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La storia del Canavese e l’identità di una regione

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Il Canavese è una delle regioni storiche più importanti del Piemonte

Per quanto sia unitaria l’identità dei suoi abitanti, la topografia del Canavese presenta tuttora confini vasti e ambigui tanto quanto la sua storia.

Generalmente identificato come una regione storica situata a sud della Valle d’Aosta e a nord di Torino, il Canavese è compreso tra la Serra Morenica di Ivrea a est e le valli del Gran Paradiso e di Lanzo.

Rispettivamente a nord e sud-ovest, e il corso del fiume Po fino alla confluenza della Dora Baltea.

Tra i suoi corsi d’acqua più importanti troviamo la Dora Baltea e i torrenti Chiusella, Soana, Orco e Malone.

Mentre la zona eporediese presenta numerosi laghi di origine glaciale, come il Lago di Candia Canavese, quello di Viverone e l’area dei 5 laghi di Ivrea.

Proprio quest’ultima viene identificata storicamente come la “capitale” della regione, data la su importanza in età tardo romana e medievale.

Ciò nonostante il Canavese viene suddiviso dai suoi abitanti in tre macro-aree:

  • Alto Canavese, che comprende i comuni di Cuorgné, Rivarolo e Castellamonte.
  • Basso Canavese, per i dintorni di San Giusto, Caluso, Volpiano e Chivasso.
  • Eporediese, ovvero tutta la zona di Ivrea racchiusa nella conca dell’Anfiteatro morenico.
Rinvnimento neolitico Montalto d'Ivrea
Rinvenimento neolitico Montalto d’Ivrea

Dai primi insediamenti al dominio dei Savoia

Le prime tracce della presenza dell’uomo in Canavese vengono fatte risalire al periodo del neolitico. Quando dopo la prima glaciazione l’anfiteatro morenico di Ivrea divenne una delle poche zone abitabili ai piedi delle Alpi.

Un aumento della popolazione umana si consolidò invece nell’età del bronzo, soprattutto grazie ai diversi reperti archeologici ritrovati attorno alla zona dei laghi.

Alcuni dei siti che presentano il maggior numero di rinvenimenti si trovano nei pressi di Montalto di Ivrea, Pont Canavese e Viverone con i suoi villaggi palafitticoli.

In epoca pre-romana, la regione era abitata da popolazioni di origine celto-ligure come quella dei Salassi.

La loro esistenza venne di fatto confermata da diversi documenti storici del primo decennio a.C. Con l’inevitabile conquista romana, il Canavese divenne presto una provincia nella quale bisognava consolidare il potere della Repubblica.

Intorno al 100 a.C. vennero infatti fondate le città di Eporedia e Augusta Praetoria, le attuali Ivrea ed Aosta. Luoghi che in poco tempo si affermarono come punti di snodo fondamentali per il commercio settentrionale fino alla caduta dell’Impero.

Dopo i Romani, si susseguirono i domini dei Bizantini e dei Longobardi, che riuscirono ad annettere il Canavese al Ducato di Ivrea nel 568.

Con la fine del Regno longobardo, l’intera regione entrò a far parte del regno di Carlo Magno.

Al seguito del quale si costituirono poi le marche di Ivrea, Susa, Torino e del Monferrato, sotto il controllo Aleramico.

Il termine “Canavese” appare per la prima volta nella storia, in un diploma di concessione firmato da Berengario II e suo figlio Adalberto, dove compare il nome di un piccolo centro abitato nei pressi di Cuorgné, la curtis di Canava.

Arduino d’Ivrea

Il periodo d’oro e il dominio arduinico nel Canavese

Con l’ascesa al potere di Arduino di Ivrea, il Canavese attraversò uno dei periodi più floridi della sua storia.

Marchese di Ivrea dal 989, Arduino fu il primo a fregiarsi del titolo di Re d’Italia, inteso come Rex Italiae sottostante all’Imperatore.

Ciò nonostante, grazie alle sue imprese controverse il Canavese fu in grado di ritagliarsi uno spazio nella storia dell’Alto Medioevo italiano.

Da quel momento storico ebbe inizio la dinastia dei Conti del Canavese, alcuni dei quali riconducibili al conte Guilberto di Canava, fratello di Arduino.

A partire dal 1054, i documenti cominciarono a non menzionare più la Curtis Canava, lasciando spazio ai domini di piccoli feudatari che vantavano una discendenza arduinica.

Parliamo di nobili stranieri che avevano ricevuto il potere per nomina imperiale, attribuendosi poi il titolo di “Conti” del Canavese e venendo riconosciuti come tali solo nel 1110 Enrico V.

Le diatribe tra i comites non si fecero attendere e di conseguenza si costituirono diverse casate nobiliari sparse in tutta la regione.

Tra le più importanti quella dei Valperga, i Biandrate, i Mazzé, i Masino ei San Martino dai quali nacque poi la famiglia dei Castellamonte.

Nonostante il senso comune dei suoi abitanti attuali, nel XII i confini del Canavese erano ben più ridotti rispetto a quelli di adesso.

Le terre infatti includevano soltanto alcuni dei comuni tra la zona di Cuorgné e Canava, sotto il controllo dei Masino e dei Valperga.

