Storia

5 aprile 1945: l’ultimo bombardamento su Torino

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5 aprile 1945: l’ultimo bombardamento su Torino

Erano le 13:20 di un giorno di aprile, la Seconda Guerra Mondiale  stava per finire

Mancavano solo 20 giorni alla Liberazione, ma nessuno poteva saperlo.

Le truppe alleate erano sbarcate in Sicilia da più di un anno.

Si sentiva che presto si sarebbe dovuto pensare a ricostruire, ma nessuno poteva sapere con precisione da quando.

Fu proprio a quell’ora che cominciò a piovere, ma fu subito chiaro che non si trattava di una semplice pioggia primaverile quella che stava per cadere su Torino.

Per 8 minuti furono sganciate circa 135 bombe dai velivoli dell’esercito americano.

Bombardieri  che avevano come obiettivo la distruzione di fabbriche di aerei, di cuscinetti a sfera, le raffinerie di petrolio o semplicemente importanti snodi ferroviari, per evitare che quei tipi di merce potessero partire e, nella nostra città

Insomma, i bersagli erano rappresentati dalla fabbrica di motori aeronautici del Lingotto, l’Aeronautica d’Italia e gli impianti della RIV situati a Villar Perosa.

Torino, 5 aprile 1945: l’ultimo bombardamento su Torino

Il “tappeto di bombe”, così veniva chiamata in gergo una simile operazione, si abbatté su Torino cadendo dai circa 30 caccia bombardieri

Questi ultimi volavano come rapaci sulla città, andando a colpire lo scalo Smistamento di Torino.

Un’azione per far sì che i crolli ostruissero il sottopassaggio di via Nizza impedendo, così, il passaggio.

Era la terza volta che ai torinesi toccava vivere una simile esperienza, per tre volte il cielo si era riempito di aerei che arrivavano dal mare della Liguria senza farsi annunciare.

Venivano per liberare, ma non si riusciva a vedere la libertà in quegli ordigni, non era la forma che avrebbe dovuto avere.

Erano le 13:28 del 5 aprile 1945 e, in quegli otto interminabili minuti morirono 70 persone e 128 rimasero ferite.

La guerra stava per finire e quella sarebbe stato l’ultimo bombardamento su Torino.

Nessuno poteva saperlo, ma tutti ci speravano davvero.

Francesco Esposito

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