Storia

Antonio Sismondi: la parola al boia Pietro Pantoni

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Il 12 marzo 1853, a Torino un impiccato è resuscitato

Antonio Sismondi, al momento di essere sepolto presso il cimitero di San Pietro in Vincoli, ha dato segni di vita ed è morto alle dieci del mattino dello stesso giorno.

Dopo la “resurrezione” di Antonio Sismondi qualcuno ha accusato di scarsa perizia Pietro Pantoni, il capo esecutore di Torino, e questi vuole spiegare le sue ragioni per questo incidente.

Così, il 30 marzo 1853, rivolge una supplica al suo superiore, il Procuratore Generale di Torino, dove chiede l’abolizione dell’impiccagione, che lui definisce malagevole, incerto, crudele e rivoltante per lo stesso esecutore, e prega di adottare la ghigliottina.

Espone al suo superiore che l’odio, il ribrezzo, il disprezzo del popolo nei confronti del boia aumentano anche perché è stato mantenuto il patibolo, che mette l’esecutore in luce atroce e barbara, perché un uomo comprime col piede la testa di un altro uomo, «creato a immagine di Dio», come ricorda Pantoni, credente convinto.

Antonio Sismondi: la parola al boia Pietro Pantoni
Antonio Sismondi: la parola al boia Pietro Pantoni

Pantoni sostiene che con Sismondi ha agito come ha sempre fatto in precedenza con ottimo risultato: ritiene di avere fatto, come al solito, il suo dovere e si definisce, «senza vanto», un esperto. Perché dunque avrebbe dovuto colpire con ripetuti colpi non necessari «il venerato capo unto del S. Battesimo di una povera vittima umana paziente»?

Respinge così la critica di non aver pestato a sufficienza col piede sulla testa di Sismondi per affrettarne la morte.

Pietro Pantoni invoca a questo punto la divina Provvidenza perché tocchi il cuore di chi governa, in modo che venga adottato uno strumento di morte più veloce e più umano, una macchina che operi sotto la guida dell’esecutore, perché, scrive Pantoni, la forca richiede al povero esecutore un impegno tale che a lui stesso ripugna utilizzarla.

Auspica l’adozione della ghigliottina (lui scrive «guillottina») e come esecutore che sa il fatto suo, vuole rispondere in anticipo alle critiche che alcuni addetti ai lavori muovono a questa macchina.

Questa la sua appassionata conclusione: «L’umile ricorrente supplica» di voler prendere in considerazione «l’umile e laconico esposto del povero esecutore Pantoni» e, con «santa magnanemità», provvedere all’abolizione de «l’attuale patibolo» e mettere «in attività la guillottina maggiormente pel bene dell’umanità verso de’ poveri pazienti».

Questo scritto di Pantoni è stato definito un «documento straordinario» di un cambiamento di mentalità anche nella gente comune circa l’utilità della pena di morte, dal professor Umberto Levra che l’ha ritrovata negli archivi giudiziari.

di Milo Julini

Dopo la “resurrezione” di Antonio Sismondi qualcuno ha accusato di scarsa perizia Pietro Pantoni, il capo esecutore di Torino, e questi vuole spiegare le sue ragioni per questo incidente.

Così, il 30 marzo 1853, rivolge una supplica al suo superiore, il Procuratore Generale di Torino, dove chiede l’abolizione dell’impiccagione, che lui definisce malagevole, incerto, crudele e rivoltante per lo stesso esecutore, e prega di adottare la ghigliottina.

Espone al suo superiore che l’odio, il ribrezzo, il disprezzo del popolo nei confronti del boia aumentano anche perché è stato mantenuto il patibolo, che mette l’esecutore in luce atroce e barbara, perché un uomo comprime col piede la testa di un altro uomo, «creato a immagine di Dio», come ricorda Pantoni, credente convinto.

Antonio Sismondi: la parola al boia Pietro Pantoni
Antonio Sismondi: la parola al boia Pietro Pantoni

Pantoni sostiene che con Sismondi ha agito come ha sempre fatto in precedenza con ottimo risultato: ritiene di avere fatto, come al solito, il suo dovere e si definisce, «senza vanto», un esperto. Perché dunque avrebbe dovuto colpire con ripetuti colpi non necessari «il venerato capo unto del S. Battesimo di una povera vittima umana paziente»?

Respinge così la critica di non aver pestato a sufficienza col piede sulla testa di Sismondi per affrettarne la morte.

Pietro Pantoni invoca a questo punto la divina Provvidenza perché tocchi il cuore di chi governa, in modo che venga adottato uno strumento di morte più veloce e più umano, una macchina che operi sotto la guida dell’esecutore, perché, scrive Pantoni, la forca richiede al povero esecutore un impegno tale che a lui stesso ripugna utilizzarla.

Auspica l’adozione della ghigliottina (lui scrive «guillottina») e come esecutore che sa il fatto suo, vuole rispondere in anticipo alle critiche che alcuni addetti ai lavori muovono a questa macchina.

Questa la sua appassionata conclusione: «L’umile ricorrente supplica» di voler prendere in considerazione «l’umile e laconico esposto del povero esecutore Pantoni» e, con «santa magnanemità», provvedere all’abolizione de «l’attuale patibolo» e mettere «in attività la guillottina maggiormente pel bene dell’umanità verso de’ poveri pazienti».

Questo scritto di Pantoni è stato definito un «documento straordinario» di un cambiamento di mentalità anche nella gente comune circa l’utilità della pena di morte, dal professor Umberto Levra che l’ha ritrovata negli archivi giudiziari.

di Milo Julini

Così, il 30 marzo 1853, rivolge una supplica al suo superiore, il Procuratore Generale di Torino, dove chiede l’abolizione dell’impiccagione, che lui definisce malagevole, incerto, crudele e rivoltante per lo stesso esecutore, e prega di adottare la ghigliottina.

Espone al suo superiore che l’odio, il ribrezzo, il disprezzo del popolo nei confronti del boia aumentano anche perché è stato mantenuto il patibolo, che mette l’esecutore in luce atroce e barbara, perché un uomo comprime col piede la testa di un altro uomo, «creato a immagine di Dio», come ricorda Pantoni, credente convinto.

Antonio Sismondi: la parola al boia Pietro Pantoni
Antonio Sismondi: la parola al boia Pietro Pantoni

Pantoni sostiene che con Sismondi ha agito come ha sempre fatto in precedenza con ottimo risultato: ritiene di avere fatto, come al solito, il suo dovere e si definisce, «senza vanto», un esperto. Perché dunque avrebbe dovuto colpire con ripetuti colpi non necessari «il venerato capo unto del S. Battesimo di una povera vittima umana paziente»?

Respinge così la critica di non aver pestato a sufficienza col piede sulla testa di Sismondi per affrettarne la morte.

Pietro Pantoni invoca a questo punto la divina Provvidenza perché tocchi il cuore di chi governa, in modo che venga adottato uno strumento di morte più veloce e più umano, una macchina che operi sotto la guida dell’esecutore, perché, scrive Pantoni, la forca richiede al povero esecutore un impegno tale che a lui stesso ripugna utilizzarla.

Auspica l’adozione della ghigliottina (lui scrive «guillottina») e come esecutore che sa il fatto suo, vuole rispondere in anticipo alle critiche che alcuni addetti ai lavori muovono a questa macchina.

Questa la sua appassionata conclusione: «L’umile ricorrente supplica» di voler prendere in considerazione «l’umile e laconico esposto del povero esecutore Pantoni» e, con «santa magnanemità», provvedere all’abolizione de «l’attuale patibolo» e mettere «in attività la guillottina maggiormente pel bene dell’umanità verso de’ poveri pazienti».

Questo scritto di Pantoni è stato definito un «documento straordinario» di un cambiamento di mentalità anche nella gente comune circa l’utilità della pena di morte, dal professor Umberto Levra che l’ha ritrovata negli archivi giudiziari.

di Milo Julini

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