Un amore: il film di Tavarelli che racconta Torino attraverso una storia lunga diciott’anni

Da Alessandro Maldera
Gennaio 01, 2026

Un amore (1999) è uno dei film più intensi e sperimentali girati a Torino negli anni Novanta. Gianluca Maria Tavarelli costruisce una storia sentimentale che attraversa quasi vent’anni di vita, raccontando una relazione attraverso dodici momenti decisivi, ciascuno filmato in un unico piano sequenza. Sullo sfondo, una Torino autentica: fiumi, viali, università, case, discoteche e librerie che accompagnano Sara e Marco mentre il tempo modifica i loro corpi, le loro paure e il loro modo di amare.
La città come scenografia emotiva
La struttura narrativa: dodici frammenti, un unico sentimento
Ogni episodio è ambientato in un anno diverso, dal 1982 al 1999. Tavarelli sceglie i frammenti che contano davvero: gli incontri, i litigi, le scelte che dividono o riavvicinano i protagonisti.
La tecnica del piano sequenza permette di seguire i personaggi senza interruzioni, rendendo palpabile il tempo che scorre e trasformando ogni dialogo in un momento di verità.
Non è un montaggio a guidare il ritmo, ma i corpi degli attori, sempre in movimento per evitare staticità e mantenere la tensione narrativa. Torino diventa così un fondale emotivo, mai invadente ma sempre presente.
Trama del film riscritta e sintetizzata (SPOILER)
L’inizio: 1982–1985
Sara e Marco si conoscono ventenni in una discoteca torinese, complici gli amici e la spontaneità dei primi anni universitari. Si baciano, si scelgono, costruiscono un rapporto fatto di entusiasmo e incoscienza.
Pochi anni dopo arrivano i primi ostacoli: esami falliti, incertezze sul futuro, una partenza improvvisa per Parigi che incrina il legame.
La maturità che non arriva: 1989–1994
Quando il Muro di Berlino cade, i due sono ancora insieme, ma i loro desideri divergono.
Sara immagina un futuro di responsabilità; Marco teme ogni passo definitivo.
Dopo una rottura dolorosa, Sara parte per l’Argentina. Al suo ritorno, nel 1994, ritrova Marco al mare: ora è sposato e ha una figlia. Nonostante tutto, per un istante l’affetto sembra rinascere.
Gli anni difficili: 1996–1998
A Torino, tra il lungo Po, librerie e strade raccontate in piani sequenza fluidi, Marco e Sara si sfiorano e si perdono.
Quando finalmente si rivedono, entrambi sono sposati, presi da vite parallele ma incompiute.
Decidono comunque di diventare amanti, incontrandosi settimanalmente in una routine sospesa, fragile e irrealistica.
Il tradimento viene scoperto, le vite private crollano, e tutto sembra finire nel caos.
Il finale: 31 dicembre 1999
A Capodanno, sulla spiaggia, lontani da Torino, si ritrovano.
Rievocano le scelte non fatte, cantano Guccini, si chiedono se una vita diversa sarebbe stata possibile.
La mezzanotte del 2000 li sorprende ancora insieme, consapevoli che nessuno dei due ha mai smesso davvero di amare l’altro.
Torino come paesaggio dell’anima
In Un amore, Torino non è mai la protagonista in senso tradizionale, e proprio per questo diventa fondamentale. Tavarelli evita le cartoline e rinuncia consapevolmente ai luoghi “iconici” della città: niente Mole Antonelliana, niente piazze monumentali.
Preferisce invece gli spazi quotidiani, quelli che tutti attraversano senza pensarci, ma che una relazione trasforma in geografie private.
Il lungo Po, filmato con toni grigi e invernali, diventa il luogo dei passaggi di vita: qui i personaggi camminano, riflettono, cercano un linguaggio comune che spesso non trovano. Il fiume scorre come scorre il loro tempo, lento, inevitabile.
Le biblioteche e le aule universitarie sono invece la mappa della loro giovinezza: corridoi pieni di attese, esami rimandati, prime ambizioni che si scontrano con paure e fragilità. Sono luoghi che cambiano insieme ai protagonisti, proprio come i loro sogni.
Nel centro città, tra librerie, bar e strade anonime, si consumano i momenti più imprevisti: ritrovamenti dopo anni, confessioni improvvise, fughe davanti alla verità. Sono scenari volutamente neutri, perché a parlare non è lo spazio, ma ciò che lo spazio contiene: il non detto, i sospesi, le scelte rimandate.
Infine, gli scorci urbani ripresi in piano sequenza raccontano una Torino in trasformazione: non più industriale, non ancora turistica, una città intermedia che diventa metafora perfetta di una generazione che fatica a crescere. È un ambiente discreto, quasi timido, che non invade mai l’inquadratura ma accompagna i personaggi come un’eco costante.
Così Torino diventa un organismo silenzioso, che osserva da lontano e restituisce ai protagonisti le loro emozioni. Non impone un’identità: la riflette. E in questo riflesso, Sara e Marco scoprono chi sono, chi erano e cosa avrebbero potuto essere.
Analisi critica e temi centrali
La grande forza del film sta nella capacità di raccontare come il tempo cambi le persone prima che le persone se ne accorgano.
Il rapporto fra Marco e Sara vive di slanci, fughe, ritorni improvvisi e silenzi pungenti. La regia di Tavarelli evita qualsiasi compiacimento e costruisce un equilibrio perfetto tra realtà quotidiana e intensità emotiva.
I dialoghi non cercano frasi memorabili: sono credibili, e proprio per questo colpiscono.
La continua oscillazione tra scelte non fatte e desideri sommersi genera un senso di malinconia che accompagna lo spettatore fino all’ultima scena.
Riconoscimenti
Il film ha ottenuto numerosi apprezzamenti dalla critica e varie candidature prestigiose:
- David di Donatello 2000 – Nomination attore e attrice protagonisti
- Nastro d’Argento – Nomination Miglior soggetto
- Ampi consensi da La Stampa, Repubblica, Il Manifesto, Ciak, Filmcritica
Lorenza Indovina e Fabrizio Gifuni sono stati definiti interpreti “di rara verità emotiva”.
FAQ – Approfondimenti utili su Un amore
In gran parte a Torino, utilizzata come sfondo emotivo dei dodici piani sequenza.
Sono momenti decisivi della relazione, frammenti che mostrano come il tempo modifichi il sentimento.
Per dare continuità emotiva e realismo, senza tagli che interrompano la tensione narrativa.
Tavarelli ha dichiarato che deriva da appunti personali e osservazioni raccolte negli anni.
È un paesaggio dell’anima: discreta, realistica, mai invadente, accompagna le trasformazioni interiori dei protagonisti.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



