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L’Italia riapre i confini e cala l’attenzione sul contagio, ma i numeri dicono tutt’altro

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Riaprono i confini ma tre regioni hanno ancora dati preoccupanti: sono Piemonte, Lombardia e Liguria. La Fondazione Gimbe bacchetta la comunicazione istituzionale: “Sta alimentando un senso di falsa sicurezza”

L’Italia riapre tutti i confini e allo stesso tempo cala l’attenzione dei cittadini per quanto riguarda il contagio. Ma possiamo davvero tirare un sospiro di sollievo?

Secondo la Fondazione Gimbe no. Anzi, il fatto che la comunicazione istituzionale sul Covid-19 si sia indebolita potrebbe dare sfogo ad un “senso di falsa sicurezza” che a sua volta alimenterebbe comportamenti scorretti.

È vero che siamo usciti dal periodo buio del pienone negli ospedali, ma bisogna tenere presente che i dati attualmente visibili fotografano una situazione che risale a 15 giorni fa.

Ciò vuol dire che in questi giorni e in quelli a seguire potremmo vedere le conseguenze delle riaperture del 18 maggio di bar, ristoranti, palestre, musei, eccetera. Ma soprattutto degli assembramenti registrati durante la movida o gli eventi pubblici.

Torino Assembramenti
Torino, assembramenti per le Frecce Tricolori

E poi ogni Regione monitora l’andamento del contagio a modo suo, senza che ci sia una linea comune per tutto lo Stivale. La quantità di tamponi e di test varia da zona a zona e, in generale, è diminuita un po’ dappertutto.

La famosa strategia delle 3T (test, tracciamento e trattamento) dunque non sta funzionando come dovrebbe. E se si mettessero anche i cittadini a prestare minore attenzione per quanto riguarda la salvaguardia della salute propria e degli altri, la conseguenza la conosciamo già.

Il problema è che “il Paese non reggerebbe un secondo lockdown”, dice il presidente di Gimbe, Nino Cartabellotta. Allora, è fondamentale non mollare la presa e continuare a rispettare le misure anti-contagio, anche se il virus ormai ci sembra lontano.

L’Italia riapre ma tre regioni hanno numeri ancora troppo alti: Piemonte, Lombardia e Liguria

Le frontiere sono di nuovo aperte, via agli spostamenti e alle connessioni con tutti coloro che abbiamo tenuto lontani durante il lockdown.

Ma ci sono ancora dei dati che non convincono.

Tre regioni, in particolare, registrano una percentuale di nuovi positivi superiore alla media. In Liguria si attesta sul 4,3%, in Lombardia sul 3,83% e in Piemonte sul 2,69%.

Anche l’indice di nuovi casi ogni 100mila abitanti è alto (contando che la media nazionale è di 13): 44 in Lombardia, 36 in Liguria e 26 in Piemonte.

Il punto è che, senza più la conferenza stampa quotidiana della Protezione Civile, il virus sembra non esistere più agli occhi distratti di qualche cittadino. Ma sappiamo bene che non è così.

Anzi, con l’incremento degli spostamenti dovremmo essere ancora più cauti.

Il debutto dell’app Immuni

Nel frattempo è stata attivata l’app immuni elaborata dal governo per gestire eventuali nuovi focolai. Ma anche qui le falle sono più che evidenti.

Mezzo milione di italiani l’ha già scaricata, ma si sono trovati con una sorpresa: molti smartphone non supportano l’applicazione. Tra questi ci sono iPhone 6, 5s e 5, (datati 2012-2014), i Samsung Galaxy S4 ed S3, o l’LG G2. Ma anche Huawei P40, Mate 30 e Mate Xs.

Il problema è che per funzionare come si deve, almeno il 60-70% degli italiani dovrà utilizzarla. E parallelamente il governo dovrebbe proseguire con lo screening della popolazione per analizzare l’andamento del contagio.

App Immuni
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