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La fuga di Brindisi del 1943 del re Vittorio Emanuele III

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Con la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943, la fuga di Brindisi fu un tentativo disperato di salvare la monarchia sabauda, o quasi

La fuga di Brindisi nel settembre del 1943 lasciò l’intera nazione allo sbando per 73 ore.

La responsabilità politica del caos che ne derivò viene spesso imputata, con troppa semplicità, alla codardia del Re e di Badoglio.

Tuttavia la partenza precipitosa fu in qualche modo necessaria. E se da un lato le forze armate si trovarono senza ordini precisi, l’inadeguatezza e la disorganizzazione degli ufficiali del Regio Esercito fece il resto scatenando il panico.

L’8 settembre, l’armistizio della resa italiana

Con l’imminente sbarco alleato nella penisola e un regime fascista debole di un Mussolini rinchiuso sul Gran Sasso, l’8 settembre del 1943 passa alla storia come una delle date più infime della storia italiana.

Il presidente del consiglio Pietro Badoglio, eroe della Battaglia di Vittorio Veneto, aveva annunciato la resa incondizionata di una nazione che da lì a poco sarebbe finita nel caos più totale.

Priva di un esercito organizzato e di un governo coeso, l’Italia e gli italiani si trovavano adesso nella terra di mezzo. Tra le minacce dei tedeschi da una parte e gli alleati che spingevano il fronte sempre più a nord.

Ma la prima e più grottesca conseguenza dell’armistizio fu la decisione di re Vittorio Emanuele III. Insieme alle più alte cariche governative e militari, e allo stesso Badoglio, di abbandonare la Capitale e riparare nel liberato Sud.

Re Vittorio Emanuele II e Badoglio a Brindisi davanti a una macchina
Re Vittorio Emanuele III e Badoglio

Nonostante l’opposizione del principe Umberto, il corteo di automobili lasciò Roma all’alba del 9 settembre

Il gruppo di fuggiaschi si muoveva alla volta di Brindisi, con una Fiat 2800 dove, nel silenzio più assoluto, sedevano Vittorio Emanuele III e la regina Elena di Montenegro. La donna che, anche in quell’occasione rimase accanto al marito sebbene la drammaticità della situazione.

Alle 23 la carovana arrivò al porto di Ortona per attendere l’imbarcazione che gli avrebbe portati in Puglia.

Ma nel piccolo porto abruzzese, della “Baionetta” non c’era traccia.

A quell’ora della notte, la barca non era ancora presente. Così per evitare le pattuglie dei tedeschi, e nascondere anche un po’ di imbarazzo, il sovrano con la moglie e gli altri al seguito vennero ospitati presso la villa della duchessa Bovino e Crecchio.

Mentre i celebri ospiti si riposano nella stanze del Castello di Crecchio, la fuga del Re ormai non era più un segreto. Gli ufficiali dello Stato Maggiore, infatti, che dovevano rimanere a Roma avevano raggiunto Ortona con ogni mezzo.

Re Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini
Re Vittorio Emanuele II e Benito Mussolini

All’una di notte il convoglio salpò da Ortona alla volta di Brindisi

Possiamo solo immaginare le discussioni fra Vittorio Emanuele III e Badoglio durante il viaggio.

Ma all‘arrivo a Brindisi il Re, pur non mostrandolo, è tuttavia una fascio di nervi. Non può ignorare quella che agli occhi dell’opinione pubblica rimane comunque una fuga indecorosa. Un tradimento con cui ha abbandonato il proprio popolo contravvenendo ai dovere di un sovrano, specie in momenti di tali difficoltà.

Come la fuga di Varennes era stata fatale per Luigi XVI di Francia e la monarchia francese durante la Rivoluzione, anche la fuga di Brindisi ha sarà la rovina di Casa Savoia.

L’onta di quei due giorni successivi all’armistizio metterà in cattiva ombra per sempre la figura di Vittorio Emanuele III. Un re che probabilmente avrebbe voluto fare tutto nella vita, tranne che regnare.

Il 10 settembre del 1943, il Re appariva pubblicamente per riempire un silenzio immotivatamente troppo lungo,

La sua voce infatti non si era espressa neanche per l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, e tantomeno per comunicare agli italiani la caduta di Mussolini.

Ma quella mattina, i brindisini assistettero al discorso di un sovrano ormai di un sovrano vecchio e stanco. Qui non con poco imbarazzo, cercava di giustificare l’ingiustificabile, dando atto della necessità di quella che agli occhi di tutti era un’egoistica fuga.

Le parole di dovere istituzionale, ragioni di necessità e dovere per la patria non fecero altro che incrinare un rapporto già logoro con il popolo italiano che si spezzerà del tutto il 2 giugno del 1946. La decisione presa il 9 settembre di tre anni prima peserà non poco sul risultato del referendum.

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