Fortunato Depero e Torino: il futurista che lasciò un segno forte anche in Piemonte

Da Alessandro Maldera
Maggio 07, 2026

Fortunato Depero viene ricordato soprattutto per Rovereto, il Futurismo e la grafica pubblicitaria. Tuttavia anche Torino e il Piemonte entrano più volte nella sua biografia, e non in modo marginale. Qui infatti Depero lavora giovanissimo, sperimenta forme nuove di promozione, espone, torna con il teatro futurista e lascia opere che ancora oggi aiutano a leggere il suo percorso. Perciò raccontarlo da un punto di vista piemontese ha senso: rende la sua figura più concreta e molto meno scolastica.
Identikit dell’artista Futurista
Chi era Fortunato Depero e perché interessa anche a Torino
Fortunato Depero nacque a Fondo, in Val di Non, il 30 marzo 1892, da Lorenzo Depero e Virginia Turri, entrambi originari di Vigo di Ton. Ancora giovanissimo si trasferì però a Rovereto, allora come Fondo territorio dell’Impero austro-ungarico. Qui frequentò la Scuola Reale Elisabettina, istituto artistico frequentato anche da altri futuri protagonisti della cultura italiana del Novecento.
Depero fu pittore, scultore, designer, illustratore, scenografo e costumista. Inoltre fu uno dei firmatari del manifesto dell’aeropittura e una delle figure più rappresentative di quello che viene comunemente definito secondo Futurismo. Tuttavia questa etichetta, entrata davvero in uso più tardi, non basta da sola a spiegare la sua importanza. Depero, infatti, fu soprattutto l’artista che portò il Futurismo fuori dalle sole gallerie, dentro la pubblicità, l’arredamento, il teatro, la grafica e gli oggetti della vita quotidiana.
Il primo passaggio decisivo: Depero a Torino nel 1910
Il legame con Torino inizia presto. Dopo il rifiuto all’ammissione all’Accademia di Belle Arti di Vienna nel 1908, Depero si spostò infatti a Torino nel 1910 per lavorare come decoratore all’Esposizione internazionale. È un passaggio importante, perché lo mette a contatto con una città industriale, dinamica, espositiva e già proiettata verso la modernità.
A Torino incontrò anche lo scultore Leonardo Canonica. Poi tornò a Rovereto, dove lavorò per circa un anno presso il marmista Giuseppe Sacanagatta, occupandosi anche di lapidi funerarie. Questa fase conta molto, perché la sua attrazione iniziale per la scultura e per le arti plastiche si vedrà poi anche nella pittura, sempre molto costruita, volumetrica, quasi solidificata. Non a caso, all’inizio Depero amava presentarsi più come scultore che come pittore.
Gli esordi tra Rovereto, Roma e la scoperta del Futurismo
Nei primi anni Dieci Depero espose due volte alla libreria Giovannini, nel 1911 e nel 1913. Sempre nel 1913 pubblicò il suo primo libro, Spezzature, una raccolta di poesie e pensieri accompagnati da disegni. Le prime prove mostrano influenze simboliste e accademiche, ma anche una vena espressionista, allegorica, visionaria e a tratti grottesca.
Nel dicembre 1913 fu colpito dalla mostra romana di Umberto Boccioni. A Roma conobbe anche Giacomo Balla e Filippo Tommaso Marinetti. Tramite il gallerista Sprovieri riuscì quindi a esporre all’Esposizione Libera Futurista Internazionale nella primavera del 1914. Dopo un breve ritorno in Trentino, allo scoppio della guerra si trasferì a Roma e si inserì nella cerchia del primo gruppo futurista.
Da un lato fu attratto dal dinamismo plastico di Boccioni. Dall’altro, però, si avvicinò sempre di più a Balla, con cui condivideva il gusto per la linea decorativa, l’invenzione continua e una forte capacità tecnica.
Il manifesto del 1915 e la svolta delle arti applicate
Nel 1915, insieme a Giacomo Balla, firmò il manifesto Ricostruzione futurista dell’universo, destinato a diventare uno dei testi chiave del Futurismo. Qui i due artisti si proclamavano astrattisti futuristi e immaginavano un universo gioioso, colorato e luminoso, capace di superare pittura e scultura tradizionali per invadere ogni ambito del vivere.
È qui che Depero si distingue davvero. Infatti non si limitò a teorizzare il cambiamento: cercò di tradurlo in cose concrete. Per lui il Futurismo doveva entrare nella vita quotidiana attraverso grafica, moda, teatro, pubblicità, arredi, oggetti, architetture effimere e arti applicate. Quindi, paradossalmente, fu futurista in modo ancora più radicale di molti futuristi rimasti dentro un’idea più tradizionale di pittura e scultura.
Nello stesso periodo partecipò ai movimenti irredentisti e partì per il fronte. Tuttavia si ammalò e venne riformato. Da questa esperienza nacquero anche alcune chine di tema guerresco, tra cui Il mitragliere del 1915.
Teatro d’avanguardia, onomalingua e Balli Plastici
Tra il 1916 e il 1918 Depero allargò ancora il suo raggio d’azione. Nel 1916 preparò una mostra personale e iniziò a elaborare canzoni rumoriste e la sua onomalingua, che definiva come una verbalizzazione astratta, fondata su suoni onomatopeici e destinata anche all’uso scenico. Più avanti, nel 1927, a questa ricerca si collegheranno anche le liriche radiofoniche.
Sempre nel 1916 Umberto Boccioni scrisse di lui sulla rivista Gli Avvenimenti. Alla fine dello stesso anno conobbe Sergej Djagilev, che visitò il suo studio insieme a Larionov e Massine e gli commissionò scene e costumi per Il canto dell’usignolo su musiche di Stravinskij. Il progetto però non si realizzò, anche perché Depero fu coinvolto anche nei lavori legati a Parade.
Nel 1917 strinse un rapporto decisivo con il poeta svizzero Gilbert Clavel. Ospite della sua villa-torre a Positano e poi a Capri, illustrò per lui Un istituto per suicidi e, insieme a lui, diede vita al Teatro Plastico dei Balli Plastici, rappresentato a Roma il 15 aprile 1918 al Teatro dei Piccoli. Lo spettacolo, recitato da marionette-automi anziché da attori in carne e ossa, fu un’opera davvero d’avanguardia.
Durante il soggiorno caprese nacquero anche i primi arazzi futuristi, in realtà tarsie di stoffe colorate. Da qui prende forma quello che oggi chiamiamo senza fatica stile Depero, popolato da pupazzi, automi, marionette, figure meccaniche e colori netti.
La Casa d’Arte Futurista e l’idea di un Futurismo utile
Dopo il rientro a Rovereto, nel 1919, Depero fondò la propria Casa d’Arte Futurista. Questa scelta è decisiva anche per capire il suo rapporto con Torino e con il Piemonte. Infatti Depero non voleva creare oggetti d’avanguardia inutilizzabili, buoni solo per stupire. Voleva invece produrre manifesti pubblicitari, mobili, tessuti, arredi, giocattoli, oggetti capaci di stare davvero dentro la casa moderna.
Questa impostazione, concreta e pragmatica, è ciò che rende Depero così vicino alla cultura industriale del Nord-Ovest italiano. E infatti proprio in area piemontese il suo linguaggio troverà alcuni degli sbocchi più forti, sia sul piano espositivo sia su quello commerciale.
Torino negli anni Venti: Winter Club, teatro futurista e Quadriennale
Negli anni Venti Torino torna più volte nella storia di Depero. Nel 1922 realizzò il Winter Club di Torino, e per pubblicizzarne l’esposizione usò per la prima volta il lancio di volantini da un aereo, grazie all’amico futurista Fedele Azari. È un episodio molto deperiano: spettacolare, aggressivo, pubblicitario, e anche un po’ mattacchione.
Nel 1924, inoltre, il balletto meccanico Anihccam del 3000 venne replicato anche a Torino il 14 gennaio, con la Compagnia del Nuovo Teatro Futurista. È proprio in quell’occasione che fu scattata la celebre fotografia con Depero, Marinetti e Cangiullo in panciotto futurista. Torino, quindi, non fu solo sfondo: fu un luogo reale di circolazione del suo teatro e della sua immagine pubblica.
Nel 1927 Depero partecipò anche alla Quadriennale di Torino, mentre nello stesso periodo continuava a lavorare tra mostre, grafica, allestimenti e collaborazioni editoriali.
Depero, Campari e il Piemonte industriale
Se c’è però un punto in cui il nome di Depero tocca davvero l’immaginario piemontese, questo è il rapporto con Campari. Il sodalizio cominciò in modo concreto dopo la Biennale di Venezia del 1926, quando espose il dipinto Squisito al selz dedicato al commendator Campari. Da lì partì una collaborazione professionale destinata a lasciare un segno enorme nella storia della grafica pubblicitaria italiana.
Tra il 1924 e il 1928 Depero lavorò per molte aziende, tra cui Alberti, Schering, Bernocchi e soprattutto Campari, per cui realizzò centinaia di proposte. In questo senso fu il più autorevole cartellonista pubblicitario tra i futuristi. Inoltre condensò la propria idea nel Manifesto dell’arte pubblicitaria del 1932, dove sosteneva che l’immagine pubblicitaria dovesse essere veloce, sintetica, fascinatrice, costruita con grandi campiture di colore e forte dinamismo.
Qui il collegamento con Torino e Piemonte non è forzato. Anzi, è solidissimo: perché il linguaggio di Depero dialoga perfettamente con il mondo industriale, commerciale e urbano che tra Torino, Milano e l’Italia del Nord stava trasformando il gusto visivo del Novecento.
Il libro imbullonato e la grafica come macchina
Il 1927 fu un anno decisivo. Con il sostegno di Fedele Azari, Depero pubblicò la monografia Depero futurista 1913–1927, il celebre Libro imbullonato. Il volume era insieme portfolio, strumento promozionale e opera d’arte in sé. Stampato dalla Tipografia Mercurio di Rovereto, presentava impaginazioni sperimentali, carte differenti per colore e grammatura e una rilegatura meccanica con due grossi bulloni.
Questo libro non documenta soltanto il suo lavoro. Lo mette in scena come una fusione totale di artista, artigiano, grafico e inventore. Ed è proprio per questo che resta uno dei capolavori dell’editoria d’avanguardia del Novecento.
New York, la pubblicità internazionale e il ritorno in Italia
Nel 1928 Depero partì per New York con la moglie Rosetta. Qui tentò di esportare l’idea della Casa d’Arte Futurista con la Depero’s Futurist House. Lavorò senza sosta: mostre, pubblicità, riviste, ristoranti, teatro, scenografie, costumi e copertine per testate importanti come Vanity Fair, Vogue, Sparks, The New Auto Atlas, The New Yorker, Dance Magazine e Movie Makers.
Collaborò anche con il Roxy Theatre tramite Leon Leonidoff e venne coinvolto dalla BBDO per la campagna dell’American Lead Pencil Company. Inoltre progettò ambienti per ristoranti come Enrico & Paglieri e Zucca, e lavorò anche per i grandi magazzini Macy’s.
Dal punto di vista stilistico restò fedele al suo mondo di pupazzi, diagonali, parallelepipedi e contrasti netti, soprattutto tra bianco, nero e rosso. Tuttavia non fu un innovatore assoluto della grafica come Cassandre. Questo va detto senza favole. Però il suo impatto sulla pubblicità successiva fu reale, proprio grazie alla forza del segno e dell’iconografia.
Aeropittura, fascismo e anni più difficili
Rientrato in Italia nel 1930, Depero si trovò davanti a un Futurismo cambiato, ormai sempre più orientato verso l’Aeropittura. Aveva firmato il manifesto soprattutto per fedeltà a Marinetti, ma in realtà non era davvero affascinato da aeroplani e nuvole. Era uno con i piedi per terra. E, dopo aver visto New York, il “futuro” immaginato dai futuristi italiani gli appariva in parte già realizzato, e non sempre in forma luminosa.
Da qui parte una svolta più fredda, più ortogonale, meno fiabesca. Le marionette e i folletti lasciano gradualmente spazio a figure più dure, a temi folklorici, a motivi italici, a un colore meno acceso. Negli anni Trenta lavorò per giornali come L’Illustrazione Italiana, Il Secolo Illustrato e Lo Sera. Nel 1932 espose alla Biennale di Venezia e alla Triennale di Milano. Mentre nel 1933 pubblicò la rivista Dinamo Futurista, durata però solo cinque numeri. Nel 1934 uscì con le Liriche Radiofoniche, che declamò anche all’EIAR.
Il suo isolamento crescente dal centro del movimento lo trasformò in una figura quasi leggendaria, ma lo allontanò anche da una delle sue fonti principali di reddito: la pubblicità. I committenti diventarono così enti pubblici, corporazioni, alberghi, segreterie di partito, industrie locali. Le opere erano spesso decorative, didascaliche o propagandistiche.
Negli anni dell’autarchia lavorò anche sul Buxus, materiale economico a base di cellulosa prodotto dalle Cartiere Bosso. Nel 1940 pubblicò la propria Autobiografia. Tra il 1941 e il 1942 realizzò un grande mosaico per l’E42 di Roma. Nel 1943, con A Passo Romano, cercò di mostrare un sostanziale allineamento al fascismo anche per ottenere incarichi e commissioni. Dopo la guerra, nel tentativo di giustificarsi davanti al nuovo clima democratico, spiegò che i futuristi avevano creduto che il fascismo potesse realizzare il loro programma e che, molto più brutalmente, lui aveva anche bisogno di vivere e lavorare.
Gli ultimi anni tra museo, polemiche e rivalutazione
Nel 1947 tentò un secondo viaggio in America, in parte sostenuto dalle Cartiere Bosso. Però trovò un ambiente ormai ostile al Futurismo, considerato arte del fascismo. Tornò quindi in Italia nel 1949 e, nonostante la delusione e l’età ormai avanzata, continuò a muoversi tra mostre e progetti.
Negli anni Cinquanta aderì anche alla collezione Verzocchi sul tema del lavoro, inviando il dipinto Tornio e telaio oltre a un autoritratto. Nel 1951 lanciò il suo manifesto sull’Arte nucleare. Tra il 1953 e il 1956 allestì, arredò e decorò la sala del consiglio della Provincia autonoma di Trento. Nel 1955 polemizzò duramente con la Biennale di Venezia, accusata di censurare lui e il Futurismo post-1916.
Nel 1957 iniziò ad allestire a Rovereto la Galleria Museo Depero, inaugurata poi nel 1959. Morì a Rovereto il 29 novembre 1960. Dopo la morte arrivarono la retrospettiva alla IX Quadriennale di Roma nel 1965, poi la graduale rivalutazione dagli anni Settanta in avanti. Il 17 gennaio 2009, dopo un lungo restauro, la Casa d’Arte Futurista Depero ha riaperto come sede museale del Mart di Rovereto, mentre il suo archivio è oggi conservato presso l’Archivio del ’900 del Mart.
Tecniche e stile: perché Depero si riconosce subito
Depero costruiva spesso le opere partendo da schizzi e arrivando poi a usare fili metallici, vetri, cartoni, carte veline, stoffe, legno e altri materiali poveri. Il suo obiettivo era l’opera d’arte totale, capace di fondere pittura, scultura, musica, architettura, teatro e arti applicate.
Le sue immagini sono riconoscibili quasi subito: forme geometriche, figure meccaniche, automi, folletti, parallelepipedi, diagonali, forti contrasti cromatici e un gusto per la stilizzazione che resta sempre vicino all’idea di movimento. Persino quando cambia fase, Depero resta Depero. Ed è proprio questa coerenza dura e un po’ ostinata che lo rende interessante ancora oggi.
Le opere principali e il rapporto con Torino
Le opere più note di Depero coprono fasi molto diverse del suo percorso. Tra quelle spesso ricordate ci sono:
- Senza titolo, tecnica mista su tavola
- Movimento d’uccello (1916)
- Paesaggio guerresco (1916)
- Architettura sintetica di uomo (Uomo con i baffi) (1917)
- Soldatino hop hop (1917)
- Rotazione di ballerina e pappagalli (1917)
- Il corteo della gran bambola (1920)
- Festa della sedia (1927)
- Il re di denari (1932)
- Palma e pesci (1937-1938 circa)
Per il lettore piemontese, però, conta ricordare soprattutto che a Torino si collega il dipinto Aratura-Paesaggio al tornio del 1926, oggi riferito al patrimonio della Galleria d’Arte Moderna. Inoltre nel suo percorso compaiono più volte la scena culturale torinese, le esposizioni, il teatro e l’uso della città come luogo di lancio e sperimentazione.
Perché Fortunato Depero conta per Torino e Piemonte
Depero non fu un artista piemontese di nascita. Sarebbe una sciocchezza dirlo. Però Torino e il Piemonte furono per lui un terreno concreto di passaggio, lavoro, visibilità e lettura successiva. Torino gli offrì presto un contatto con la modernità espositiva nel 1910. Poi tornò come spazio di teatro, di réclame, di esposizioni e di ricezione critica. E il Piemonte, più in generale, aiuta ancora oggi a leggere la sua doppia natura: artista d’avanguardia, sì, ma anche progettista pratico, immerso nel mondo moderno delle industrie, dei manifesti e dei consumi.
Per questo, se lo si guarda da qui, Depero smette di sembrare solo un nome da manuale sul Futurismo. Diventa invece un autore che ha parlato davvero anche alla cultura visiva di Torino, e lo ha fatto con una forza che si sente ancora.
Cosa sapere su Fortunato Depero e Torino
Torino fu uno dei primi snodi reali della sua carriera. Nel 1910 vi lavorò come decoratore all’Esposizione internazionale. Inoltre negli anni Venti tornò in città con il Winter Club, il Nuovo Teatro Futurista e la Quadriennale di Torino.
Perché il suo percorso incrocia il Piemonte sia sul piano culturale sia su quello industriale. Da un lato Torino fu luogo di lavoro, spettacolo ed esposizione. Dall’altro, il legame con Campari e con la grafica pubblicitaria lo rende centrale anche per la storia visiva dell’Italia del Nord.
Sì, e in modo molto forte. Fu tra i protagonisti del cosiddetto secondo Futurismo, firmò con Balla il manifesto Ricostruzione futurista dell’universo e portò il Futurismo dentro pubblicità, teatro, arredo, editoria e arti applicate.
A Torino è tradizionalmente collegata l’opera Aratura-Paesaggio al tornio del 1926, oggi riferita alla GAM. Il nucleo più ampio della sua produzione, comunque, resta conservato soprattutto tra il Mart e il Museo Depero di Rovereto.
Il contributo più originale sta nell’aver trasformato il Futurismo in qualcosa di concretamente applicabile. Non solo pittura, quindi, ma anche grafica, pubblicità, teatro, oggetti, tessuti, libri e ambienti, con un linguaggio visivo ancora oggi immediatamente riconoscibile.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende



