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Piemonte, il Coronavirus fa crollare il commercio e il turismo: perdite da un miliardo e mezzo

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I dati di Ascom fanno tramare: in Piemonte il Coronavirus fa crollare il commercio e il turismo con perdite di oltre un miliardo e mezzo. Ecco le previsioni se si terrà chiuso fino a settembre

Si può dire che il 2020 sia appena iniziato, eppure registra già una perdita dell’1% del Pil rispetto al 2019. Inevitabile conseguenza di un’emergenza sanitaria che ha colpito pesantemente il nostro territorio.

Con i negozi, le attività, i servizi e gli istituti di cultura chiusi c’è stato un crollo di fatturato pari a 1 miliardo e 470 milioni di euro. Di 806 milioni se si restringe all’area torinese.

Dati che rimarranno tali nell’ottimistica visione di una riapertura nel mese giugno, ma che cambierebbero ancora nel caso in cui venga rimandato tutto a settembre. Il Pil allora si ridurrebbe del 3% e le perdite arriverebbero a superare i 4 miliardi in ottica regionale e i 2 miliardi in ottica torinese.

Il Coronavirus in Piemonte fa crollare il commercio e il turismo: chi ci perde e chi si salva

L’analisi di Ascom pone la sua lente anche sul settore turistico, accoglienza e somministrazione comprese. In questo campo il fatturato è sceso vertiginosamente: tra il 50% e il 75% in meno a causa dell’emergenza sanitaria che ha tenuto fuori turisti nazionali ed internazionali. Se la passano decisamente male le guide turistiche (-90%), le agenzie viaggi e i servizi di organizzazione di eventi.

Per non parlare delle attività commerciali e ristorative. Calo del 65% per l’abbigliamento e del 60% per bar, ristoranti, estetisti e parrucchieri. Alla coda si aggiungono anche le pasticcerie che non hanno potuto approfittare delle festività tra marzo e aprile, Pasqua compresa, per incrementare gli incassi.

“Sarà una Pasqua di tristezza – ha commentato Maria Luisa Coppa, presidente Ascom Confcommercio Torino e provincia – quando invece questo è sempre stato un periodo di rinascita pure per i negozi”.

Si salvano solo gli alimentari, le farmacie e i negozi che vendono prodotti di igiene personale, gli unici che potevano rimanere aperti in questo periodo di serrata.

In impennata il dato che riguarda l’e-commerce: cresce dell’80% il ricorso alle vendite online.

Mentre il 50% delle attività rimaste aperte si è riversata sulle consegne a domicilio. Di quelle rimaste chiuse per decreto, solo il 20% ha pensato di rivolgersi alla spedizione dei beni direttamente negli appartamenti dei consumatori.

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