Mostra Claudio Costa al PAV di Torino 2026: Metamagico esplora arte, rito e memoria del vivente

Da Alessandro Maldera
Maggio 18, 2026

l PAV – Parco Arte Vivente di Torino dedica una grande mostra personale a Claudio Costa, artista tra i più originali e meno scontati del secondo Novecento italiano. La mostra, intitolata Metamagico e curata da Marco Scotini, inaugurata il 15 maggio 2026 alle 18:30. Il percorso attraversa soprattutto gli anni Settanta e mette al centro il rapporto tra arte, antropologia, materiali organici, memoria biologica e ricerca dell’origine.
Metamagico al PAV: cosa sapere sulla mostra
Mostra Claudio Costa al PAV di Torino 2026: il senso del progetto
La mostra Claudio Costa al PAV di Torino 2026 si inserisce nel lavoro di ricerca del Parco Arte Vivente sulle radici del rapporto tra arte ed ecosistema.
Negli ultimi anni il PAV ha ampliato lo sguardo verso quegli artisti che, già tra anni Sessanta e Settanta, avevano anticipato temi oggi molto presenti nel dibattito contemporaneo: ecologia, biodiversità, materia vivente e memoria naturale.
In questo contesto, Claudio Costa occupa una posizione particolare. Infatti, non rappresenta la natura come paesaggio. Al contrario, la usa come archivio, come deposito di tracce, come materia capace di conservare memoria biologica e culturale.
Chi era Claudio Costa
Claudio Costa nasce a Tirana nel 1942 e muore a Genova nel 1995. È stato un artista poliedrico, difficile da racchiudere in una sola definizione.
Si forma tra Milano e Parigi, dove frequenta l’Atelier 17 di S.W. Hayter. In quegli anni incontra anche Marcel Duchamp, figura che resterà per lui un riferimento importante.
Dalla fine degli anni Sessanta, Costa costruisce una ricerca autonoma. Si muove vicino al clima dell’Arte Povera, del Concettuale e di Fluxus, ma senza aderire completamente a nessuna di queste correnti. Il suo lavoro prende una direzione più personale, fatta di antropologia visiva, paleontologia, alchimia e materiali elementari.
Il “work in regress”: andare indietro per cercare l’origine
Uno dei concetti chiave di Claudio Costa è il work in regress. L’espressione richiama ironicamente il “work in progress”, ma ne rovescia il senso.
Per Costa, il movimento dell’arte non va solo in avanti. Deve anche tornare indietro, scavare, riesumare, guardare ciò che precede l’uomo moderno e le sue categorie.
Il suo lavoro, quindi, non parla semplicemente di culture primitive. Piuttosto, ne adotta alcuni gesti: raccogliere, classificare, conservare, trasformare, rimettere in circolo oggetti e segni dimenticati.
Metamagico: perché la mostra si chiama così
Il titolo Metamagico riprende un’opera del 1978 e indica una delle chiavi di lettura più forti del percorso espositivo.
La mostra guarda al pensiero magico non come evasione, ma come forma alternativa di conoscenza. In questo senso, mito, rito e gesto artistico diventano strumenti per interrogare il mondo fuori dalla razionalità moderna più rigida.
Inoltre, il titolo scelto da Marco Scotini permette di leggere Costa come un artista capace di mettere insieme museo, archivio, scavo e rito. Le sue opere sembrano reperti, ma non appartengono davvero a un museo scientifico. Sembrano oggetti rituali, ma sono anche dispositivi concettuali.
Materiali organici e opere al confine tra arte e reperto
Fin dalle prime opere, Costa lavora con materiali poveri, organici e primari. Usa ardesia, creta, cera, terracotta, ossa, elementi vegetali e altre materie legate al corpo, alla terra e al tempo.
Questi materiali non sono scelti solo per il loro aspetto. Al contrario, diventano portatori di memoria. Ogni elemento sembra conservare una traccia, una stratificazione, un resto del vivente.
Per questo motivo, molte opere di Costa abitano una zona ambigua. Non sono solo sculture. Non sono solo documenti. Sembrano stare tra il reperto archeologico, la teca naturalistica, l’oggetto rituale e l’opera d’arte contemporanea.
Le tre sezioni della mostra
Il percorso espositivo di Metamagico si articola in tre aree principali.
La prima è Antropologia riseppellita, dedicata alla sala personale presentata da Claudio Costa a Documenta 6 di Kassel nel 1977.
La seconda riguarda il Museo dell’Uomo, mentre la terza è dedicata al Museo di antropologia attiva di Monteghirfo, fondato dall’artista nel 1975.
Queste sezioni mostrano bene il metodo di Costa. L’artista non costruisce solo singole opere, ma immagina musei, archivi, classificazioni e dispositivi che mettono in crisi il modo tradizionale di guardare la storia, la natura e l’origine dell’umano.
Documenta, Biennale e il rapporto con l’arte internazionale
Claudio Costa ha avuto un ruolo importante nel circuito artistico internazionale. Nel 1977 partecipa a Documenta 6 a Kassel con una sala personale.
Inoltre, prende parte a diverse edizioni della Biennale di Venezia, tra cui la sezione Arte e Alchimia del 1986.
Queste presenze confermano la rilevanza del suo lavoro, anche se Costa è rimasto meno noto al grande pubblico rispetto ad altri protagonisti della stessa stagione. Proprio per questo, la mostra del PAV assume un valore importante: permette di rileggere un artista complesso, radicale e ancora molto attuale.
Il Museo Attivo delle Forme Inconsapevoli
Nell’ultima fase della sua carriera, Claudio Costa lega sempre di più arte, psicanalisi e impegno sociale.
A Genova fonda il Museo Attivo delle Forme Inconsapevoli presso l’ex ospedale psichiatrico di Quarto. Questo progetto mostra un lato fondamentale della sua ricerca: l’arte non è solo produzione di oggetti, ma anche pratica sociale, relazione, ascolto e attraversamento delle fragilità.
Di conseguenza, il percorso di Costa non resta chiuso nel sistema dell’arte. Tocca invece istituzioni, cura, marginalità e memoria collettiva.
AgriPittura e attività educative del PAV
Nell’ambito della mostra, le AEF/PAV – Attività Educazione Formazione propongono il laboratorio AgriPittura.
Il nome è un neologismo e indica una sperimentazione espressiva che parte dai materiali del paesaggio: terra, erba e altri elementi naturali o coltivati.
Inoltre, per approfondire il piano socio-antropologico della mostra, Marina Arienzale condurrà Workshop_88 / Gira Voce 03. Si tratta di un’azione condivisa dedicata alla comunicazione, pensata come un grande telefono senza fili. I partecipanti usciranno dagli spazi del PAV per ascoltare le voci del quartiere e raccoglierne le opinioni.
Perché vedere Metamagico al PAV
Metamagico è una mostra importante perché permette di riscoprire un artista poco addomesticabile. Claudio Costa non offre un’arte immediata o decorativa. Il suo lavoro chiede attenzione, tempo e disponibilità a entrare in un immaginario fatto di resti, tracce, materiali e ritorni.
Tuttavia, proprio questa complessità lo rende interessante oggi. In un periodo in cui si parla molto di ambiente, biodiversità, memoria del vivente e rapporto tra uomo e natura, Costa appare sorprendentemente vicino alle domande del presente.
La mostra al PAV non recupera solo un artista del passato. Al contrario, mostra quanto alcune ricerche degli anni Settanta possano ancora aiutarci a guardare meglio il nostro tempo.
Una collaborazione con Archivio Claudio Costa e C+N Gallery CANEPANERI
La mostra è realizzata in collaborazione con l’Archivio Claudio Costa e C+N Gallery CANEPANERI.
Questa collaborazione permette di costruire un percorso solido intorno a un artista che ha lavorato tra materiali, archivi, musei immaginari, alchimia, antropologia e pratiche sociali.
Inoltre, conferma il ruolo del PAV come luogo di ricerca su quelle esperienze artistiche che hanno messo in discussione il confine tra arte, natura, corpo, memoria e ambiente.
FAQ – Guida alla mostra Metamagico di Claudio Costa
La mostra inaugura venerdì 15 maggio 2026 alle 18:30 al PAV – Parco Arte Vivente di Torino.
La mostra è visitabile fino all’11 ottobre 2026.
La mostra Metamagico è curata da Marco Scotini.
I temi principali sono antropologia visiva, memoria biologica, materiali organici, cultura materiale, rito, museo, archivio e ricerca dell’origine.
Claudio Costa è stato un artista italiano nato a Tirana nel 1942 e morto a Genova nel 1995. La sua ricerca ha attraversato Arte Povera, Concettuale e Fluxus, sviluppando però un linguaggio autonomo fondato su antropologia, paleontologia, alchimia e materiali non convenzionali.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



