Dai gruppi nomadi ai primi villaggi: come nacquero gli insediamenti stabili nel Torinese

Da Alessandro Maldera
Agosto 09, 2026

I primi insediamenti a Torino e nel territorio torinese non comparvero improvvisamente con la costruzione di un singolo villaggio.
Tra la fine della Preistoria e il Neolitico, comunità abituate a spostarsi iniziarono progressivamente a fermarsi più a lungo negli stessi luoghi. Nacquero così abitazioni, aree di lavoro, spazi per conservare il cibo e, successivamente, veri insediamenti organizzati.
Le tracce conservate nell’attuale città sono frammentarie. Il quadro più completo arriva invece dalla Val di Susa, dove Chiomonte-La Maddalena documenta una comunità neolitica stabile inserita nelle grandi reti delle Alpi occidentali.
I primi insediamenti del Torinese: scheda rapida
– Le innovazioni neolitiche iniziarono a diffondersi intorno al 5000 a.C.
– Dal IV millennio a.C. le tracce di occupazione diventano più diffuse
– Chiomonte-La Maddalena è il villaggio neolitico meglio documentato del Torinese
– A Torino-Sassi potrebbe essere esistito un antico insediamento, ma non è possibile dimostrarne struttura e dimensioni
– Villaggi stabili non significavano comunità completamente immobili
Primi insediamenti a Torino: quando gli uomini iniziarono a fermarsi
Per comprendere la nascita dei villaggi bisogna partire dalle comunità che vivevano nel territorio prima dell’agricoltura.
I gruppi di cacciatori-raccoglitori si muovevano seguendo animali, stagioni e disponibilità delle risorse.
Tuttavia, nelle ultime fasi dell’Epipaleolitico, anche sulla collina torinese potrebbero essere esistite comunità caratterizzate da un nomadismo meno intenso, capaci di utilizzare per periodi relativamente lunghi gli stessi territori.
Non erano ancora villaggi agricoli nel senso pieno del termine.
Rappresentavano però uno dei passaggi che avrebbero progressivamente modificato il rapporto tra le persone e il luogo nel quale vivevano.
Dal nomadismo ai primi insediamenti del Neolitico
Intorno al 5000 a.C. iniziarono a raggiungere l’area alpina e circumalpina diverse innovazioni associate al Neolitico.
Tra queste figuravano:
- allevamento di animali
- coltivazione dei cereali
- produzione della ceramica
- utilizzo della pietra levigata
- nuove tecniche di lavorazione del legno
La loro diffusione non trasformò però immediatamente tutti gli abitanti in agricoltori sedentari.
Le popolazioni locali adottarono queste innovazioni gradualmente, integrandole con caccia, raccolta e sfruttamento delle risorse già conosciute.
La sedentarizzazione fu quindi un processo lungo e progressivo.
La nascita dei primi insediamenti stabili fa parte di una trasformazione molto più ampia: scopri come il Neolitico cambiò il territorio torinese tra villaggi, coltivazioni e nuovi paesaggi umani
Dal IV millennio a.C. le tracce diventano più numerose
È soprattutto durante il IV millennio a.C. che le testimonianze dell’occupazione umana diventano più diffuse nel Piemonte centrale e nel territorio torinese.
Compaiono reperti riconducibili a insediamenti, attività di lavorazione del legno e trasformazione più sistematica del paesaggio.
La forte diffusione delle asce in pietra levigata viene collegata anche a una crescente attività di disboscamento.
Creare uno spazio nel quale vivere significava infatti modificare il bosco.
Bisognava aprire radure, recuperare legname, preparare terreni utilizzabili e costruire strutture destinate a durare.
La nascita del villaggio non dipese soltanto dall’agricoltura
Coltivare cereali contribuì certamente a cambiare il modo di vivere.
Tuttavia, la nascita degli insediamenti stabili non può essere spiegata soltanto attraverso l’agricoltura.
Le comunità continuavano a:
- allevare animali
- cacciare
- raccogliere prodotti spontanei
- utilizzare il bosco
- procurarsi pietre e altre materie prime
- spostarsi stagionalmente
- mantenere rapporti con gruppi lontani
Il villaggio rappresentava soprattutto un cambiamento nel rapporto con il territorio.
Per la prima volta, un determinato luogo cominciava a diventare un punto stabile al quale tornare.
Dal campo stagionale al villaggio
Costruire una capanna non significava necessariamente avere fondato un villaggio.
Un insediamento stabile richiedeva un’organizzazione molto più complessa.
Servivano abitazioni utilizzabili per lunghi periodi, focolari, aree di lavoro e luoghi nei quali conservare cibo e utensili.
Nelle vicinanze dovevano inoltre essere disponibili acqua, terreni, pascoli e legname.
Con il passare del tempo alcuni insediamenti svilupparono anche spazi funerari.
La comunità non utilizzava più soltanto un territorio.
Cominciava a organizzarlo intorno alla propria presenza.
Come veniva scelto il luogo dove vivere
I primi villaggi non sorgevano casualmente.
Gli abitanti cercavano luoghi capaci di offrire contemporaneamente sicurezza e accesso alle risorse.
Nel Torinese risultavano favorevoli soprattutto alcune caratteristiche.
Terrazzi vicino ai corsi d’acqua
Vivere vicino a un fiume o a un torrente garantiva la disponibilità di acqua.
I terrazzi fluviali permettevano inoltre di rimanere relativamente vicini al corso d’acqua evitando le zone maggiormente esposte alle piene.
Pendii e terrazzi soleggiati
Nelle vallate alpine erano particolarmente utili le superfici ben esposte al sole.
Consentivano condizioni migliori per le abitazioni e per alcune attività quotidiane.
Margini dei boschi
Le zone di confine tra foresta e spazi più aperti offrivano numerose risorse.
Qui era inoltre più semplice allargare progressivamente le radure attraverso il taglio degli alberi.
Alture e bricchi
Le posizioni leggermente elevate garantivano terreni più asciutti e permettevano di controllare meglio l’area circostante.
Vie naturali di comunicazione
Le vallate erano anche corridoi di movimento.
La Val di Susa rappresentava già nel Neolitico un percorso capace di mettere in comunicazione aree poste sui diversi versanti delle Alpi.
Chiomonte-La Maddalena: il villaggio neolitico meglio conosciuto
Il caso più importante per comprendere i primi insediamenti stabili del territorio torinese si trova nell’alta Val di Susa.
Il sito della Maddalena di Chiomonte venne individuato tra il 1984 e il 1985 durante le indagini collegate alla costruzione dell’autostrada Torino-Bardonecchia verso il Frejus.
Gli scavi archeologici proseguirono successivamente in maniera sistematica.
Nel complesso vennero sottoposti a indagine stratigrafica circa 12.500 metri quadrati.
Gli archeologi riconobbero differenti fasi di frequentazione, riferibili soprattutto al Neolitico medio e recente.
Un villaggio neolitico a 718 metri di altitudine
L’insediamento si trova a circa 718 metri di quota, sul versante sinistro della Val di Susa.
Nelle vicinanze scorrono la Dora Riparia e il torrente Clarea.
Il luogo presentava inoltre una caratteristica naturale particolarmente utile.
Grandi massi depositati da antichi fenomeni franosi potevano essere utilizzati come protezione.
Gli abitanti sfruttarono questi elementi del paesaggio creando ripari sotto roccia organizzati all’interno di un insediamento più ampio.
Chiomonte dimostra che i villaggi non nacquero soltanto in pianura
La posizione del sito è particolarmente significativa.
La stabilizzazione delle comunità neolitiche non interessò esclusivamente le aree agricole più fertili della pianura.
Anche in ambiente alpino era possibile costruire una vita relativamente stabile.
Chiomonte rappresenta infatti una delle testimonianze più importanti di frequentazione stabile di un ambiente montano e di valico nelle Alpi Cozie.
Il villaggio poteva contemporaneamente sfruttare le risorse locali e mantenere collegamenti attraverso le montagne.
Come era organizzato l’insediamento della Maddalena
Le ricerche hanno individuato due componenti particolarmente importanti.
Da una parte si trovava l’area dell’abitato.
Dall’altra era presente una zona funeraria collegata alla stessa comunità.
L’area residenziale sfruttava anche i grandi massi presenti naturalmente sul terreno.
Sono state inoltre individuate numerose strutture associate alla combustione, tra cui focolari.
La loro presenza dimostra lo svolgimento ripetuto di attività quotidiane nello stesso luogo.
Focolari, ripari e spazi della vita quotidiana
Il fuoco era un elemento centrale della vita del villaggio.
Serviva per cucinare, riscaldarsi, illuminare e svolgere diverse lavorazioni.
La presenza di numerosi focolari suggerisce che l’area non fosse utilizzata soltanto occasionalmente.
Gli abitanti tornavano negli stessi spazi e li organizzavano per le proprie necessità.
Il sito viene infatti classificato come insediamento neolitico con necropoli.
Una necropoli accanto al villaggio
Accanto all’abitato venne individuata anche un’area destinata alle sepolture.
È uno degli elementi più importanti per comprendere il grado di stabilità raggiunto dalla comunità.
Sepellire i propri morti vicino al luogo nel quale si vive significa costruire un legame molto più profondo con il territorio.
Il villaggio non era quindi soltanto una posizione favorevole per trovare cibo e riparo.
Diventava il luogo della comunità, della sua memoria e dei suoi antenati.
Cosa ci racconta la presenza della necropoli
Un cimitero organizzato può essere collegato a diversi aspetti della vita sociale.
Indica:
- permanenza prolungata nel territorio
- rituali condivisi
- memoria delle generazioni precedenti
- maggiore organizzazione della comunità
- legame con un luogo specifico
È uno dei passaggi più profondi introdotti dalla sedentarizzazione.
Accanto allo spazio destinato ai vivi compare quello riservato ai morti.
Alla Maddalena non sono state trovate soltanto tracce di passaggio. Abitato, focolari, attività produttive e necropoli mostrano una comunità capace di organizzare stabilmente lo spazio nel quale viveva.
Gli utensili raccontano il lavoro degli abitanti
Gli scavi hanno restituito anche numerosi strumenti.
Sono stati studiati 132 manufatti in pietra levigata.
Tra gli utensili riconoscibili prevalgono quelli destinati al taglio, soprattutto asce, accette e strumenti simili.
Alcuni oggetti erano incompleti.
Altri si erano spezzati durante le fasi di fabbricazione.
Questo significa che nel villaggio gli strumenti non venivano soltanto utilizzati.
Venivano anche prodotti e lavorati.
Le pietre verdi delle Alpi e gli scambi
Le cosiddette pietre verdi alpine erano una materia prima particolarmente importante.
La loro circolazione superava ampiamente i confini del singolo villaggio.
Chiomonte occupava una posizione favorevole all’interno di questi percorsi.
L’insediamento poteva funzionare contemporaneamente come:
- luogo nel quale vivere
- area di produzione
- punto di passaggio
- nodo di scambio
Il villaggio neolitico non deve quindi essere immaginato come poche capanne completamente isolate in mezzo alla foresta.
Dalla Val di Susa verso le comunità oltre le Alpi
Gli oggetti rinvenuti mostrano anche rapporti culturali con comunità poste oltre l’attuale confine italiano.
Tra la fine del V millennio e la prima metà del IV millennio a.C. esistevano collegamenti con le culture delle Alpi occidentali e in particolare con l’area della valle del Rodano.
Persone, idee e materie prime attraversavano quindi i valichi già migliaia di anni prima della nascita della Torino romana.
La Val di Susa era una via naturale di comunicazione molto prima delle strade storiche conosciute nei secoli successivi.
Torino-Sassi: un possibile insediamento nell’attuale città
Se Chiomonte offre il quadro archeologico più completo, all’interno dell’attuale territorio comunale di Torino la situazione è molto più difficile da ricostruire.
Uno dei casi più interessanti riguarda Sassi.
Nel XIX secolo, durante lavori effettuati in una cava d’argilla sulla destra del Po, furono recuperati due importanti reperti neolitici.
Si trattava di:
- un’ascia in pietra levigata
- un raro anellone realizzato in pietra verde
I due oggetti furono trovati a circa 20 metri di distanza l’uno dall’altro.
A Sassi potrebbe essere esistito un villaggio neolitico
La vicinanza dei due reperti rende plausibile l’ipotesi della presenza di un insediamento.
L’area potrebbe quindi aver ospitato uno dei più antichi abitati neolitici conosciuti nell’attuale territorio comunale di Torino.
Non possiamo però trasformare questa possibilità in una certezza.
