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Scoperta la variante italiana del Covid: palestre, cinema e teatri ancora chiusi

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Proprio nelle settimane del V-Day europeo, da Brescia arriva la notizia della variante coronavirus italiana, e potrebbe lasciare palestre, teatri e cinema chiusi.

Da Brescia è arrivato il preoccupante allarme, dove è stata scoeprta una mutazione italiana del virus.

Stando agli esperti, la variante italiana ha iniziato a circolare già in estate, su un paziente asintomatico da mesi.

Malgrado la variante inglese sia stata scoperta prima, il ceppo italiano del virus potrebbe essere un antenato, quindi precursore di quello britannico.

Una notizia che potrebbe posticipare l’apertura di luoghi di aggregazione come palestre, cinema e teatri, originariamente in programma per metà gennaio.

Scoperta variante italiana del Coronavirus: ecco perché cinema, palestre e teatri potrebbero rimanere chiusi

Mentre il Piemonte si prepara alla somministrazione del vaccino, dalla Lombardia giungono notizie allarmanti.

Infatti il governo aveva in programma la riapertura di centri di svago e attività motoria nella seconda quindicina di gennaio, ma questa notizia potrebbe posticipare il via libera.

Il motivo è che questa variante del virus circola con molta rapidità, come appurato nella regione lombarda.

La diffusione rende difficile il nulla osta per strutture come le palestre, dove l’attività fisica è incompatibile con l’ausilio della mascherina.

Sebbene le linee guide dell’OMS sull’attività fisica durante il covid prevedano uno stile di vita attivo, le stesse sconsigliano di muoversi con la mascherina.

Il dispositivo di tutela, infatti, non permette una corretta ossigenazione e soprattutto favorisce l’inalazione dell’anidride carbonica emessa dal nostro stesso corpo.

Diverse invece sono le motivazioni che lasciano chiuse le sale cinematografiche e i cinema.

Se l’acquisto dei biglietti online serve a evitare assembramenti ai botteghini, la ridotta capienza non riuscirebbe a garantire il rientro dei costi alle strutture.

Cinema e teatri, durante le prime restrizioni hanno dovuto ridurre la capienza di 2/3, senza la garanzia di riempire tutti i posti utili.

Una limitazione che non aiuta a coprire costi di sanificazione, merce e e personale necessari a garantire il servizio.

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