Quanti piemontesi hanno mal di schiena nel 2025: numeri, cause, impatto e percorsi di cura

Da Alessandro Maldera
Novembre 10, 2025

Nel 2025 il mal di schiena è una delle condizioni più diffuse in Piemonte. Tra lombalgia e sciatalgia si supera quota un milione di persone, con un maggior coinvolgimento femminile. Pesano invecchiamento, sedentarietà e lavori usuranti. Tuttavia, la gestione conservativa e multidisciplinare rimane la strada preferibile nella maggior parte dei casi.
Dati principali: quanti piemontesi hanno mal di schiena nel 2025
- Oltre 1.000.000 di persone interessate tra lombalgia e sciatalgia.
- Circa 430.000 uomini e 650.000 donne su una popolazione regionale di 4,3 milioni.
- La condizione comporta costi sanitari, sociali ed economici, anche per le giornate di lavoro perse.
- In molti casi non c’è ricovero ospedaliero e non esiste un registro specifico: i numeri sono stime epidemiologiche, ma indicano una crescita costante.
Perché cresce: età, sedentarietà e lavori usuranti
In primo luogo incide l’invecchiamento della popolazione. Inoltre la vita sedentaria prolungata indebolisce la muscolatura di sostegno. Infine alcuni lavori espongono a movimenti ripetitivi, posture forzate e carichi pesanti.
Non solo anziani: nel periodo successivo alla pandemia si sono osservati episodi di lombalgia/sciatalgia anche sotto i 18 anni, innescati dal calo di attività fisica e da esercizi non supervisionati.
Oltre il Piemonte: incidenza e prevalenza nella popolazione
- Nell’arco della vita la lombalgia interessa circa 58–84% delle persone.
- Lombalgia cronica: ~11% degli uomini e 16% delle donne.
- Picco di prevalenza tra 40 e 65 anni.
- Circa il 7% dei consulti del medico di famiglia è per mal di schiena.
- Sciatalgia: almeno una volta nella vita per 5–10% degli adulti; prevalenza 3–5%.
- Età di esordio: intorno ai 40 anni negli uomini, 50–60 anni nelle donne.
- Persistenza dei sintomi: oltre 30% dei pazienti con sciatalgia riferisce disturbi clinicamente rilevanti a 12 mesi.
Cosa funziona: percorso conservativo e team multidisciplinare
Di norma la prima scelta è non chirurgica e coordinata. Pertanto i cardini sono:
- Riposo relativo nelle fasi acute e graduale ripresa delle attività.
- Terapia farmacologica mirata al dolore e all’infiammazione, secondo indicazione medica.
- Corsetto ortopedico se indicato, per tempi definiti.
- Fisioterapia/riabilitazione: rinforzo del core, mobilità, educazione al back-care.
- Terapia del dolore quando il controllo è insufficiente.
- Procedure invasive selettive (es. infiltrazioni epidurali o blocchi delle faccette) nei casi resistenti.
- Chirurgia solo quando l’indicazione è chiara: ernia discale con deficit neurologico, sindrome della cauda, peggioramento neurologico o fallimento documentato dei trattamenti conservativi.
Prevenzione pratica: ridurre il rischio nella vita reale
Innanzitutto muoversi con regolarità (cammino veloce, bici, esercizi posturali). Inoltre curare peso corporeo, ergonomia sul lavoro e a casa. Infine programmare pause attive, evitare sollevamenti impropri, preferire zaini/borsoni ben bilanciati, e mantenere routine di rinforzo per addominali e paravertebrali.
FAQ –
Oltre 1 milione, con circa 430.000 uomini e 650.000 donne su 4,3 milioni di residenti.
Età, vita sedentaria e lavori usuranti con movimenti ripetitivi e carichi.
In presenza di deficit neurologici, sindrome della cauda, ernia discale deficitaria o insuccesso dei trattamenti conservativi.
Sì: rinforzo del core, mobilità e educazione riducono dolore e recidive e migliorano la funzione.
Una quota superiore al 30% riferisce sintomi clinicamente significativi a 12 mesi, perciò il follow-up è importante.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



