Storia di Roure: la Val Chisone tra borgate, lingua occitana e identità recuperata

Da Alessandro Maldera
Marzo 08, 2026

Roure è un comune sparso della Val Chisone: non ha un “centro” unico, ma un mosaico di frazioni e borgate. Proprio per questo, la sua storia si legge nel territorio: boschi, alpeggi, vie di valle e quote alte. Inoltre qui la lingua occitana non è folklore, ma identità. E, infine, c’è un fatto che dice tutto: nel 1975 il paese ha ripreso ufficialmente il suo nome storico.
Date chiave nella storia di Roure
Roure “non è un posto solo”: perché è un comune sparso
A Roure non trovi un capoluogo con quel nome. Infatti “Roure” indica l’intero territorio comunale, con molte borgate ancora vive e altre usate soprattutto per le vacanze. Inoltre questa struttura ha inciso su tutto: spostamenti, servizi, lavoro e amministrazione. Perciò, quando leggi la storia locale, devi pensarla come una rete, non come una piazza.
Un nome che viene dal bosco: roure, robur e “quercia”
Il toponimo deriva da roure, parola occitana per rovere/quercia. La radice è la stessa del latino robur-roboris, legata a forza e durezza del legno. Quindi il nome non è “decorativo”: racconta un paesaggio fatto di boschi e risorse forestali. Inoltre spiega perché la quercia resti un simbolo identitario anche quando il nome viene cambiato.
Prima della storia scritta: tracce tra preistoria e incisioni rupestri
La Val Chisone è frequentata da esseri umani fin dalla preistoria. A Roure, in particolare, emergono segni concreti come il riparo di Balm’ Chanto, usato in epoche antiche (tra Epigravettiano ed Età del Rame). Inoltre sono ricordate incisioni rupestri e reperti in località come Peiro d’la Cru. Di conseguenza, prima ancora dei documenti medievali, il territorio parla già.
Prima di Roma e poi Roma: strati di popoli e di lingua
Non abbiamo una “lista certa” delle popolazioni preromane, però i toponimi fanno pensare a più livelli: preindoeuropeo, ligure e celtico. Probabilmente i Liguri non salivano stabilmente alle quote più elevate, mentre i Celti entrano nel quadro dal VII secolo a.C.. Poi arrivano i Romani, verosimilmente nel I secolo a.C.. Quindi la valle si inserisce in una storia lunga, fatta di passaggi e sovrapposizioni.
Dal 500 ai Franchi: Longobardi, poi Carolingi e paure di frontiera
Dopo l’età romana, intorno al 500 si registra l’occupazione longobarda delle Valli Chisone e di Susa. In seguito, a fine VII–VIII secolo, arrivano i Franchi. Inoltre la memoria locale colloca in questa fase anche possibili incursioni saracene. Insomma, la valle non è “fuori dal mondo”: è un corridoio alpino, e lo paga.
L’anno Mille e l’orbita sabauda: abbazie, agricoltura e alpeggio
Attorno all’anno 1000, con la contessa Adelaide, il Pinerolese passa sotto i Savoia. In questo periodo crescono anche le istituzioni religiose, che gestiscono territorio e risorse. Inoltre, da Porte a Pragelato, le terre risultano legate all’abbazia di Santa Maria di Pinerolo a partire dal 1064. Di conseguenza si sviluppano agricoltura, disboscamento e la pratica dell’alpeggio. E, secondo questa lettura, in un clima più mite nascono anche insediamenti più alti.
Dopo Adelaide: il Delfinato e la prima traccia di Bourcet
Dopo la morte di Adelaide (circa 1091), i signori di Vienne (Delfinato) avanzano nell’Alta Val Chisone. Il confine viene posto al Fons Olagnerii, tra Castel del Bosco e Serre. In questo contesto compare anche la prima documentazione scritta del villaggio alpino di Bourcet. Quindi la valle entra con forza nella geopolitica di frontiera.
Valdesi e fratture religiose: dalle prime presenze al Seicento
Le prime presenze valdesi sono indicate agli inizi del XIII secolo. Poi, col tempo, i valdesi diventano maggioritari nelle valli. Tuttavia la svolta dura arriva a fine Seicento, quando l’annullamento dell’Editto di Nantes spinge a conversioni forzate o emigrazione. Di conseguenza molti lasciano la valle, soprattutto verso la Germania, dove fondano villaggi che conservano i nomi d’origine.
1349–1709: il periodo francese e le chiese “rifatte”
Dal 1349 la valle passa sotto il dominio dei re di Francia. In seguito, proprio nella fase più difficile per le comunità, vengono stanziati fondi per nuove chiese o ricostruzioni: S. Stefano a Castel del Bosco, la chiesa della Visitazione a Bourcet e la ricostruzione della chiesa di Villaretto. Inoltre, in questo stesso quadro, si colloca la distruzione del castello che dà nome a Castel del Bosco, avvenuta a fine Seicento: del castello resta un piccolo rudere vicino al mulino. Quindi anche la pietra racconta.
Dal 1709 alla Repubblica: Savoia e cambi di Stato
Nel 1709 la valle passa sotto Casa Savoia. Questo assetto dura fino al referendum del 1946, quando l’Italia diventa Repubblica. Nel frattempo, Roure resta un territorio di montagna legato a boschi, pascoli e lavori stagionali. E, soprattutto, resta una comunità “a borgate”.
Il fascismo e la ferita sul nome: Roreto e Roreto Chisone
Nel Novecento arriva uno snodo simbolico. Il regime ritiene “Roure” troppo francesizzante e cambia il nome in Roreto nel 1937. Poi, nel 1939, diventa Roreto Chisone. Tuttavia nello stemma comunale rimane la quercia, come traccia dell’etimo originale. Quel nome resta fino al 1975, quando gli abitanti approvano con referendum il ripristino della denominazione storica: Roure. Quindi non è solo burocrazia: è identità recuperata.
Fede e luoghi: parrocchiale, cappelle e segni sul territorio
La storia locale passa anche dagli edifici religiosi. La parrocchiale di San Giovanni Battista a Villaretto viene ristrutturata nel XVII secolo. Inoltre è ricordata la cappella della Madonna della Neve a Selleiraut, datata 1848. Di conseguenza, tra valle e borgate, la geografia della fede diventa anche geografia della memoria.
Spopolamento e lavoro: cosa cambia dal dopoguerra in poi
Negli ultimi settanta anni, a partire dal 1951, la popolazione residente si è dimezzata. Inoltre oggi gli abitanti sono circa 950. L’economia attuale si basa soprattutto sul lavoro in bassa valle (fabbriche nate già dai primi del ’900), sull’artigianato edile e sul terziario. La villeggiatura integra i redditi con l’affitto delle case, però la stagione si è accorciata e dura poco più di un mese e mezzo.
Agricoltura e alpeggi: riduzione netta, ma pascoli ancora vivi
Nel primo Novecento agricoltura e allevamento erano un’integrazione importante al reddito di miniere e fabbriche. Poi, nella seconda metà del secolo, si riducono drasticamente fino quasi a sparire: restano orti e patate per uso familiare. Inoltre lo sfalcio si concentra sui terreni più pianeggianti, mentre gli allevatori rimasti sono pochi. Tuttavia gli alpeggi, tra i più estesi della zona, sono ancora sfruttati da pastori che in inverno vivono in pianura. Quindi la montagna non è “finita”, ma si è trasformata.
Roure oggi: turismo “a misura d’uomo” come scelta di sopravvivenza
Roure ha potenzialità forti per un turismo sobrio, basato su paesaggio e cultura materiale. E, proprio per questo, l’obiettivo implicito è chiaro: evitare ulteriore spopolamento delle borgate verso il fondovalle e le aree metropolitane. Inoltre il territorio (dal fondovalle alle quote alte) invita a un’idea di valle vissuta, non consumata. Perciò la sfida è semplice e dura: tenere insieme servizi, lavoro e identità.
Roure dentità occitana, borgate vive e memoria che unisce la valle
Roure (Rourè) si capisce bene se lo guardi come un comune sparso: non un “capoluogo” unico, ma un mosaico di frazioni e borgate che hanno imparato a stare in piedi tra boschi, alpeggi e lavoro fuori valle. Nel tempo, infatti, la comunità ha retto a spopolamento ed emigrazione, però ha tenuto stretta la propria impronta: lingua occitana, paesaggio e cultura materiale. E soprattutto ha scelto, quando contava davvero, di recuperare il proprio nome con il referendum del 1975, trasformando un dettaglio amministrativo in un gesto identitario. In sintesi, la storia di Roure non è fatta di “eventi clamorosi”, ma di continuità alpina e scelte concrete: è così che un paese piccolo resta riconoscibile anche a distanza di secoli.
Roure in breve: risposte utili su storia e identità
Perché il nome storico è Roure (da occitano “quercia”), ma nel Novecento il fascismo lo cambiò in Roreto (1937) e poi Roreto Chisone (1939); nel 1975 tornò ufficialmente Roure
No. Infatti il nome “Roure” indica l’intero comune, formato da frazioni e borgate; lo sottolinea anche la tradizione descrittiva ottocentesca
Le principali sono Castel del Bosco, Balma, Roreto (storicamente Chargeoir) e Villaretto, oltre a molte borgate più piccole
Sono ricordati il riparo di Balm’ Chanto (frequentato in epoche preistoriche) e segni come incisioni e reperti in località tra cui Peiro d’la Cru

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



