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Rifugi antiaerei di Villar Perosa: i cunicoli di via della Braida, il bombardamento del 1944 e i villaggi operai

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Da Alessandro Maldera

Gennaio 22, 2026

I rifugi antiaerei di Villar Perosa non sono “solo” un luogo sotterraneo: sono una pagina concreta di storia locale, legata alla fabbrica e alle famiglie della valle. Si trovano in via della Braida e furono realizzati nel 1943, quando la guerra iniziò a presentare il conto anche qui. Oggi, inoltre, sono visitabili con visite guidate grazie alla collaborazione tra Comune e associazioni del territorio.

Guida-lampo: cosa rende speciali questi rifugi

Dove: via della Braida, Villar Perosa
Quando: rifugi costruiti nel 1943 e ancora conservati
Capienza: fino a 3.500 persone (circa 2.500 sedute e 1.000 in piedi)
Evento chiave: bombardamento del 3 gennaio 1944 (7 minuti) con 61 bombe su 312 sullo stabilimento, senza vittime grazie al rifugio
Villaggi: nucleo operaio/impiegati tra 1915–1930, poi ricostruito dopo i bombardamenti

Dove si trovano e cosa rappresentano oggi

I rifugi antiaerei di via della Braida nascono per un obiettivo semplice e brutale: mettere al riparo la popolazione dalle incursioni aeree. E, proprio perché l’emergenza era reale, l’opera è rimasta un “documento” di cemento armato, ancora perfettamente conservato. Oggi, quindi, non li guardi come una curiosità: li attraversi per capire cosa significasse vivere con la sirena nelle orecchie e la paura addosso.

In parallelo, però, l’area racconta anche un’altra storia: quella dei villaggi operai e impiegati, un nucleo urbanistico pregevole e riconoscibile, legato in modo diretto alla presenza dell’industria.

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1943: un rifugio pensato per salvare migliaia di persone

Il punto chiave è questo: i rifugi di Villar Perosa furono progettati per essere enormi, perché dovevano servire una comunità intera. Infatti, secondo le ricostruzioni legate alle visite, potevano ospitare fino a 3.500 persone: circa 2.500 sedute e 1.000 in piedi. Non è un dettaglio, quindi, ma un numero che spiega subito la scala dell’opera.

La struttura viene descritta come formata da dieci corridoi per uno sviluppo complessivo indicato in 730 metri. E la cosa sorprendente, inoltre, è la rapidità: in pochi mesi i lavori arrivano al traguardo, tanto che già nel giugno 1943 si può parlare di rifugi “pronti” e utilizzabili.

C’è anche un elemento pratico che fa capire l’atmosfera di allora: per i materiali si andava al Chisone a caricare pietre con i carri. E, in modo quasi spiazzante, partecipavano anche i bambini: all’andata salivano sui carri, mentre al ritorno — quando erano carichi — correvano dietro.

3 gennaio 1944: sette minuti che spiegano perché quei cunicoli contano

Il rifugio non è “famoso” per estetica o mistero: conta per quello che ha fatto. Durante il bombardamento del 3 gennaio 1944, durato sette minuti, vengono sganciate 312 bombe e 61 colpiscono lo stabilimento. Eppure, proprio grazie al rifugio, non ci sono vittime: è questo il punto, ed è anche il motivo per cui la memoria locale lo considera essenziale.

Un altro dato che resta impresso è il costo riportato per l’opera: 78.000 lire, indicato come sorprendentemente basso se confrontato con altri rifugi della zona.

Villaggi operai e impiegati: un “paese nel paese” (1915–1930)

Accanto ai rifugi, via della Braida e l’area circostante permettono di leggere un pezzo di urbanistica del Novecento. La costruzione dei villaggi operaio ed impiegati avviene tra 1915 e 1930 e, dopo il bombardamento, viene anche ricostruita fedelmente. Questo rende il luogo doppio: da un lato la guerra, dall’altro l’organizzazione sociale della fabbrica.

Qui entra in gioco un concetto utile da spiegare senza giri strani: un modello di sviluppo “paternalistico”, cioè un impianto urbanistico e di servizi strettamente collegato all’industria, non solo idealmente ma anche dal punto di vista costruttivo. In altre parole: la fabbrica non era “vicina” al paese, ma contribuiva a ridisegnarlo.

Visite guidate: perché conviene farle con chi conosce la storia

Questi luoghi non rendono al massimo se li attraversi “di corsa”. Perciò le visite guidate — oggi possibili grazie alla collaborazione tra il Comune di Villar Perosa e l’Associazione Culturale “Vivere le Alpi” — servono a dare contesto: date, numeri, funzioni, e soprattutto il nesso tra rifugio, bombardamento e vita quotidiana.

E, in generale, l’idea è chiara: la storia locale e la cultura del territorio non si tutelano solo con i libri. Si tutelano anche così, cioè aprendo porte che di solito restano chiuse.

Attorno a Villar Perosa: altri rifugi visitabili nelle valli pinerolesi

Restando nello stesso “racconto di valle”, ci sono altri rifugi che aiutano a capire quanto fosse diffusa l’emergenza.

Perosa Argentina: il rifugio della Gütermann e la memoria custodita

A Perosa Argentina, nelle cosiddette “case venete”, esiste un rifugio legato alla Gütermann, lo storico setificio tedesco del paese, dove tra l’altro si realizzavano anche paracadute. Qui il rifugio viene raccontato attraverso la memoria di Italo Bernardi, che da bambino correva nei cunicoli di cemento armato mentre, sopra, gli adulti avevano negli occhi il terrore. Eppure, per i piccoli, era quasi un gioco: un modo assurdo ma reale di provare a sopravvivere.

Bernardi racconta di essere diventato guida volontaria per 28 anni, senza finanziamenti, e di intervenire persino per le piccole manutenzioni (come lampadine) chiamando Comune o Pro Loco. Inoltre presenta una giovane studentessa come possibile “passaggio di testimone”, perché — dice — i giovani devono sapere.

Il rifugio ha dettagli precisi:

  • disponeva di 344 posti (che Bernardi vuole segnare anche recuperando sedie), anche se in pratica potevano starci fino a 500 persone
  • è un tunnel lungo 138 metri, con sviluppo a S, perché le curve dovevano attenuare lo spostamento d’aria in caso di esplosioni
  • fu costruito in sei mesi nel 1942 e usato fino al 1944
  • ha un camino/uscita verticale di 17 metri con scala marinara (pioli di ferro nel muro) e terrazzini intermedi, pensati per facilitare l’uscita e ridurre il rischio di cadute
  • quell’uscita, però, non venne mai usata per una fuga: al contrario, venne sfruttata come “camino” per cucinare quando la permanenza nel rifugio durava anche tutta la notte
  • il costo indicato è di 450.000 lire e la costruzione viene descritta come molto solida, in cemento armato e “poca sabbia”

C’è anche un elemento potente: Bernardi riproduce suoni e voci dell’epoca con un lettore, abbassa le luci e fa sentire la sirena, le esplosioni, Radio Londra e messaggi in codice per i partigiani. Così, soprattutto con le scolaresche, l’idea diventa fisica, non astratta.

Infine, dopo la visita, compare un piccolo “museo” allestito con pezzi recuperati: elmetti, vecchi fucili, una baionetta, giacche e indumenti militari, razioni alimentari anche di missioni contemporanee, e fotografie d’epoca (non tutto è per forza della Seconda guerra mondiale: ci sono anche oggetti della Prima).

Un altro rifugio a Perosa Argentina e quello di Inverso Pinasca

Sempre a Perosa Argentina esiste anche un secondo rifugio: costruito nel 1941 per proteggere le maestranze tessili, poteva ospitare 80 persone e attraversava la provinciale fino al parco “Enrico Gay”. Anche questo è rimasto intatto ed è visitabile.

E poi c’è Inverso Pinasca, in località Grande: qui un rifugio vicino alla centrale elettrica (che forniva corrente alla fabbrica RIV di Villar Perosa) è stato ristrutturato e reso visitabile grazie ai volontari del Comitato Promotore per lo Sviluppo delle Valli Chisone e Germanasca. Viene descritto come molto suggestivo, in parte scavato nella roccia e in parte coperto da volte a botte.

Un’idea per il futuro: un circuito dei rifugi tra storia e territorio

Tra i progetti immaginati da Comuni, Pro Loco e associazioni c’è l’idea di creare un circuito collegato di visite ai rifugi antiaerei delle valli. E, volendo, si potrebbe anche abbinare l’esperienza a degustazioni di cibi e bevande locali, unendo storia e “peccati di gola”.

Nel racconto compare anche un confronto diretto: “se fossimo in Francia l’avrebbero già fatto”. E, nel frattempo, viene ricordato che a Perosa Argentina esistono già percorsi legati al tessile (come il Percorso del Tessile e la Strada del Ramie) e un vino Doc prodotto localmente.

FAQ – Rifugi di Villar Perosa: dubbi comuni

I rifugi antiaerei di Villar Perosa sono visitabili?

Sì, oggi sono visitabili grazie alle visite guidate attivate dalla collaborazione tra Comune di Villar Perosa e l’Associazione Culturale Vivere le Alpi

Dove si trovano i rifugi di Villar Perosa?

Si trovano in via della Braida, a Villar Perosa, e sono ancora descritti come perfettamente conservati

Quante persone potevano ospitare?

La capienza indicata arriva fino a 3.500 persone, con circa 2.500 sedute e 1.000 in piedi

Che cosa accadde il 3 gennaio 1944?

Durante un bombardamento durato sette minuti, 61 bombe su 312 colpirono lo stabilimento, senza causare vittime proprio grazie alla protezione garantita dai rifugi

Ci sono altri rifugi visitabili nelle valli vicine?

Sì: a Perosa Argentina ci sono rifugi legati alle fabbriche tessili (uno può ospitare 80 persone ed è del 1941) e a Inverso Pinasca, in località Grande, esiste un rifugio vicino alla centrale elettrica, ristrutturato e reso visitabile dai volontari

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Alessandro Maldera

Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende