduti della zona, insieme alle battaglie del Triplex e del Col Basset. Le testimonianze parlano di una volontà precisa di lasciare sul posto non solo una croce più solida, ma anche una traccia culturale, attraverso una targa con i versi autografi di Nino Costa.
Questo dettaglio non è marginale. Significa che Mario Costa continua a vivere non solo nei registri dell’ANPI o nella memorialistica resistenziale, ma anche in un paesaggio preciso. Luogo fatto di stelle alpine, creste alpine e luoghi dove ancora oggi il ricordo è riattivato. Perciò la sua figura resta legata alla montagna non come sfondo, ma come parte vera della sua storia.
Perché la sua figura conta ancora oggi
La vicenda di Mario Costa il partigiano Tempesta pesa ancora perché riunisce molti elementi che nella Resistenza tornano spesso, ma qui colpiscono in modo particolarmente netto: la giovinezza, la scelta partigiana, la precarietà organizzativa, il coraggio personale e il costo umano altissimo della lotta. Inoltre la sua morte sul Génévris rende visibile un punto che a volte si dimentica. La guerra partigiana non era solo di grandi città e grandi comandi, ma anche di creste isolate, reparti improvvisati, ordini rapidi e vite spezzate a pochi metri da una posizione da riconquistare.
Le risposte utili per orientarsi nella sua storia
Un giovane combattente ricordato nella memoria resistenziale per la sua morte sul Génévris durante il grande rastrellamento dell’estate 1944
Sì, cadde durante il tentativo di riconquistare una posizione perduta sul Génévris, colpito alla fronte mentre guidava l’assalto.
La sua morte avviene nel quadro del grande rastrellamento nazifascista che alla fine di luglio e nei primi di agosto 1944 investì la Val Chisone e l’alta Val di Susa, nel tentativo di annientare la zona libera partigiana.
Sì la sua vicenda è diventata una delle storie simboliche della Resistenza in quell’area alpina. Inoltre la memoria del suo sacrificio venne conservata da compagni, familiari, poesie commemorative e luoghi come la croce del Génévris.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