Solo nel 1168, le due famiglie sottoscrissero insieme ai conti di Biandrate una convenzione per difendere il Comune di Ivrea guerra contro Vercelli; l’annessione di quest’ultimo nel Canavese fu poi automatica.

Cartina politica del Canavese

L’ascesa dei Savoia e la guerra guelfo-ghibellina

Il conferimento della sovranità sul territorio Canavesano al fratello del Duca Amedeo IV di Savoia, Tommaso II, per volere dell’Imperatore Federico II di Svevia nel 1248 spinse i Duchi del Monferrato a proclamare guerra.

Nonostante il passaggio del potere nelle mani della Credenza di Ivrea, il Marchese Guglielmo VII del Monferrato, leale suddito imperiale invase i territori del Canavese con un contingente di forze ghibelline della regione.

Data la minaccia, l’aristocrazie locali si riunirono in una confederazione difensiva che nonostante i buoni propositi, non durò per molto.

Orientamenti politici differenti e storiche diatribe territoriali fecero presto crollare le intenzioni delle famiglie canavese.

I San Martino e i Castellamonte scelsero di sostenere la causa guelfa, schierandosi con i Savoia. Mentre i Masino e i Valperga si allearono con i ghibellini del Marchese del Monferrato.

I conflitti si portarono avanti per tutto il XIII per concludersi nel 1290 con la capitolazione di Guglielmo VII, catturato e rinchiuso in una gabbia di ferro fino alla morte.

Le guerre di vendetta che si susseguirono tra i Savoia e i Monferrato fecero clamore in tutta la penisola, a tal punto che persino Dante arrivò a menzionare il Canavese in un verso del canto XVI del Purgatorio.

La menzione del poeta fiorentino legittima pertanto l’identità geografica delle regione già in epoca medievale, elevandone una circoscritta determinazione geografica.

Collina del Canavese

Il Tuchinaggio e l’annessione al Ducato Sabaudo

Verso la fine del Trecento il Canavese si trovò di nuovo al centro di un evento politico fondamentale della storia dell’Italia settentrionale.

La rivolta dei tuchini imperversò le vallate ai piedi delle Alpi per quasi un secolo, minacciando l’egemonia dei feudatari locali.

Sulla falsa riga delle fenomeno della jacquerie che sconvolse la capitale parigina pochi anni prima, nel 1286 i ribelli canavesani tentarono di prendere il controllo del territorio in protesta contro lo sfruttamento dell’aristocrazia locale.

Il forte disagio sociale si tradusse inevitabilmente in piccole azioni paramilitari che trovarono l’appoggio di una buona parte della popolazione contadina.

Temendo una partecipazione dei marchesi del Monferrato, il Duca Amedeo VII di Savoia decise di intervenire per sedare le rivolte del tuchinaggio.

L’intervento sabaudo fu un successo e da lì a poco una buona parte dei Tuchini preferì assoggettarsi al controllo dei Savoia piuttosto che tornare nelle grinfie dei feudatari.

La rivoluzione finì per essere stroncata nel sangue e solo in seguito il rapporto tra il Duca Rosso e i nobili canavesani venne risanato con la firma della Convenzione di Ivrea.

Un documento che di fatto ufficializzava l’autorità dei Savoia sul territorio del Canavese, promuovendo al contempo una minima apertura alla richieste di maggiore libertà dei Tuchini.

L’autorità dei Savoia schiaccio di fatto il potere dell’aristocrazia canavesana.

Ciò nonostante, la transizione dal Medioevo al Rinascimento porto ala storia del Canavese un periodo di benessere economico, garantito anche dalla stabilità del potere sabaudo.

Oltre ai numerosi castelli e monasteri, tra le varie opere pubbliche realizzate in quel periodo si trova il celebre Naviglio di Ivrea, commissionato da Amedeo VIII di Savoia sulla base di un progetto di Leonardo Da Vinci.

Strada di un paese del Canavese

La minaccia delle potenze straniere

I continui ribaltamenti tra Savoia e Monferrato fecero perdere al Canavese la sua identità storica e politica, ulteriormente minacciata dagli interessi degli imperi europei.

A partire dal XVI secolo, si susseguirono infatti i domini francesi e spagnoli, poi di nuovo sabaudi fino alla fine del Settecento. Quando entrarono in possesso della Francia repubblicana e poi bonapartista.

Dalla Restaurazione del 1815 il Canavese ritornò e rimase nelle mani del Regno di Sardegna per poi entrare a far parte dei territorio dell’Italia unita.

La rivoluzione industriale innescata dal ministro Cavour nella seconda metà dell’Ottocento permise la crescita del settore secondario e primario.

Diviso a metà tra la Valle d’Aosta e il Piemonte fino al 1947, il Canavese fu interessato a partire dal secondo dopoguerra a una forte crescita demografica.

Data dall’aumento delle infrastrutture pubbliche e private, ma soprattutto grazie anche al lavoro della Olivetti. Azienda eporediese di macchine da scrivere e poi informatica che rivoluzionò il tessuto socio-economico canavesano nel Dopoguerra.

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