Il ritrovamento risale all’Ottocento e non venne accompagnato da uno scavo archeologico realizzato con metodologie moderne.
Non conosciamo quindi:
- forma delle abitazioni
- dimensioni dell’insediamento
- numero degli abitanti
- durata dell’occupazione
- organizzazione degli spazi
Non sarebbe corretto parlare del “primo villaggio di Torino”.
L’anellone di Sassi e il possibile prestigio sociale
Tra i reperti di Sassi spicca il particolare anellone in pietra verde.
L’oggetto viene attribuito al Neolitico antico.
La qualità della lavorazione suggerisce che non fosse necessariamente un semplice utensile.
Potrebbe aver avuto anche un valore simbolico o rappresentare un elemento di prestigio.
La sua presenza testimonia comunque l’inserimento dell’area torinese nelle reti culturali e materiali del Neolitico.
I possibili villaggi della collina torinese
Anche sulla collina sono state individuate nel tempo altre tracce di frequentazione preistorica.
Tra i luoghi citati figurano:
- Bric di Sciolze
- Bric della Maddalena
- Cavoretto
Al Bric della Maddalena sono stati recuperati materiali ceramici e litici.
A Sciolze vennero invece segnalati reperti interpretati come possibili testimonianze di un abitato composto da capanne.
Perché non possiamo considerarli villaggi neolitici certi
Il problema riguarda soprattutto il modo nel quale questi siti vennero individuati.
Molte scoperte risalgono a periodi nei quali l’archeologia utilizzava strumenti e metodologie molto differenti da quelli attuali.
In diversi casi mancano scavi stratigrafici dettagliati.
Anche la cronologia rimane incerta.
Alcune testimonianze potrebbero appartenere a fasi successive al Neolitico.
Per questo Bric di Sciolze, Bric della Maddalena e Cavoretto sono importanti per ricostruire la presenza umana sulla collina, ma non possono essere presentati come villaggi neolitici definitivamente accertati.
I villaggi perduti della collina torinese
È molto probabile che una parte delle testimonianze più antiche sia andata perduta.
Gli insediamenti preistorici erano spesso costruiti con materiali facilmente deperibili.
Legno, argilla e fibre vegetali possono lasciare tracce molto meno evidenti rispetto alla pietra utilizzata negli edifici delle epoche successive.
Inoltre, migliaia di anni di trasformazioni hanno modificato profondamente il territorio.
Tra i principali fattori che possono aver cancellato le evidenze ci sono:
- erosione
- attività agricola
- costruzione di strade
- espansione urbana
- cave
- lavori edilizi
- vecchi scavi non documentati secondo criteri moderni
La scarsità di resti non significa quindi necessariamente assenza di insediamenti.
Dal nomadismo alla casa cambia il rapporto con il territorio
La nascita dei primi villaggi rappresenta una trasformazione ben più profonda della semplice costruzione di un’abitazione.
Prima le persone adattavano soprattutto i propri spostamenti alla disponibilità delle risorse.
Con la sedentarizzazione cominciarono invece a trasformare il paesaggio per poter rimanere nello stesso luogo.
La sequenza poteva essere:
tagliare gli alberi → creare una radura → costruire → coltivare → allevare → conservare il cibo → mantenere i percorsi → produrre strumenti → seppellire i morti.
È in questo cambiamento che si trova la vera nascita dell’insediamento stabile.
Il disboscamento cambia il paesaggio torinese
La crescente diffusione delle asce in pietra levigata durante il IV millennio a.C. rappresenta uno degli indizi della trasformazione.
Gli utensili servivano anche per abbattere alberi e lavorare il legname.
Per costruire abitazioni e creare terreni utilizzabili era necessario intervenire direttamente sulla vegetazione.
Per la prima volta il paesaggio cominciava quindi a essere modificato in maniera sempre più sistematica dalle comunità umane.
Boschi continui lasciavano progressivamente spazio a radure, sentieri e zone utilizzate ripetutamente.
Un villaggio stabile non significava una vita immobile
La sedentarizzazione non pose fine agli spostamenti.
Gli abitanti dei villaggi continuavano a muoversi.
Potevano:
- accompagnare gli animali verso nuovi pascoli
- cacciare in determinati periodi dell’anno
- raggiungere zone ricche di materie prime
- scambiare prodotti
- visitare altre comunità
- attraversare i valichi alpini
La differenza fondamentale era un’altra.
Ora esisteva un luogo stabile dal quale partire e al quale tornare.
Chiomonte era stabile ma inserita in una rete molto ampia
Il caso della Maddalena dimostra bene questo apparente paradosso.
La comunità aveva un insediamento organizzato, aree produttive e una necropoli.
Allo stesso tempo manteneva contatti con territori molto lontani.
La presenza di materie prime e influenze culturali provenienti dall’area transalpina dimostra quanto fossero importanti gli scambi attraverso le Alpi occidentali.
Sedentarizzazione e mobilità potevano quindi convivere.
Dai primi campi a un territorio della comunità
Il passaggio fondamentale avvenne quando le persone smisero di utilizzare un luogo soltanto perché offriva temporaneamente determinate risorse.
Cominciarono invece a investire lavoro per mantenerlo.
Un villaggio richiedeva infatti interventi continui.
Le abitazioni dovevano essere riparate.
Le radure dovevano essere mantenute.
I campi andavano coltivati.
Gli animali dovevano essere gestiti.
Il cibo doveva essere conservato.
Gli utensili dovevano essere prodotti.
Con il tempo anche i morti venivano sepolti vicino al luogo dei vivi.
Il territorio diventava così parte dell’identità stessa della comunità.
Cronologia dei primi insediamenti nel Torinese
Intorno al 5000 a.C. – Nell’area alpina si diffondono gradualmente allevamento, coltivazione dei cereali, ceramica e pietra levigata
V millennio a.C. – L’area di Sassi entra nelle reti culturali del Neolitico; è plausibile la presenza di un insediamento
Fine V-IV millennio a.C. – Si sviluppa l’insediamento di Chiomonte-La Maddalena e sono documentati rapporti attraverso le Alpi occidentali
IV millennio a.C. – Le testimonianze di occupazione diventano più diffuse e aumenta la trasformazione del paesaggio attraverso disboscamento e lavorazione del legno
Perché non conosciamo il primo villaggio di Torino
La domanda più semplice rimane anche quella alla quale è impossibile rispondere con una data precisa.
Non sappiamo quando venne costruito il primo villaggio nel territorio dell’attuale Torino.
Le testimonianze disponibili sono troppo frammentarie.
Sassi offre indizi molto importanti, ma non conserva strutture sufficienti per ricostruire un abitato.
I siti della collina presentano problemi di datazione e documentazione.
Chiomonte, invece, è straordinariamente ricca di informazioni, ma si trova in alta Val di Susa e non può essere definita il primo villaggio dell’intero territorio torinese.
Cosa possiamo affermare con maggiore sicurezza
Le evidenze permettono comunque di ricostruire il processo generale.
A partire dal Neolitico le comunità del territorio iniziarono progressivamente a stabilizzarsi.
Costruirono luoghi abitati per periodi sempre più lunghi.
Modificarono il bosco.
Produssero utensili.
Gestirono animali e coltivazioni.
Conservarono risorse.
Crearono spazi funerari.
Allo stesso tempo continuarono a spostarsi e a mantenere collegamenti con altre comunità.
È questa lenta trasformazione, più che la fondazione di un singolo villaggio, a rappresentare la nascita dei primi insediamenti stabili nel Torinese.
Primi insediamenti a Torino: cosa sapere
Il processo iniziò gradualmente con il Neolitico, a partire dal V millennio a.C. Dal IV millennio a.C. le testimonianze dell’occupazione stabile e della trasformazione del territorio diventano più diffuse.
Il caso archeologico più completo è Chiomonte-La Maddalena, in alta Val di Susa. Il sito comprende un abitato, focolari, aree produttive e una necropoli.
A Sassi sono stati trovati un’ascia e un anellone in pietra verde che rendono plausibile la presenza di un insediamento. Non sono però disponibili strutture sufficienti per ricostruirlo con certezza.
Venivano privilegiati terrazzi fluviali, pendii soleggiati, margini del bosco, alture e luoghi vicini alle vie naturali di comunicazione.
No. Anche le comunità stabili continuavano a cacciare, spostare gli animali, procurarsi materie prime e mantenere rapporti con territori lontani.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



