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Canale di Maria Bona di Giaglione: il canale scavato nella roccia tra Val Clarea e antiche irrigazioni

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Da Alessandro Maldera

Marzo 06, 2026

Il Canale di Maria Bona, in dialetto piemontese Lou Gran Blalhie, non è solo un sentiero “carino”: è un’opera che ha spostato il destino di Giaglione. Infatti nasce per risolvere un problema concreto, cioè portare acqua dove non arrivava. Inoltre, nel punto più impressionante, l’alveo taglia pareti rocciose a picco e resta interamente scavato nella roccia. Perciò la visita funziona sia per chi ama camminare, sia per chi vuole capire come viveva una comunità di montagna.

Scheda rapida sul canale scavato nella roccia

  • Nome locale: Lou Gran Blalhie
  • Tratto più scenografico: circa 500 m scavati nella roccia, con pareti fino a 300 m
  • Presa d’acqua: dal torrente Clarea a circa 1100 m (Grange Buttigliera)
  • Camminata: quasi tutta in piano, dislivello ~50 m e tempo indicativo 45 min
  • Periodo: ok anche in autunno, però evita l’inverno per rischio neve o caduta pietre

Dove si trova e perché è diverso dagli altri canali

Il canale corre in Val Clarea, sul versante sinistro, e in un tratto attraversa i contrafforti rocciosi fino a quote che arrivano a circa 300 metri sopra il fondovalle. Qui l’alveo incide la parete per una lunghezza di circa 500 metri, e proprio questa sezione “in roccia” è quella che ti resta impressa: non è un fosso, è un taglio netto nel granito.

In lingua giaglionese viene chiamato Lou Gran Blalhie. Inoltre è legato a un’area nota anche per l’arrampicata, perché lungo la parete della Grand Rotsa (o Gran Rotsa) si sviluppa un sito frequentato dai climbers.

Il lato più vero di Giaglione Il comune si racconta bene soprattutto nelle sue parti meno appariscenti: il canale scavato nella roccia, il mulino superstite, il Truc e le cappelle nate da esigenze di comunità. Questa guida ti porta proprio lì, dove il territorio parla di più. Apri la guida dedicata

Maria Bona: il nome, la leggenda e l’“emina colma d’oro”

Il canale porta il nome di Maria Bona, una nobile giaglionese ricordata come molto attenta alle sorti della comunità. La tradizione la descrive come moglie di Andrea Aschieri de Jalliono, feudatario locale. Si racconta, inoltre, che il canale sia stato reso possibile grazie al suo dono: un’emina colma d’oro, cioè un contenitore (e anche unità di misura per il grano) riempito di monete o valore, usato come contributo per l’opera.

È una storia che mescola memoria e racconto popolare. Tuttavia il punto non è “quanto sia romantica”: è che, qui, l’acqua era davvero questione di sopravvivenza.

Perché serviva un canale: l’acqua del Clarea non arrivava ai campi

Prima dell’opera, l’acqua utilizzabile era quasi solo quella del torrente Clarea. Il problema, però, era brutale: il Clarea scorreva in alto nel vallone e poi si inabissava nelle gorge, finendo nella Dora Riparia senza lambire i terreni della comunità. Di conseguenza l’abitato viveva su poche sorgenti e una parte rilevante dei terreni restava non irrigabile.

Quindi il canale non nasce come “idea bella”: nasce perché senza acqua non si coltiva, e senza coltivazioni la borgata si svuota.

Dai progetti del 1200 al completamento nel 1400: il passaggio chiave

I primi progetti risalirebbero al 1200. Tuttavia i tentativi iniziali di deviare le acque del Clarea non vennero avviati o non arrivarono a compimento. Il nodo era uno solo: tagliare le dure pareti rocciose della Grand Rotsa non era un lavoro “alla portata” di chiunque.

Solo nel 1400, con il superamento del dosso del Pian delle Rovine, si riuscì a portare avanti l’opera in modo decisivo. E poi, nel 1458, il canale viene ricordato come costruito e pienamente operativo: l’acqua poteva finalmente irrigare i vasti terreni di Giaglione.

Nello stesso 1458, inoltre, la comunità elesse quattro arbitri per gestire le questioni sui cambi di coltivazione e un sistema di canali che diventava, giorno dopo giorno, più complesso. Quando arriva l’acqua, infatti, arrivano anche regole, conflitti e tasse.

Il tratto della Grand Rotsa: dove il canale diventa “ingegneria pura”

Nel segmento che taglia i contrafforti rocciosi (citati anche come Toasso Bianco), il canale mostra la sua natura senza filtri: un alveo inciso, continuo, che corre dove non dovrebbe correre. Accanto, inoltre, esiste un sentiero pianeggiante che permette di seguirlo per tratti.

Qui la regola è semplice: passo tranquillo e testa accesa. Infatti la vicinanza delle pareti strapiombanti impone cautela, soprattutto nei punti più esposti o quando il fondo è umido.

Cosa cambia dopo l’acqua: crescita, ruoli e litigi senza fine

Una volta completata l’opera, il paese conobbe un incremento demografico importante. E non è magia: è acqua che diventa raccolto, e raccolto che diventa vita.

In più vennero nominati irrigatori e addetti alle manutenzioni, perché un canale così non si “lascia lì” e basta. Tuttavia, insieme ai benefici, esplosero anche dispute: cambi d’uso dei terreni, regole di ripartizione, e tasse da pagare ai signori. Di conseguenza si crearono cause e litigi lunghissimi, tanto da rendere necessario un sistema di arbitrato comunitario.

L’economia che rinasce: allevamento, formaggi, vino e castagne

Con l’irrigazione, il territorio vide una fase di rinascita che portò non solo a più abitanti, ma anche a un allevamento bovino e ovino più fiorente e a una produzione casearia “solida”. In questo quadro, inoltre, continuavano a contare prodotti come vino e castagne, che restano una base identitaria in molte comunità alpine.

Il rovescio della medaglia: invasioni, fisco e pestilenze

Il miglioramento, però, non fu una linea retta verso il paradiso. Infatti invasioni (in particolare l’invasione francese citata nelle memorie locali), la pressione del fisco sabaudo e le pestilenze ricorrenti finirono per prostrare la comunità. Quindi il canale resta un simbolo di forza collettiva, ma anche un promemoria: in montagna costruisci, resisti, e poi ricominci.

Lapide del 1914 e manutenzione: un’opera che non è “finita”

Sul Canale di Maria Bona compare anche una lapide del 1914, segno che il canale era ancora abbastanza centrale da meritare una memoria “incisa”. Inoltre si ricorda che la comunità, ancora oggi, si occupa della sua manutenzione: ed è logico, perché senza cura un canale in montagna torna a essere roccia e frana.

Come arrivare e come si svolge l’escursione

L’accesso descritto parte da Torino verso Susa, poi si segue la statale per il Colle del Moncenisio. Dopo il bivio con Giaglione, si svolta a sinistra seguendo l’indicazione Val Clarea e si prosegue fino al Pian delle Ruine (in frazione Cresto). Da lì si continua verso sinistra fino alla diga della Val Clarea, dove di solito si parcheggia.

Il canale corre poco sopra la diga, sulla destra. L’escursione si sviluppa praticamente in piano: si percorre il canale dal Pian delle Ruine verso Grange Buttigliera, e poi si rientra sullo stesso tracciato. È una camminata classificata come facile (T), però non è da prendere alla leggera nei tratti vicini alle pareti.

Un contesto che spunta fuori: la Danza degli Spadonari

Proprio allo sbocco della Val Clarea, una tradizione locale colloca un contesto “di confine” che si esprime anche nelle feste. Ogni anno, a Giaglione e Venaus, si svolge la Danza degli Spadonari: a Giaglione viene indicata il 22 gennaio (festa patronale), con ripetizione la domenica successiva e poi una nuova uscita alla Madonna del Rosario il 7 ottobre.

Gli spadonari vengono descritti con corpetto e grembiule corto ricamati, un copricapo fiorito con nastri multicolori e uno spadone da torneo lungo 130 cm. In alcune letture tradizionali, inoltre, il rito viene collegato a gesti propiziatori (raccolti, fertilità, caccia) e a una componente “guerriera” che diventa combattimento rituale. Si ricorda anche il bran, un albero fiorito portato in corteo, interpretato come eco di riti più antichi.

Nello stesso racconto locale compare l’idea che la valle sia associata al passaggio di Annibale e viene citato un episodio attribuito a Tito Livio, in cui prigionieri montani combattono “a passo di danza” per ottenere la libertà. Che sia storia o rielaborazione, qui conta soprattutto una cosa: il territorio non è solo geografia, ma anche memoria viva.

FAQ – Delucidazioni sul Gran Blalhie di Giaglione

Dove passa il Canale di Maria Bona e perché è famoso?

Attraversa la Val Clarea e diventa celebre nel tratto in cui taglia la roccia della Grand Rotsa, con un alveo scavato e pareti molto ripide

Perché fu costruito?

Perché l’acqua del torrente Clarea scorreva in alto e poi si perdeva nelle gorge verso la Dora Riparia, lasciando molti terreni senza irrigazione

Quando viene completato il canale?

I progetti sono ricordati già nel 1200, però il completamento arriva nel 1400 e l’opera viene indicata come realizzata nel 1458 con gestione comunitaria più strutturata

Si può fare tutto l’anno?

Si può percorrere anche in autunno, mentre in inverno è meglio evitare per possibili cadute di pietre o neve e per la vicinanza di tratti rocciosi esposti

Da dove prende l’acqua e dove va a finire?

Prende acqua dal Clarea (a circa 1100 m, zona Grange Buttigliera) e attraversa il territorio di Giaglione fino a gettarsi nelle gorge della Dora nei pressi di Susa

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Alessandro Maldera

Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende