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Eccidio di Sant’Antonino di Susa: la strage partigiana del maggio 1944 e i nomi delle vittime

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Da Alessandro Maldera

Aprile 24, 2026

L’eccidio di Sant’Antonino di Susa è una delle pagine più tragiche della storia della Valle di Susa durante l’occupazione nazifascista. Nel maggio 1944 il paese fu coinvolto in una spirale di rastrellamenti, arresti, violenze ed esecuzioni che colpirono partigiani e civili. Inoltre, questa vicenda non va letta come episodio isolato, ma come parte di un’operazione repressiva più ampia che investì diverse vallate piemontesi. Ricordarla oggi significa dare un nome ai caduti e restituire peso storico a ciò che accadde.

I fatti essenziali della strage di maggio

– Nella primavera del 1944 Sant’Antonino di Susa fu sottoposta a coprifuoco e posti di blocco
– Il 12 maggio 1944 più di una trentina di prigionieri furono rinchiusi alla scuola Dorina Abegg
Nicola Cumiano, ferito, morì nella notte tra l’11 e il 12 maggio senza cure adeguate
Sedici partigiani furono portati dietro il vecchio cimitero e fucilati

Sant’Antonino di Susa sotto occupazione nella primavera del 1944

Nella primavera del 1944 la presenza delle SS tedesche in Valle di Susa si fece sempre più intensa. L’obiettivo era chiaro: individuare e distruggere le organizzazioni partigiane attive sul territorio. Anche a Sant’Antonino di Susa il clima cambiò rapidamente.

Furono infatti imposti il coprifuoco e diversi posti di blocco, collocati in punti strategici del paese: in via Torino, in via San Valeriano — oggi via Abegg — e al bivio con via Moncenisio. Di conseguenza, la vita quotidiana venne piegata a un controllo militare sempre più duro.

Il precedente del 2 marzo 1944 in borgata Vignassa

Prima dell’eccidio di maggio, Sant’Antonino era già stato segnato da un altro fatto di sangue. Il 2 marzo 1944, in borgata Vignassa, furono infatti fucilati tre ufficiali italiani: il tenente Lorenzo Della Valle e i sergenti maggiori Cesare Prato e Mario Sapone.

Questo episodio anticipa bene il clima di terrore che nei mesi successivi sarebbe precipitato in una strage ancora più ampia.

Il rastrellamento di maggio e l’arresto dei prigionieri

Circa due mesi dopo, il paese venne travolto da una violenza ancora più brutale. Nella mattinata del 12 maggio 1944, più di una trentina di partigiani furono catturati e rinchiusi presso la scuola elementare Dorina Abegg, trasformata in carcere improvvisato.

Tra loro c’era anche Nicola Cumiano, ferito in montagna e trasportato a valle su una slitta per il trasporto della legna. Rimase per tutta la notte tra l’11 e il 12 maggio nella palestra dell’edificio, senza soccorso adeguato. La custode della scuola, Luigina Rosetto Giaccherino, tentò di alleviarne la sofferenza portandogli una bevanda calda. In un primo momento la sentinella le impedì di avvicinarsi; solo dopo il cambio della guardia riuscì a farlo. Nicola, però, morì durante la notte.

Già questo dettaglio basta a far capire il livello di crudeltà di quelle ore. E purtroppo non era ancora finita.

La fossa scavata dietro il vecchio cimitero

Nel frattempo due abitanti di Sant’Antonino furono prelevati dal loro orto, vicino alla scuola, e costretti a scavare una fossa dietro il muro del vecchio cimitero. Era il luogo scelto per l’esecuzione.

Verso sera, secondo la ricostruzione riportata nel pannello commemorativo, sedici partigiani vennero fatti uscire dal carcere improvvisato, caricati su due camion e portati sul luogo dell’eccidio. Una volta giunti accanto alla fossa, furono fatti scendere e giustiziati con colpi alla nuca, con il volto rivolto verso lo scavo.

La scena venne osservata anche da testimoni diretti: Mario Imarisio, che viveva con la moglie Caterina Biava e con i suoceri nella casa cantoniera di fronte al luogo dell’eccidio.

La riesumazione dei corpi e il gesto di Suor Rita

I caduti non furono subito restituiti alle famiglie. Soltanto dopo quindici giorni i corpi vennero dissepolti. A occuparsi di loro fu Suor Rita, di Casa Famiglia, che li ricompose con cura, ripulendoli dal fango e dal sangue prima della riconsegna ai parenti.

È uno di quei passaggi che restano addosso. Perché dopo la barbarie, la storia conserva almeno il gesto opposto: quello della pietà.

L’eccidio dentro il grande rastrellamento del maggio 1944

L’eccidio di Sant’Antonino di Susa va collocato nel quadro più ampio del grande rastrellamento che colpì le vallate piemontesi nel maggio 1944. Il 10 maggio la Val Sangone venne investita da una vasta operazione militare denominata Habicht, conclusa il 18 maggio.

L’azione coinvolse Cumiana, Barge, la Valle di Susa, la Val Chisone, la Val Germanasca, la Val Sangone e la Val Troncea. Il bilancio fu pesantissimo: oltre cento partigiani e circa diciotto civili furono uccisi tra combattimenti ed eccidi, anche se le fonti tedesche parlarono addirittura di 156 morti. Inoltre ci furono deportazioni, saccheggi e incendi di borgate, in particolare Forno e Pontetto.

L’operazione fu condotta da reggimenti di Polizia SS, reparti di polizia militare, compagnie di Battaglioni dell’Est e da un plotone di gendarmeria tedesca. A questi si aggiunsero forze italiane: la compagnia Arditi del Battaglione Guardie Confinarie della Guardia Nazionale Repubblicana, la compagnia OP della GNR di Torino e cinquanta legionari del Gruppo Leonessa. In totale gli uomini impegnati furono circa 1.510.

Secondo documenti delle Brigate Garibaldi, i partigiani catturati subirono violenze e torture prima delle esecuzioni sommarie. In alcuni casi si parlò persino di uomini sepolti vivi. Roba da non dimenticare, altro che note a piè di pagina.

Il battaglione di SS italiane e la ricostruzione del 13 maggio

Un altro elemento riportato nelle ricostruzioni storiche riguarda l’arrivo, il 10 maggio 1944, di un battaglione di SS italiane acquartierato proprio a Sant’Antonino di Susa. Nei giorni successivi, durante i rastrellamenti nelle montagne sopra Villar Focchiardo, i nazifascisti catturarono 27 persone tra partigiani e civili sorpresi mentre facevano legna nei boschi.

Secondo questa ricostruzione, la mattina del 13 maggio furono fucilate 17 persone, poi sepolte dietro il muro perimetrale del cimitero. I corpi sarebbero stati esumati il 31 maggio e successivamente sepolti nei comuni di residenza delle famiglie, mentre gli altri 10 prigionieri sarebbero stati deportati in Germania.

Qui è bene essere chiari: le fonti memoriali e le ricostruzioni disponibili mettono in luce una sequenza che ruota tra il 12 e il 13 maggio 1944, ma il nucleo della vicenda resta fermo. A Sant’Antonino avvenne un’esecuzione di massa di giovani partigiani e prigionieri, legata al grande rastrellamento nazifascista di quei giorni.

Il contesto del rastrellamento e il bilancio delle vittime

– L’eccidio si inserisce nel rastrellamento Habicht, attivo tra il 10 e il 18 maggio 1944
– Le operazioni coinvolsero diverse vallate piemontesi e circa 1.510 uomini tra reparti tedeschi e forze italiane
– Le vittime ricordate a Sant’Antonino sono 17: Nicola Cumiano morto di stenti e 16 giovani fucilati
– Gli altri 10 prigionieri catturati nello stesso contesto risultano deportati in Germania

I partigiani uccisi a Sant’Antonino di Susa

La memoria dell’eccidio di Sant’Antonino di Susa passa anche dai nomi. E i nomi vanno scritti, non lasciati evaporare.

Nicola Cumiano

Nicola Cumiano, nato a Orbassano il 7 febbraio 1925, figlio di Giovanni e Angela Crivello, risiedeva a Orbassano. Era celibe e faceva il meccanico. Morì di stenti nella palestra comunale di Sant’Antonino nella notte tra l’11 e il 12 maggio.

Le altre vittime fucilate

Tra i partigiani uccisi risultano inoltre:

  • Bruno Vanni, nato a Noceto (Parma) il 23 luglio 1924, residente a Orbassano, celibe, meccanico
  • Luigi Fagiano, nato a None il 27 maggio 1922, residente a Orbassano, celibe, meccanico
  • Nicola Grosso, nato a Orbassano il 29 ottobre 1921, residente a Orbassano, celibe, operaio
  • Armando Priano, nato a Morsasco (Alessandria) il 29 dicembre 1925, residente ad Alice Bel Colle, celibe, agricoltore; il verbale di identificazione della salma riesumata è del 10 luglio 1945
  • Francesco Richiero, nato a Froyes, in Francia, il 30 giugno 1927, residente a Condove, celibe, apprendista
  • Gino Nissardi, nato a Torino il 21 marzo 1924, residente a Torino, celibe
  • Angelo Nissardi, nato a Torino il 13 agosto 1919, residente a Torino, celibe
  • Giovanni Servino, nato a Bruino il 31 maggio 1917, residente a Bruino, celibe
  • Felice Maritano, nato a Chiusa San Michele il 23 agosto 1925, residente a Chiusa San Michele, celibe, operaio
  • Romano Barella, nato a Chiusa San Michele l’8 settembre 1925, residente a Chiusa San Michele, celibe, operaio
  • Elio Leschiera, nato a Bussoleno il 20 marzo 1924, residente a Bussoleno, celibe, apprendista
  • Angelo Guglielmino, nato a Bussoleno il 2 ottobre 1922, residente a Bussoleno, celibe, muratore
  • Giuseppe Righi, nato a Torino il 7 ottobre 1918, figlio di Giovanni e Talpone Giovanna, residente a Torino, celibe, meccanico
  • Cesare Spinello, nato a Collegno l’8 febbraio 1923, residente a Collegno, celibe, falegname
  • Nello Cartei, nato a Pianezza il 24 agosto 1924, residente a Collegno, celibe, operaio
  • Giorgio Chicco, nato a Torino il 23 marzo 1923, residente a Torino, celibe, studente

FAQ – Risposte essenziali per capire la vicenda

Quando avvenne l’eccidio di Sant’Antonino di Susa?

L’eccidio si colloca nei giorni del 12 e 13 maggio 1944, durante il grande rastrellamento nazifascista che colpì la Valle di Susa e altre vallate piemontesi.

Dove furono tenuti i prigionieri?

I partigiani catturati furono rinchiusi presso la scuola elementare Dorina Abegg di Sant’Antonino di Susa, utilizzata come luogo di detenzione improvvisato.

Quante furono le vittime dell’eccidio?

Le vittime ricordate sono 17: Nicola Cumiano, morto di stenti nella palestra comunale, e 16 giovani partigiani successivamente fucilati dietro il vecchio cimitero.

In quale contesto avvenne la strage?

La strage si inserì nell’operazione Habicht, vasta offensiva repressiva avviata tra il 10 e il 18 maggio 1944 contro le formazioni partigiane attive nelle vallate piemontesi.

Dove vennero sepolti i partigiani uccisi?

I corpi furono sepolti dietro il muro perimetrale del vecchio cimitero di Sant’Antonino di Susa e successivamente riesumati per essere riconsegnati alle famiglie.

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Alessandro Maldera

Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende